Musicista? Meglio in Germania. In Italia ti rispettano davvero solo se suoni alla Scala. Altrimenti sei un fannullone

“In Germania essere musicista è un mestiere come un altro, un lavoro dignitoso per cui si ha rispetto. In Italia viene visto come una cosa da supereroi se arrivi alla Scala, altrimenti sei un fannullone che non sa evidentemente fare altro”. È questa la considerazione a cui arrivò, subito dopo il diploma al conservatorio quando aveva 18 anni (oggi ne ha 32), la padovana Linda Zanetti, flautista che da allora in poi decise di cercare all’estero la propria strada da musicista classica “Ai miei tempi, ma forse è ancora così, quando si faceva il conservatorio nessuno sapeva nulla del mestiere, nessuno parlava di mercato del lavoro, selezione, preparazione fisica e mentale. Si faceva la lezione settimanale, si studiavano i pezzi obbligati dei programmi reali degli anni ´20, se si era rivoluzionari si faceva qualche concerto extra di musica da camera in cui si suonava qualcosa di trasgressivo tipo quando feci scalpore con un  pezzo di Jolivet del ’45”.

 

Trasferirsi all’estero a 22 anni. “Ho iniziato a suonare a 11 anni, fine prima media, e l’ho fatto in parallelo poi al liceo scientifico. Lo consideravo un bel passatempo, mi dava soddisfazioni, la mia prof. era una persona davvero speciale, quindi tutto sommato era un’esperienza positiva. Sognavo di fare la musicista come professione come si sogna di diventare un atleta olimpico senza saper fare un giro di campo. Un paio d’anni prima del diploma ho avuto un incidente d’auto, nulla di tragico, ma ho avuto dei problemi al collo e dei dottori troppo antiquati e prudenti (ora almeno la vedo così), per cui non ho potuto suonare per 8 mesi e ho perso un anno intero di studio in conservatorio. A quel punto avevo due alternative: smettere e iscrivermi all’Università o inventarmi una carriera. Ho avuto molta fortuna, il mio ragazzo dell’epoca, anche lui diplomando, ma in violino, aveva un contatto con un professore del Mozarteum di Salzburg.  Mi ha convinta a darci un’occhiata. Mi sono proposta.  Ho fallito tre esami di ammissione, due per l’indirizzo pedagogico e uno per l’indirizzo solismo. Ho vissuto lì per un anno e mezzo senza essere immatricolata, ascoltando le lezioni il più possibile, sperando servisse. Il quarto esame l´ho passato e ho potuto studiare con una grossa solista, Irena Grafenauer. Chi la dura la vince”.
Mai avuto nostalgia dell’Italia? “Quella fu la fase della mia vita in cui più mi mancò l’Italia. Il tedesco era ostico, l’Austria ancora di più. Allo stesso tempo ho visto subito che nell’ambiente padovano la nostra scelta veniva vista con forse qualche piccola invidia e molto scetticismo, e la cosa all’epoca mi faceva molto male. In fondo, pensavo che la mia città, la mia comunità musicale sarebbero state orgogliose di me. Mi sbagliavo. Finito lo studio ho iniziato a insegnare, per varie ragioni non ho investito molto sulle audizioni, vuoi la scarsa autostima, vuoi la necessità di pagare l’affitto e di non spendere ancora di più in treni e hotel. Ero vicina al confine e così ho cominciato ad insegnare anche in Germania”.
Il rientro – temporaneo – in Italia. In Italia in quegli stessi mesi ho fatto domanda per le supplenze nelle scuole medie. Sono risultata seconda in Provincia e così mi hanno proposto  una supplenza di un anno. Educazione musicale? No: insegnante di sostegno a un ragazzo ipovedente e sordo in un istituto tecnico. Onestamente, non me la sono sentita. La trovai un’offerta terribile soprattutto per i ragazzi con handicap o problemi che confidano molto negli insegnanti di sostegno e si ritrovano gente non preparata. Mi è sembrata follia ed ho preferito continuare insegnare in Germania, seppur precariamente e con uno stipendio più basso.

