Il Fight Club di Berlino dove le donne imparano a dominare gli uomini

Viaggio nel Female Fightclub Berlin, dove Anna Konda e le sue lottatrici liberano gli uomini dall’obbligo di essere il sesso forte

«Prima regola del Fight Club: non si parla mai del Fight Club». Cominciava così il decalogo di Tyler Durden-Brad Pitt in uno dei film cult degli anni ’90. Se la destrutturazione dell’io consumista e ossessionato dall’autoperfezionamento, la clandestinità e l’esclusiva presenza maschile regolavano le scazzottate nella pellicola di David Fincher, a Marzahn, estrema periferia berlinese, vigono principi molto diversi. In questo quartiere abbastanza surreale – sorta di Contea tolkeniana piena di casette silenziose immerse nel verde, ma pure teatro di proteste neonazi – sorge infatti il Female Fightclub Berlin, una minuscola palestra dove donne di tutto il mondo, indipendentemente dall’età, dal peso e dalla tecnica di lotta, possono allenarsi, sfidarsi sul tappeto, imparare a dominare gli uomini. Ci si arriva non senza qualche difficoltà, attraversando un enorme parco-condominio molto curato, ma così silenzioso e deserto da sembrare lo scenario di una post-apocalisse zombie. Si varca un portone blindato, e si accede a un edificio che ospita un po’ di tutto: uffici, garage, persino una fabbrica che produce bambole gonfiabili.

Il Female Fight Club Berlin e Anna Konda

Dietro una delle porte al pianterreno si cela il regno di Anna Konda, fondatrice e domina incontrastata del Female Fightclub Berlin. Anna è un donnone biondo di 112 kg. Sembra una valchiria uscita fuori da una fantasia wagneriana. Ha lo sguardo aperto e una posa maestosa, nonostante i suoi 163 cm. Arriva all’appuntamento con un ritardo poco teutonico, ma si fa subito perdonare per la sua simpatia e la sua risata singolare, cristallina e nervosa insieme. Il nome d’arte Anna Konda – nessuna delle fighter del club rivela la sua vera identità e la sua età per motivi di privacy – nasce dalla straordinaria forza delle sue cosce, con le quali disintegra meloni a titolo dimostrativo e stringe la malcapitata o il malcapitato di turno in una morsa molto simile a quella di un boa constrictor. Anna, che un tempo era un’esile ragazzina cresciuta nel grigiore DDR, oggi solleva 620 kg di leg press, piega massicce sbarre di acciaio e padroneggia diverse tecniche di lotta. È una dominatrix, termine che nel gergo BDSM designa la mistress in un rapporto di sottomissione, ma lei preferisce indubbiamente definirsi un’amazzone, la donna guerriera della mitologia greca che non temeva alcun confronto con gli uomini.

Konda

La storia di Anna e l’incontro con Red Devil

«È a mio marito che devo la trasformazione», spiega. «È lui che mi ha avviato al body building e alla lotta, oltre a essere il mio manager e il mio più grande fan. Dipendesse da lui, dovrei mettere ancora più massa», dice ridendo. «In breve tempo», continua Anna, «ho cominciato a crescere, mi sono vista bene nel mio nuovo corpo e da allora non ho più smesso». Il Fight Club è arrivato più tardi, nel 2010. Anna lo ha fondato insieme a Red Devil, fighter russa esperta di arti marziali e sua principale sparring partner. Anche lei arriva con un po’ di ritardo, e si cambia trafelata per la sessione. È una ragazza minuta, energica, che ti guarda con occhi vispi e indagatori. Anna l’ha trovata postando un annuncio su un sito lesbo e da allora si allenano insieme regolarmente. Red Devil è originaria di Mosca, ha studiato chimica e parla fluentemente tedesco e inglese. La sua tecnica di lotta è molto differente da quella di Anna Konda, è molto più rapida e ovviamente meno fisica, ma sul tappeto tutto questo conta poco. Ciò che importa è sopraffare l’avversaria con ogni mezzo lecito, che si tratti di leve, prese o calci mutuati dalla kick boxing. Le regole sono pochissime, e spesso oggetto di contrattazione flessibile: normalmente è vietato sputare, mordere, graffiare e, quando l’avversario è al suolo, si contano i cinque secondi, poi il match è finito. Lo stesso succede se uno dei contendenti batte il palmo sul tappeto in segno di resa.

