Università tedesca vs italiana. Ecco dove è meglio studiare legge e perché

di Elisa Cospito

Quando durante l’ultimo anno del liceo ho cominciato a pensare al mio futuro e quindi a quale cammino universitario intraprendere, la domanda che mi ponevo era semplicemente “che facoltà scegliere?”. Il dove infatti era già stabilito: avrei frequentato una delle università della mia città natale, Roma, come del resto avrebbero fatto anche i miei compagni di classe. E infatti, dopo aver conseguito la maturità classica, mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza di una università romana. Solo dopo qualche tempo, sull’onda forse anche un po’ della delusione per quello che il sistema universitario italiano offre, mi sono resa conto di aver dato per scontato ciò che in realtà non era poi tanto ovvio. Infatti, provenendo da una famiglia italo-tedesca, quella di trasferirmi e studiare in un’università tedesca sarebbe stata una scelta più che a portata di mano.

Ecco perché appena se ne è presentata l’occasione, usufruendo del Programma Erasmus, sono andata a studiare per due semestri ad Heidelberg.

La prima sorpresa è arrivata quando ho scoperto l’organizzazione e il ventaglio di possibilità offerto da questa università. Biblioteche aperte sette giorni su sette fino a tarda sera; mense gigantesche in cui si può pranzare, cenare, incontrarsi con gli amici per mangiare una fetta di Sachertorte e sorseggiare una cioccolata calda e in cui una domenica al mese vengono organizzati Brunch pantagruelici; un programma sportivo per cui è possibile praticare gratuitamente qualsiasi tipo di sport (dal calcetto all’arrampicata è presente proprio di tutto). Proiezioni di film, cineforum e centri linguistici. Mezzi pubblici gratuiti per gli studenti tutti i giorni a partire dalle 19 e anche durante il fine settimana. Quando racconto queste cose ai miei amici italiani, la domanda che mi viene posta è sempre la stessa “E quante tasse si pagano?” Risposta: si paga un contributo di poco più di un centinaio di euro a semestre poiché in quasi tutti i Länder non sono più previste tasse.

Il confronto con la realtà romana è impietoso, basti pensare che a Roma ormai non sono più neanche previsti sconti e agevolazioni per gli studenti sugli abbonamenti per i mezzi pubblici. Certo, una solida preparazione universitaria non è data dalla possibilità di frequentare gratuitamente un corso di Karate o di Rock acrobatico, ma sicuramente questi elementi sono sintomo di due diverse concezioni che si hanno alla base: da una parte lo studente è il centro della vita universitaria, esperienza che deve essere vissuta a fondo, dall’altra lo studente è semplicemente uno dei tanti tasselli di una società in cui vivere è diventato una corsa ad ostacoli.

La seconda sorpresa invece ha riguardato l’articolazione e il metodo dello studio del diritto, completamente differente da quello a cui ero abituata. Oltre a sviluppare una conoscenza teorica e dottrinale del diritto, gli studenti tedeschi devono dimostrare di saper adoperare questa conoscenza più in concreto. La teoria viene spiegata nelle Vorlesungen, le lezioni nel senso classico del termine, dove il professore parla e gli studenti ascoltano o prendono appunti, ma al termine delle quali non si deve sostenere nessun esame. Gli studenti devono invece essere esaminati nell’ambito delle Übungen, le esercitazioni dove vengono affrontati casi giuridici reali e viene insegnato agli studenti a spiegarli e a risolverli in uno stile molto rigoroso denominato “Gutachtenstil”. Inoltre gli studenti devono svolgere un certo numero di settimane di tirocinio (in studi legali, al tribunale o nella pubblica amministrazione) e aver scritto una piccola tesi (max 30 pagine) e solo dopo aver fatto tutto questo possono affrontare il “primo esame di stato”. Il risultato conseguito in questa occasione ai fini della carriera lavorativa è l’unico che conta, insieme a quello del “secondo esame di stato” che si tiene dopo aver terminato il praticantato.

Le facoltà di diritto sono molto selettive: su 200 studenti che si iscrivono solo 40 arriveranno a sostenere l’esame di stato.

In Italia la didattica, vuoi perchè il professore è preso dalla sua attività di ricerca, vuoi perché è più propenso a curare gli interessi del suo studio legale, è un aspetto secondario dell’attività del professore e le lezioni di regola sono poco stimolanti. D’altronde ogni studente di giurisprudenza sa che, in linea teorica, il modo migliore per conseguire bene e velocemente la laurea sarebbe depennare dalla propria agenda le lezioni, la maggior parte delle volte inutili ai fini dell’esame, e dedicarsi anima e corpo alla sottolineatura e memorizzazione dei manuali di diritto. E questo perché lo studente “che vince” è quello più veloce a imparare nei minimi particolari i testi che vengono indicati dai professori a lezione. Poco contano capacità critiche o di analisi: se sai imparare bene a memoria, una buona fetta del lavoro è già fatta. L’università italiana, in sintesi, sviluppa una sola abilità: quella della memorizzazione veloce.

Io non penso che il sistema universitario tedesco sia in assoluto migliore di quello italiano. Gli studenti universitari italiani hanno un grosso vantaggio di partenza, e cioè un buon metodo di studio ed un ottimo patrimonio culturale che acquistano negli istituti superiori. All’università poi si studiano in profondità concetti giuridici teorici, il che consente di avere una solida preparazione di “sistematica giuridica” e anche il fatto che gli esami siano orali permette di sviluppare buone capacità dialettiche. Ma in ogni caso il sistema presenta numerose falle.

Lo studente medio di giurisprudenza alle soglie della laurea conoscerà forse nei minimi particolari le teorie dei giuscommercialisti sulle società in accomandita semplice, saprà parlare approfonditamente dei limiti e dei controlimiti della Costituzione, ma non ha mai toccato con mano un contratto e probabilmente non ha mai messo piede in un tribunale, se non per grazia di qualche professore che si sia preso la briga di organizzare la gita in Cassazione. L’università italiana, lungi dall’essere un luogo di formazione, si è oggi trasformata in un esamificio.

Il futuro di uno Stato è imprescindibilmente legato alla formazione dei giovani e naturalmente di una classe dirigente. È necessaria quindi una inversione di tendenza.

In che modo? Per quanto riguarda i provvedimenti e le misure da adottare c’è l’imbarazzo della scelta: per esempio, per parlare di un aspetto che mi riguarda direttamente, nelle facoltà di giurisprudenza bisognerebbe sfrondare il corso di studi di esami opzionali inutili (diritto agrario, diritto cinese e innumerevoli altri) e potenziare corsi in cui viene curato l’insegnamento della redazione di atti e pareri o di analisi e risoluzione di casi giuridici. Sarebbe auspicabile anche l’incentivazione di attività di tirocinio in Italia e all’estero, cosa d’altronde prevista in tutte le università europee.

Per migliorare sensibilmente la qualità dell’università italiana basterebbe quindi soltanto un po’ di buona volontà. Ma fino a quando il Ministero dell’istruzione rimarrà un porto di mare in cui ministri sempre meno competenti continueranno a sbarcare e a ripartire, tutto ciò non sarà possibile.

Photo: © ptwo CC BY SA 2.0

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