 

L’incontro con Barenboim. “Per puro caso, dopo 4 anni circa di insegnamento ho deciso di rimandare il mio cv in giro, tanto per non avere rimpianti tra 20 anni e la Staatskapelle di Berlino mi ha invitata a un’audizione nel giugno 2011. È andata bene e così potei sostenere un’audizione con Barenboim. Il mio cv era vuoto, in termini di esperienza in orchestra, e lui l´ha notato, ovviamente. Non ero nemmeno giovanissima, 28 anni in questo mestiere non sono pochi. Mi ha chiesto cosa ne pensassi, e gli è piaciuta la mia risposta, credo. Ha deciso di scommettere su di me sperando che sarei riuscita a cavarmela; è stata durissima per i primi 6-8 mesi, qui lavorano a un ritmo pazzesco, sotto stress. Ho lavorato con loro tre anni, ho imparato tantissimo, con me Barenboim è sempre stato molto professionale e gentile. Quando ho finito il mio contratto, a inizio ottobre, l’ho incontrato per ringraziarlo, e la prima domanda che mi ha fatto è stata: sei stata felice qui? Mi ha sorpreso che alla sua età, con la sua fama e la carriera, i soldi e gli onori la prima cosa a cui pensasse fosse se ero stata felice”
Italia vs Germania. “Ci sono problemi burocratici e organizzativi anche in Germania, ovviamente, incompetenti che rendono la vita complicata agli altri, un po’ di machismo e qualche bella ingiustizia.  Dell´Italia ho un ricordo di adolescente, non ho mai davvero vissuto lì da adulta indipendente, so solo che quando scendo in vacanza mi si stringe il cuore per mille dettagli che mi mancano, ma dopo 5 minuti ho visto e sentito già mille cose che mi fanno arrabbiare e indignare. La differenza più palese secondo me è ancora un certo senso del pudore che percepisco in Germania, e sembra perduto totalmente in patria. Riguardo al mio ambito nello specifico, penso che in Italia manchi molto la cultura dell’insegnare uno strumento ai bambini, come parte di una formazione di base che dovrebbe aiutarli ad avere stimoli positivi e disciplina, a usare la fantasia e sfidare la propria individualità, accettandone i limiti. Uno strumento è tutto questo, quando sei piccolo, ha qualcosa di magico, ti può frustrare moltissimo ma renderti orgoglioso se ti ci dedichi. Sviluppi fiducia in un adulto che ti si relaziona a quattrocchi, non sei uno dei 25 della classe, ma per quella mezz’ora sei un unico obbiettivo su cui quell’insegnante investe. Comunque, questo è in gran parte utopico forse, ma in generale credo che in Germania, almeno in certo contesti sociali di sostanziale benessere, sia riconosciuto. Non sono così convinta dell’Italia. Padova, ad esempio, è una città sostanzialmente ricca, con molto potenziale, ma non ama la cultura, non la supporta, non la coltiva, a nessun livello. Il padovano medio considererebbe mandare un figlio a lezione di violino uno sfizio da snob, nel migliore dei casi. “
Carriera e amore. “Quel violinista che molti anni fa mi ha convinta a non smettere di suonare oggi è mio marito, ha un posto fisso in un´orchestra tedesca, a Regensburg, e a lungo ha sopportato sua moglie pendolare. Non è semplice crearsi una carriera quando hai già una relazione importante che non vuoi perdere a nessun costo, e ancora più difficile fare in modo che in un ambiente di lavoro così individualista questo “dilemma” venga capito. Alcuni mesi fa ho avuto un’offerta per fare parte della Philarmonie di Bad Reichnhaller, ma continuo a venire a Berlino spesso per lavori specifici, come questo dicembre per il Barbiere di Siviglia e Candide. Forse in Italia si penserebbe che una donna sposata dovrebbe andare a vivere con il marito e mettersi il cuore in pace. Io saró una sognatrice inguaribile, ma spero di poter fare un lavoro adatto alla mia qualifica e alle mie capacità; non mi interessa essere ricca, ma gratificata. Ed in Germania è più facile che accada che in Italia”.
Photo: © Sebastian Rosenberg