Le regole del Fight Club

Sul ring del Berlin Female Fight Club si sono sfidate donne provenienti dagli Stati Uniti, dalla Bulgaria, dalla Bielorussia, dall’Inghilterra. Alcune ragazze si allenano a Marzahn regolarmente, altre sono ospiti in visita durante le loro tournée. Tra le “veterane” ci sono Alexa, ex vogatrice che supera i 190 cm, e Rocket, una silenziosa ragazza russa con un fondo di malinconia nello sguardo, che però sul tappeto diventa una forza della natura in grado di mettere in difficoltà persino Anna Konda. L’articolazione del Fight Club è chiara: le ragazze lottano tra loro, in un miscuglio di tecniche e categorie di peso, con l’obiettivo di prevalere, non di infliggere dolore. «Non siamo mica un club di masochiste», scherza Anna. Gli uomini di solito si limitano semplicemente a fare da spettatori. Trovano avvincente guardare delle donne forti, allenate, muscolose che combattono tra loro. C’è sicuramente una componente erotica ed esibizionistica nella lotta, sottolineata dall’uso di corpetti e di altri abiti di scena che si possono tranquillamente definire fetish. Qualcuno, a volte, vuole anche confrontarsi con Anna e le altre amazzoni: per mettersi alla prova atleticamente, o perché trova eccitante essere dominato.

Potsdamer

Il Submission Wrestling e le Dominatrix

Si tratta di un desiderio più comune di quanto si pensi, come testimonia l’esistenza di un vasto mercato di session wrestlers, donne che impartiscono a pagamento sessioni di dominazione. Si va da match sostanzialmente simulati in cui, come in una sorta di gioco di ruolo, vengono messe in atto le fantasie di sottomissione del cliente, fino a incontri semi-agonistici o agonistici. La prestazione, comunque, non sfocia quasi mai in un rapporto sessuale. Molte di queste virago offrono i loro servizi su appositi siti internet e girano per il mondo incontrando gli uomini interessati. Sulla scena berlinese, ad esempio, opera Julia Chokes, studentessa 21enne che nel tempo libero pratica sessioni di submission wrestling, Jiu Jitsu e MMA. Anna Konda non rientra ufficialmente nella lista online, ma anche lei soggioga volentieri i maschi. Una delle sue specialità è il lift and carry, una tecnica consistente nel sollevare e trasportare gli uomini che lo richiedono. Per molti si tratta di una vera e propria fantasia sessuale, con tanto di sottocategorie e posizioni preferite, come è possibile constatare facendosi un semplice giro su YouTube: alcuni vogliono essere cullati in un abbraccio dolce, quasi materno, mentre altri si prestano a prese più plastiche e brutali.

L’antecedente storico: le Frauenringen della Berlino di inizio Novecento

Chi guardasse alle session wrestlers o al club di Marzahn con il metro del buon borghese, per dirla con De Andrè, potrebbe ricavarne l’impressione di un improvvisato circo di freaks, di fenomeni da baraccone in cerca di visibilità o di qualche soldo facile. Ma in realtà Anna Konda è una donna libera e intelligente, che fa il mestiere che ama e dice quello che pensa. Nel suo modo di lottare non c’è nulla di truce o frustrato. Piuttosto, sul tappeto appare come una regina fiera che cerca e offre qualcosa di terapeutico, per sé e per l’avversario. E Anna sa perfettamente come strutturare il suo club. Il suo primo riferimento sono i Frauenringen della Berlino di inizio Novecento, ring su cui si esibivano donne di solito provenienti dai ceti bassi. Le ritraeva spesso Heinrich Zille, l’artista del sottoproletariato della Alt-Berlin: lottatrici incredibilmente forti, che indossavano i loro corsetti e, durante le feste popolari, sfidavano il pubblico maschile delle Kneipe e delle osterie in cambio di qualche pfennig. In caso di vittoria, l’uomo guadagnava 100 marchi, una cifra considerevole per l’epoca. Ma non succedeva quasi mai. È a questo modello di fierezza e di fiducia nei propri mezzi che si ispira Anna Konda, ritenendosene l’ultima erede. Della Berlino di allora rimpiange anche una relazione con il corpo e con la nudità per certi aspetti molto più naïve e spensierata di quella odierna, perlomeno all’interno della classe operaia. Le caricature di Zille rivelano corpi nudi e seminudi dalle forme felliniane, in bella mostra in riva ai laghi berlinesi durante la stagione estiva. Nessuna traccia di ossessione per la magrezza o per la perfezione estetica. Le anima, invece, una sessualità boccaccesca e spontanea, molto diversa da quella ipertrofica e plastificata dei tempi di Tinder, spesso paradossalmente schermo di gigantesche insicurezze e inibizioni.

