«Ecco come da Terragnolo, Trento, siamo arrivati in bici a Berlino »

di Valentino Gerola*

Questo è il racconto di un viaggio; prendete due ragazzi, un’amicizia datata e consolidata, un futuro incerto e la sete d’avventura.

L’idea. La nostra pazzia inizia a prendere forma (solo in via teorica, per la verità) nella primavera del 2015. La mia mente malata partorisce l’idea di fare un qualcosa di epico; non per ottenere visibilità o cose di questo genere. Volevo un qualcosa che mi arricchisse interiormente, qualcosa che potesse portarmi oltre il limite della solita monotonia quotidiana.
Maggio 2015. Il mio amico Giacomo torna a casa dopo due anni passati tra Australia e Asia. Quanto mi sei mancato! Passano due mesi, lo vedo che è già annoiato.

“Pronto, Jebo? Ciao sono Valentino. Senti un po’, voglio proporti una cosa. Che ne dici di andare a Berlino?”
Pronta la sua risposta: “Va bene, fammi tirare su un po’ di soldi e poi si va. Ciao.”
“No, aspetta, non hai capito. Voglio andare a Berlino in bicicletta”
“Sei un pazzo. Ok, ci sto.”
Passa nel frattempo un anno, tra lavori, amori e studio.
“Allora, ci eravamo promessi una cosa, giusto?” “Giusto.”

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I preparativi. Estate 2016. Okay, ci serve tutto, in primis la bici. Dobbiamo andare a comprarla!
“Aspetta, che all’università mi hanno spostato un esame a settembre.”
21 settembre 2016. È il grande giorno, quello della partenza dei due giovani pazzi che intendono partire da Terragnolo, un piccolo paese in provincia di Trento, alla volta di Berlino.
“Siete matti, non arriverete mai” – dicevano – “Già tanto se arrivate a Bolzano, ma dove andate, prendete l’aereo piuttosto, in bici non ce la farete mai.”
Tutto mi scivola addosso. E, credetemi, sono sensibile io. Ma questa volta no, sono impermeabile, non voglio farmi condizionare da nulla e da nessuno, mi fido solo di me stesso.
Goodbye everyone, si parte! Carichi come due sherpa con zaino, borse, tenda e sacco a pelo, saliamo sui nostri muli, pronti a scalare le temute Alpi, trasformatesi in un vero e proprio spauracchio nei giorni precedenti la partenza.

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Percorso, tappe ed imprevisti. Rovereto, Trento, Salorno, Egna. Per il primo giorno può bastare, in fondo sono una settantina di chilometri, la media giornaliera che dovremo mantenere per tutto il viaggio.
“Va bene, dove dormiamo?”
“Senti, cerchiamo un posto un po’ appartato”.
“Quel vigneto là mi sembra ottimo, almeno siamo riparati da un’eventuale pioggia”.
“Jebo! Svegliati, stanno arrivando i vendemmiatori, meglio non farci trovare qui!”
Si riparte, passiamo da Bolzano per due foto veloci e poi dritti verso Bressanone. Ad accoglierci per la notte questa volta è un parco pubblico.
Ore 7.15. Un ticchettìo improvviso e deciso inizia a pizzicare la nostra tenda, facendosi sempre più insistente. Buongiorno, sta piovendo? Apriamo la tenda e scopriamo di essere circondati dalle girandole dell’impianto d’irrigazione. Jebo, chiudi la tenda che dormiamo ancora un po’.
Prossima tappa Vipiteno, dove finalmente troviamo un campeggio. Tutto bene, se non che il mio ginocchio (traballante da qualche settimana) inizia a scricchiolare. Ahia. Dormiamo che è meglio, domani è un altro giorno.
Oggi, amico mio, lasciamo l’Italia. Direzione Innsbruck!
Aaaah, l’Alto Adige, che posto magnifico, e che paesaggi colorati! Dopo aver fatto abbastanza salita per i nostri gusti e per il nostro non allenamento pre-partenza, incontriamo la non dogana e i non controlli al pauroso confine tra i due Stati. Ci ritroviamo in Austria senza nemmeno accorgercene! E giù a tutta birra, 30 km di discesa fino ad Innsbruck, dove decidiamo di fermarci per due notti all’ostello della gioventù, in maniera tale da poter riposare le gambe e soprattutto il sedere.
Ora bisogna seguire la strada per Monaco, che c’è l’Oktoberfest. Allunghiamo di un centinaio di km o più, ma dato che siamo di strada (….!) è d’obbligo fermarsi. C’è da fare un giro strano, cavolo, ci sono questi parchi naturali e bisogna aggirarli. Passiamo la notte a Kufstein, la passiamo in un praticello di dubbio gusto. Ore 06.30. Un simpatico ma snervante concerto di corvi mi costringe ad aprire gli occhi alle prime luci dell’alba. Jebo, come al solito, se la dorme e non sente nulla. Boh (Je). Fa abbastanza freddo stamattina, per fortuna una coppia di anziani ci porta una tazza di the che ci riscalda. Che cari..! Buongiorno! Tocchiamo poi Rosenheim e in seguito decidiamo di fermarci da Maurizio, un ristopizzeria ubicato nel paesino di Grosshelfendorf. I proprietari sono simpaticissimi e le porzioni sono abbondantissime. La notte, questa volta, la trascorriamo nel giardino di una villetta che, al mattino, scopriamo essere lo spogliatoio di un’associazione tennistica.