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Cacio e Pepe prima il blog, dopo il magazine. Collabora anche con Wired, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

5 Responses to “Musicista? Meglio in Germania. In Italia ti rispettano davvero solo se suoni alla Scala. Altrimenti sei un fannullone”

  1. Tommaso Benacchio

    Bella intervista, molto interessante, e complimenti per la tenacia. Un’unica cosa: ho amici che hanno suonato a Padova che vengono da famiglie normali e non snob. Inoltre se università come credo significa anche cultura, Padova fa invidia a molte città non solo in Italia. Da concittadino che vive fuori da un po’ fa strano sentir parlare in termini così semplicistici della propria città (e pure del proprio Paese). (Fine sproloquio campanilista.)

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  2. Linda Zanetti

    Ciao Tommaso, naturalmente un artiolo di poche righe non esaurisce un argomento cosí complesso, mi é stato chiesto di descrivere la mia personale esperienza, non significa che la questione sia molto piú articolata e ricca di sfumature. Conosco moltissimi musicisti padovani, ho studiato 9 anni al Pollini, e io stessa vengo da una famiglia normale, cresciuta in un normalissimo condominio in periferia. Quello che intendevo dire, e forse ho espresso frettolosamente, é che in Italia in generale, per come é strutturata, insegnata e percepita la musica, suonare uno strumento classico é ancora una cosa strana, se non sei snob, passi per tale. Di sicuro non é un mestiere in cui si crede e investe, la differenza la noti quando vieni in Germania e vedi quante orchestre ci sono, in ogni piccola cittá, e quanto ne vanno orgogliosi. Amo Padova, ma non possiamo onestamente dire che, in termini di cultura, non si potrebbe fare di piú. L’universitá é certo prestigiosa, ma come si riflette sulla vita quotidiana del padovano medio, in termini di eventi e opportunitá? Si lascia tutto all’iniziativa e interesse dei singoli, mentre in Germania vedo spesso una volontá politica, una mentalitá collettiva che si sente in dovere di proteggere e coltivare la cultura. Non volevo critivare ogni singolo padovano, piuttosto un andazzo politico cittadino e nazionale, che ha delle radici “culturali” in senso piú generale

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  3. Mirella Pantano

    Ti stimo tantissimo , in fondo la tenacia vince sempre e soprattutto la più grande fortuna nella vita è fare il mestiere che ti sei scelta a 10 anni……. come me.Ti auguro tutto il meglio e buona musica. Mirella

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  4. Mario Ruocco

    Assolutamente d’accordo con Linda Zanetti, alla quale formulo tutte le mie congratulazioni. Io suono l’oboe. Avrei voluto che diventasse la mia occupazione principale, ma proprio per le ragioni ben espresse da Linda, non mi sono fidato della musica. Così all’età di 20 anni ho pensato di investire in un’altra professione (psicologo) per quanto mi sentissi bene nei panni del musicista e per quanto tale scelta costituisse per me fonte di profonda sofferenza. Adesso che la professione è ormai avviata (44 anni), ho fondato una piccola scuola di musica, con l’obiettivo di divulgare la cultura musicale, specie nelle periferie della mia città (Firenze): in Italia è un obiettivo molto più arduo di quanto immaginassi. Purtroppo è molto più facile che un bambino abbia uno smart-phone in tasca, che uno strumento musicale in casa. Qualche genitore si giustifica con ragioni economiche, ma in realtà la globalizzazione permette di accedere a strumenti musicali intonati e a costi accessibili a chiunque, tanto più che tante scuole di musica, noi compresi, possono fornire anche lo strumento musicale in prestito. Noi abbiamo bisogno di testimonianza come quella di Linda Zanetti. Il mio ringraziamento quindi vuole essere sentito e sincero, sognando ….chissa …. un’eventuale collaborazione con lei.

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  5. iunal

    Si, se quando fosse la screpanza di colle fusto era in ogni caso accettabile

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