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© Heinrich Zille

La filosofia di Anna Konda

Su tali basi Anna Konda propone un ideale di bellezza femminile anticonformista, indifferente ai canoni skinny che condizionano milioni di ragazze in tutto il mondo: «Oggi si è considerate belle solo se si è magre. Io punto proprio a modificare questa convinzione. Mostro il mio corpo muscoloso e migliaia di persone guardano i miei video e mi scrivono, provando che gli uomini trovano attraente questo tipo di fisico». Mediante il Fight Club, Anna vuole far scoprire alle donne un potenziale che appartiene loro da sempre: «Le donne sono sempre state forti, non lo sono diventate. Per secoli hanno dovuto lavorare nei campi, svolgere mansioni spesso più dure di quelle degli uomini». A suo modo di vedere, i ruoli di genere e le etichette di vittima e carnefice tristemente confermate dai fatti di cronaca si sono ormai cristallizzati solo perché la donna ha permesso che ciò accadesse, senza farsi carico del suo destino.

Un femminismo sui generis

Ma guai a chiamarla femminista: è una definizione che rifiuta categoricamente. «Sono un’assoluta antifemminista. Secondo il femminismo, gli uomini avrebbero sempre oppresso le donne, che poi finalmente hanno aperto gli occhi, si sono ribellate e hanno deciso che il maschio è cattivo. Mentre la donna è sempre buona e vittima. Un tale modo di vedere per me è spazzatura». Di fatto, però, il suo è un femminismo sui generis, che adotta soluzioni originali a molti dei problemi classici su cui si è impantanato il movimento di emancipazione militante, di scuola. Il maschio, ad esempio, non è per Anna Konda il nemico, ma la prima vittima del patriarcato: «Voglio liberare prima di tutto l’uomo dalla pressione sociale che gli impone di essere il sesso forte. I maschi sanno di non essere i supermen che la società vorrebbe che fossero. Ed è qui che arriva il mio messaggio: siete più deboli di me, ma non fa niente, è del tutto normale. Quando vi domino fisicamente, non è perché voglio umiliarvi; mentre giacete sotto di me, io vi libero in qualche modo da un fardello atavico. Ripristino semplicemente la normalità, per cui possono esserci donne forti e uomini deboli. Non è che chi perde valga di meno. Può essere davvero liberatorio farsi sciogliere da queste catene».

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Corpo nudo e mercificazione

Anche sulla questione del corpo, della sessualità e di quella che un tempo si sarebbe chiamata reificazione, Anna Konda rifiuta qualunque approccio bacchettone o moralista, inserendosi in una diatriba che parte almeno dagli anni Settanta e giunge fino ai dibattiti odierni su femminismo e pornografia e alle provocazioni di Valentina Nappi, la pornostar femminista. Per superare lo svilimento del corpo femminile a oggetto sessuale non bisogna secondo Anna necessariamente censurarlo. Basta invece trasformarlo in soggetto attivo – nel caso di Anna Konda potente, strabordante – da riaffermare attraverso una sua iperesposizione esibizionistica.

Un modello virile di potere

È forse però sulla vecchia dicotomia tra femminismo della parità e femminismo della differenza che la Weltanschauung di Anna Konda inciampa in qualche aporia. La sua è una sorta di volontà di potenza muliebre, ma dall’impostazione bidimensionale, riduzionista, quasi dimentica della psiche: «Se sei debole fisicamente, lo sei anche psicologicamente. Ma se ti alleni, diventi forte, raggiungi i tuoi obiettivi, smetti di essere vittima». Così, nonostante l’empatia per il maschio frustrato moderno e la pietas insita nelle sessioni di sottomissione, Anna rischia di ricadere in un modello virile e patriarcale, che non rifiuta il concetto di potere e lo fa coincidere per larghi tratti solo con la forza fisica e il dominio. Per i tanti che le scrivono, anche dall’Italia, la sperduta palestra di Marzahn continua in ogni caso a rappresentare una prospettiva allettante, dove sperimentare la supremazia di un’amazzone. «Qui lo si può fare in serenità», dice Anna sorridendo, «magari mentre la propria donna assiste alla sessione gustandosi un bel bicchiere di spumante offerto da noi».

Tutte le immagini di Anna Konda ©  Female Fightclub Berlin

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Gianpaolo Pepe

Dottorando di ricerca in scienze sociali e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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