Ora ci aspetta l’Oktoberfest. Attraversiamo tutta Monaco per arrivare in questo bellissimo campeggio. Oh, stasera ci si diverte! Tra una caraffa e l’altra passiamo due giorni in questi enormi tendoni, pullulanti di gente e di alcool.
Non è facile ripartire. Decidiamo di fermarci a Freising, dove troviamo un posticino niente male. Il campo di una fattoria. Il risveglio è traumatico, alle 7.00 sono 3 gradi, c’è la brina e una nebbiolina bassa.
Prossima tappa Regensburg. Ci arriviamo alle 8 di sera, sta piovigginando. Bisogna trovare un ostello, stavolta. Il proprietario del Brook Lane ci dice che è tutto pieno, essendo sabato.
“Ragazzi ho una proposta speciale per voi. Potete dormire nella lavanderia, ci sono i materassi e il bagno. Lavatevi e uscite a divertirvi che è sabato sera. Domattina riportatemi le chiavi!”
Increduli e senza pagare un centesimo, lo ringraziamo…ma dove trovi persone così?
Riportiamo le chiavi e ripartiamo. Le nerissime nuvole promettono tutt’altro che il sole, e infatti, poco dopo…. vabbè. È domenica, attenzione, i supermercati (nostro punto fidato di rifocillamento) sono chiusi! Pedala, pedala… mezzogiorno, le una, le due… tutto chiuso. Per oggi ci si ciba di cioccolata, comprata il giorno prima. Arriviamo a Schwandorf. Jebo, mi rifiuto di montare la tenda con questo freddo. Andiamo in stazione a dormire. Passiamo la notte al freddo, sulle panchine. Ora capisco cosa si prova ad essere un senzatetto. Le ore stentano a passare, alle prime luci dell’alba ci rimettiamo in sella. Ma che cavolo, oggi è festa per i tedeschi! Evviva, un’altra bella giornata, tra pioggia freddo e digiuno. Nel frattempo il raffreddore si impossessa del mio corpo, indebolendolo sempre di più. Strade infinite, sterrati, boschi, colline.. arriviamo a Kaimling, questa volta ci possiamo permettere una pensione. Sfiniti da questi due giorni da incubo, ci prostriamo dinnanzi al Dio letto. Dopo 15 ore di dormita si riparte, prossima tappa Wiesau. Ci riposiamo in una modesta pensione gestita da un tizio tuttofare: reception, cuoco, barista, uomo delle pulizie!

