«Noi donne italiane in Germania qui siamo premiate in settori che da noi ci sogniamo»

Donne Mobili

Nel 2014 a Berlino il 56% dei nuovi emigrati dall’Italia sono state donne.

Per la prima volta sono più le donne italiane a cercare una nuova vita a Berlino che gli uomini. Ci siamo chiesti quanto questo fosse uno scenario inedito e lo abbiamo chiesto a Lisa Mazzi, in occasione della presentazione del suo libro Donne Mobili, Die Frauenmigration von Italien nach Deutschland 1890-2015, riedizione in tedesco aggiornata del libro già pubblicato in italiano per la Cosmo Iannone Editrice.

Lisa Mazzi vive a Berlino dopo aver insegnato molti anni all’Istituto di Linguistica Applicata dell’Università del Saarland, e qui presiede all’associazione Rete Donne Berlino, per la quale ha curato la mostra «Erfüllbare Träume? Italienerinnen in Berlin» al Museum Europäischer Kulturen (qui una rassegna fotografica che Berlino Magazine e ha dedicato alle fotografie di una delle artiste esposte, Giulia Filippi), ancora visibile fino al 28 Marzo 2016). La incontriamo in occasione della riedizione in lingua tedesca, aggiornata al 2015, della sua ricerca dal titolo «Donne Mobili»: storie di donne che dalla fine dell’800 ad oggi lasciano il loro paese, per ricerca o per fuga, e vengono a vivere in Germania.

Siamo abituati a figurarci l’emigrazione femminile storica come un seguito di quella maschile, ma non come scelta autonoma o di emancipazione. È possibile dire che si tratti di una distorsione del nostro sguardo?

Secondo una statistica del 1890 del Nordrhein-Westfahlen i migranti solitari italiani erano 2017 di cui 258 donne, che partivano da sole. Basterebbe questo per sfatare il mito delle donne sedentarie, che viaggiavano solo per ricongiungersi alle loro famiglie, e inoltre 78 minori, che non erano figli di queste donne, ma bambini che andavano da soli per il mondo.Nel 1901, in una statistica del Granducato del Baden, c’erano 415 bambini sotto i 14 anni, che arrivavano con passaporti falsi, di cui 316 ragazze. Molte di queste ragazze vendevano castagne di inverno, gelati d’estate, lasciate da sole la notte, esposte alle violenze, prive di ogni tutela legale, c’era anche allora il racket della prostituzione e molte di queste ragazze finivano per strada, esposte a violenze e malattie, senza alcun tipo di assistenza. L’Italia per parte sua adottava una politica che evitava di lasciar partire donne da sole, ma questi divieti venivano aggirati.

Queste donne erano spesso artiste, ballerine, artiste di strada o donne di circo, addestratrici di piccoli animali come cani o scimmie, musiciste o ballerine. O donne friulane, le Krämerinnen, che venivano con il loro carretto, vendendo piccoli manufatti, a volte da sole, o portando con sé i bambini nei loro carretti attraversando le Alpi. Donne che hanno sempre lavorato, anche quelle che venivano a seguito di un coniuge, che venivano impiegate nell’industria tessile del sud della Germania, nella manifattura degli orologi nella Foresta Nera o in quelle dei laterizi, che erano molto richieste in Germania perché prendevano un terzo degli uomini. E questo continua ad essere vero nel tempo. È possibile dire che il miracolo economico tedesco degli anni 60, sia stato finanziato dal lavoro femminile sottopagato.

Donne e Emigrazione

Perché manca una narrazione di questa storia del lavoro femminile?

È una storia poco raccontata perché intanto la maggioranza era costituita da uomini ed erano anche quelli con maggiore visibilità, quindi i media dell’epoca fotografarono questa immagine dell’uomo giovane e muscoloso, il bruno in canottiera e con la valigia di cartone; del resto mancavano luoghi di aggregazione per le donne; erano lavoratrici che lavoravano a cottimo, chiuse nei luoghi di lavoro, che quindi non avevano visibilità all’esterno. E se non c’è visibilità non c’è narrazione, la donna invisibile non è né oggetto né soggetto di narrazione.

Quando sono state adottate le prime politiche di tutela o integrazione?

Alla fine dell’ottocento non c’era nessuna misura di tutela. La migrazione era una migrazione per mendicità, erano registrate se avevano un’attività, ma non avevano nessun’altra possibilità di assistenza. Ci sono dei casi drammatici, c’è la storia di una donna, ritrovata negli archivi di Francoforte che aveva perdite di sangue, probabilmente per un aborto procurato, e non aveva nessuna possibilità di cura. Questa donna scrisse al console italiano che pagò le cure. Non sappiamo cosa ne fu. In seguito i lavoratori verranno tutelati dagli accordi bilaterali del 1955 che sono fatti sul calco di quelli del 1937 tra Mussolini e Hitler, per cui i lavoratori regolari avevano gli stessi diritti e doveri dei lavoratori tedeschi. Erano i famosi Gastarbeiter, e prima di allora si chiamavano Fremdarbeiter. Nella seconda odata del 55-60, c’erano però molti lavoratori che arrivavano per canali irregolari.

Arriviamo a tempi più vicini a noi. Sembra insomma che siano più gli elementi di contatto che di divergenza tra l’emigrazione storica a quella attuale.

Fondamentalmente potremmo dire che per alcune donne non sia cambiato niente. Erano le donne che volevano vedere il mondo, cambiare la propria posizione, trovare un lavoro remunerato. Realizzarsi in un altro modo. O donne che fuggivano, per esempio ragazze madri che vivevano nella società dell’epoca delle situazioni di emarginazione, o semplicemente che volevano lavorare per avere soldi, per esempio c’erano quelle che venivano per lavorare il tempo necessario per farsi una dote per potersi sposare. Erano donne molto coraggiose dati i pericoli che si correvano allora, anche solo per viaggiare. Quello che cambia veramente è la globalizzazione del mercato del lavoro, la facilità di viaggiare e le strutture del paese di accoglienza, e in parallelo aumenta il numero delle donne fino ad arrivare ad oggi in cui si è realizzato il sorpasso almeno a Berlino, polo di attrazione per artisti e lavoro culturale.

Mentre nel resto della Germania si tende più a richiamare la tipologia di lavoro qualificato, Berlino richiama un’altra tipologia di lavoratori, che però ci sono sempre stati, alla fine dell’ottocento abbiamo la prima ballerina del teatro di Dresda italiana, perché la Germania era comunque un paese che richiamava certi settori, come durante gli anni 30 lo sarà il cinema e oggi è Berlino, con la differenza che oggi viaggiare è diventato molto più facile ed economico, nessuno rischia più la vita per attraversare le Alpi a piedi, e il paese ha capito che i lavoratori non sono ospiti ma cittadini con pieni diritti.

Lisa Mazzi

Donne Mobili. Die Frauenmigration von Italien nach Deutschland 1890 – 2015, Shaker Media, 2015

Acquistabile online qui

Versione italiana: Donne Mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania (1890-2010), Cosmo Iannone Editore, 2012

 

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Immagine di copertina :© Haus der Kulture der Welt – Lawrence Murray  CC BY SA 2.0

One Response to “«Noi donne italiane in Germania qui siamo premiate in settori che da noi ci sogniamo»”

  1. berlinese

    Sarebbe bello se anche l’Italia comprendesse che gli immigrati “non sono ospiti ma cittadini con pieni diritti”…..

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