Il monumentale Memoriale per i soldati sovietici, tappa obbligata di ogni tour a Berlino

© Flickr CC BY SA 2.0

Sprofondato nel verde e in un silenzio surreale, il Sowjetisches Ehrenmal, costruito subito dopo la seconda guerra mondiale, ospita le tombe di circa 5.000 soldati russi caduti nella leggendaria Schlacht um Berlin, la battaglia che, dal 16 Aprile al 2 Maggio 1945, condusse l’Armata Rossa a conquistare la capitale del Reich e a liberarla dal giogo nazionalsocialista. Si tratta del «più grande cimitero militare sovietico in Germania» e del «più imponente monumento antifascista dell’Europa occidentale», come precisa puntuale il portale del turismo berlinese, visitBerlin.de.

Quando lo si visita per la prima volta, si è colti dall’impressione che qui la ruota del tempo si sia fermata e che la macchina della propaganda filosovietica, specie su uno spirito con una leggera tendenza anti-capitalistica, sia ancora capace di dipingere il progetto socialista come il migliore dei mondi possibili. Per due ore, circondati da file di cipressi quasi marziali e avvolti dal blu di Prussia del cielo berlinese, in una domenica primaverile tanto tersa quanto rigida, si dimenticano i Vapiano, gli Apple Store, i beveroni di Starbucks, le mire voraci della Media Spree sullo Spreeufer.

Si varca la soglia del sacrario e, in un attimo, di fronte alla statua della Madre Russia – una donna pervasa da un dolore struggente ma dignitoso per le sofferenze dei figli falciati dal nemico – ci si sente già quasi legittimati a mettere in discussione l’Occidente e il suo modo di produzione ormai imperante e ubiquo. È con questo stato d’animo che si procede verso l’enorme portale centrale, custodito da due soldati d’acciaio inginocchiati, spada in pugno e sguardo chino, che scortano il visitatore nel cuore del memoriale: una navata en plen air, delimitata da 16 are in pietra e culminante in un mausoleo sormontato dalla mastodontica statua del “soldato liberatore”.

Il termine “navata” non è casuale, perché il memoriale propone un’autentica religione marxista-leninista e i bassorilievi sui blocchi in pietra, sorta di via crucis materialista, descrivono strazianti scene di contadini russi tra le macerie, ufficiali che bagnano di lacrime la bandiera sovietica, file serrate di soldati su cui si libra, a mo’ di Spirito Santo, il fiero cipiglio di Lenin, impartendo la sua benedizione all’«eroico esercito». Il tutto accompagnato dalle continue citazioni, in tedesco e in cirillico, del padre della patria Stalin e dalla presenza, incombente ma al tempo stesso rassicurante, del “soldato liberatore”, questo gigante metallico che scruta l’orizzonte e stringe al petto un infante, brandendo una mostruosa spada poggiata su una svastica distrutta. «Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio», cantava Giovanni Lindo Ferretti salutando un’era fatta di soldati dediti alla causa, operai infaticabili, altiforni incandescenti e volumi di produzione giganteschi, volti a colmare il gap industriale e militare col più avanzato Occidente.

Passeggiando tra i blocchi in pietra, tra le foto sbiadite di giovani soldati e i fiori ancora freschi – il Tag der Befreiung, il giorno della liberazione e del settantesimo anniversario dalla fine della seconda guerra mondiale è trascorso da poco –, si riflette sulla complessità della storia, sulla difficoltà di distinguere nettamente vittime e carnefici, ma anche sull’innegabile, enorme contributo in vite umane del popolo russo, senza il quale il corso degli eventi europei e mondiali avrebbe probabilmente preso un indirizzo del tutto diverso.

Non si può fare a meno di pensare, però, anche a quel pezzo degli Offlaga Disco Pax, Cinnamon, in cui la voce un po’ sfottente di Max Collini ricorda le meraviglie di Telecapodistria e dei suoi film partigiani, «dove i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi. Un paradiso socialista». Ecco, il Sowjetisches Ehrenmal è un paradiso socialista in cui, come in tutte le narrazioni ideologiche del XX secolo, non esistono sfumature, ma solo distinzioni manichee: il capitalismo e il nazifascismo da esso scaturito sono il male assoluto, il comunismo (come se poi i piani quinquennali e il terrore stalinista davvero avessero realizzato il modello marxista-leninista, anziché un dispotico capitalismo di Stato) è il bene e la speranza: qui non esistono gulag, purghe, KGB, orribili muri e nazioni assurdamente lacerate; non esistono «gli errori e gli orrori» di una storia che ha preteso – a torto – di farsi interprete dell’aspirazione dei popoli all’uguaglianza e alla libertà. In questa oasi solenne e appartata esistono solo eroi che lottano per i loro fratelli oppressi e un sistema alternativo alle miserie morali e materiali di questo tardocapitalismo globalizzato e digitale; un sistema che pare essere ancora lì, disponibile, non bruciato e sconfessato dalla storia.

Ma si fa subito, a tornare nel mondo reale. Basta dare improvvidamente uno sguardo allo smartphone: la casella mail avverte che Amazon, questa settimana, propone degli incredibili Rabatte e Internazionale titola sull’ennesima tirata d’orecchie dell’Eurogruppo a Syriza e ai greci, mangiafeta a tradimento, scansafatiche e corrotti. Ci si avvia così sconsolati verso l’uscita, mentre una coppia di giovani e sorridenti turisti americani, con due splendidi bimbi infoderati nei loro tutoni Ikea, smonta la temibile fierezza del “soldato liberatore” coinvolgendolo in un festoso selfie.

Sowjetisches Ehrenmal Treptow – Memoriale per i soldati sovietici

Puschkinallee – fermata S-Bahn Treptower Park

12435 Berlino

aperto tutti i giorni – ingresso gratuito

030 25002333

Photo © Scott CC BY SA 2.0

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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