Giungiamo ad Hof. Le 20.00. È notte e siamo bagnati fradici. Arriviamo all’ostello della gioventù, “la reception è chiusa dalle 19 alle 22”.
Mah…Ok, aspettiamo. Nel frattempo prendiamo un trancio di pizza, la mangiamo lì, su una poltrona all’ingresso. Non entra e non esce nessuno..
Le 22.15, ancora nessuno.
Le 22.30, ok vado a perlustrare. Magari trovo qualche fantasma o qualche cadavere. Niente di niente. Solo disordine. Ok, doccia.
Le 23. Nessuno. Bene, stanotte si dorme sulla poltrona.
Le 23.01. La poltrona è scomoda, meglio trasferirsi in sala da pranzo, che lì ci sono le cassapanche. Così possiamo stendere le cose bagnate.
Le 1.00. Due persone entrano sghignazzando e se ne vanno.
Le 6.00. Una signora entra in sala da pranzo, si prende la thermos e se ne va.
Le 6.20. Fuori sono 3 gradi. Un uomo in maniche corte entra all’ostello, va in bagno e se ne va.
Le 6.30. Jebo, andiamocene.
La giornata è iniziata molto presto, ne approfittiamo per puntare Zwickau. Arriviamo in questa pensione. Si respira un clima anni ’30. Il legno, le porte, la moquette, tutta roba autentica. Usciamo per la cena. Pensate, alle 21.30 troviamo una città di 150.000 abitanti completamente deserta, nemmeno un ristorante aperto. Per farvi capire la desolazione, nemmeno i kebabbari. Ossessionati dalla paura di rimanere senza cena, ripieghiamo sull’unico posto aperto, un minimarket di una stazione di servizio.
È mattina, per il quinto giorno di fila piove. Il morale è abbastanza basso, ci mantiene in vita soltanto il desiderio di arrivare a Berlino. Arriviamo a Borna e il giorno seguente decidiamo di fermarci una giornata a Lipsia.
“Lipsia, ci vai molto vicino, ma ancora non sei Berlino”. Ormai ci siamo, dopo aver passato la notte a Torgau, Potsdam è l’ultima tappa. Non sto più nella pelle. Piove anche oggi, ma chi se ne frega. Si parte.

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BERLINO, 11 ottobre. Una scarica di pelle d’oca mi percorre la schiena da cima a fondo, il cuore inizia a battere, gli occhi si riempiono di lacrime, in gola il magone. Ma ce l’abbiamo fatta davvero Jebo? Ancora non ci credo. Ripenso ai vari paeselli dispersi, le sterminate piantagioni di mais e le infinite campagne teutoniche, le grandi città, i deliri improvvisi di Jebo e le notti passate in tenda, in campeggio, in ostello abbandonato, in stazione, in lavanderia; un sacco di persone provenienti da ogni parte del mondo, ognuno con la propria storia (malgrado ci sia ancora gente che pensa ai muri, al filo spinato, ai confini, alle ruspe).

Cosa rimarrà? Beh, Berlino. Non so davvero spiegare che cos’ha in più delle altre città. È come se fosse avvolta da questo alone fatto di arte, di libertà, di rispetto, di..di..di.. ecco, di questa cosa qua, che non si riesce a spiegare a parole. E questo penso sia stato il motivo principale che mi ha supportato durante quelle due settimane di pedalata. Già, perché non è facile. Pensateci. Ti trovi là, in aperta campagna, dopo giorni e giorni che hai il sedere su quella bici, dolori ovunque. A chi non verrebbe la malsana idea di prendere a sprangate la bici e gettarla in un fosso?

Ecco, quindi..questo viaggio mi ha fatto capire un po’ come funziona.
Un obiettivo fisso in testa, fatiche e sacrifici, risultati. Ed è allora che poi te la godi fino in fondo, perché entrare a Berlino con quella cavolo di bici sapendo tutto quello che hai passato per arrivare fin lì, davvero, non ha prezzo.

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