A Berlino torna la Sei Giorni, leggendaria competizione su pista che unisce ciclismo e spettacolo

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Dal 28 gennaio al 2 di febbraio, al Velodromo di Prenzlauer Berg (Paul-Heyse-Straße 26) andrà in scena la 105a edizione della Sei Giorni di Berlino, la leggendaria “Sechstagerennen”. Per “Sei Giorni” si intende una serie di competizioni a coppie di ciclisti che si svolgono per altrettanti giorni sulla pista di un velodromo. La Sechstagerennen di Berlino è la più antica manifestazione di questo genere in Europa: la prima edizione si disputò nel 1909, nella sala esposizioni dello Zoo di Berlino. E da allora, guerre e riunificazione delle due Germanie a parte, è sempre rimasta in calendario come gran finale di una stagione che, ai tempi d’oro, prevedeva tappe a Dortmund, Monaco, Colonia, Brema, Stoccarda, senza dimenticare le gloriose kermesse di Münster e Lipsia.

Il format. La Sei Giorni prevede gare a go-go da fine pomeriggio a tarda notte che si alternano a esibizioni, performance canore, celebrazioni di ogni tipo con gli spalti preda del popolo e il parterre riservato a vip, sponsor e stampa con tavoli e servizi di ristorazione di prim’ordine. Sottofondo? Musica a palla con successi nazional-popolari di ogni epoca, intermezzi frequentissimi di Can-Can e speaker logorroici che urlano continuamente Sechs-taaaage-renneeeeen!

La storia della competizione. Un mondo, se torniamo al primo dopoguerra, fumoso, ebbro di champagne, di attrici di rivista e star internazionali, in cui i ciclisti rappresentavano il clou in quanto un po’ acrobati, un po’ corsari, un po’ ingaggiati, un po’ comprati. Pistard giramondo che partivano per tournée infinite tra New York, Melbourne, Bogotà, Algeri, Parigi, dormendo nei palazzetti per la paura di essere derubati dell’ingaggio e vendendosi tutto, bici compresa, prima di tornare nel loro paese. Da fumoso, questo mondo è oggi appannato: mancano i protagonisti, i soldi sono quelli che sono e così tanti appuntamenti non si celebrano più. Sopravvivono solo le piazze di grande tradizione, come Amsterdam, Gand (grazie alla festa della birra), Copenaghen e appunto Berlino che, per dirla con Silvio Martinello, quattro volte vincitore nella capitale, «è un po’ il Campionato del Mondo delle Sei giorni».

Le gare di cui si compone la Sei Giorni. Sono l’Americana serale, il fulcro di ogni Sei Giorni, seguita dalla Corsa a punti, l’Eliminazione, il Derny, lo Scratch e il Giro lanciato. Ai più questi termini diranno poco, per cui vale la pena accennarne. Americana (o Madison): è una specialità di corsa a punti a coppie. Ci si alterna in pista su un numero di giri prefissato, variabile a seconda della lunghezza della pista. Lo scopo è “prendere giri”, ovvero avvantaggiarsi sulle altre copie con uno scatto utile a guadagnare un intero giro. Ai giri si aggiungono gli sprint intermedi, anch’essi validi ai fini del punteggio finale. Corsa a punti: si corre in gruppo, tutti insieme e ogni corridore fa punti per la coppia, attraverso i punti guadagnati negli sprint e in caso di ottenimento di un giro di vantaggio. Eliminazione: si corre sempre in gruppo e singolarmente. Ogni giro, o due, l’ultimo a passare sul traguardo viene eliminato. Scratch: si gareggia sui 15 km. Chi viene doppiato è eliminato. I punti si calcolano in base all’ordine d’arrivo.Derny: ciascun corridore è preceduto da una moto cui è attaccato un rullo, il corridore ne sfrutta la scia toccando velocità vicine agli 80 km/h. In caso di cadute senza gravi conseguenze, il corridore incidentato può sostare in cabina e la coppia viene neutralizzata, vale a dire che in pista va il socio senza possibilità di gareggiare per i punti. Ma deve stare in gruppo.

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Photo © Dexte-r

L’intervista a Silvio Martinello. Di Sechstagerennen abbiamo chiacchierato con Silvio Martinello, il cui palmarès su pista conta 28 Sei Giorni, un oro olimpico (nell’inseguimento, ad Atlanta 1996) e 5 titoli mondiali.

Prima volta a Berlino?
Piuttosto tardi, nel 1998. Per diversi anni non si è disputata perché stavano costruendo il nuovo velodromo. Ho vinto in coppia con Marco Villa e ho apprezzato subito l’ambiente berlinese, decisamente speciale rispetto ad altre Sei Giorni.

Il pubblico qui è piuttosto esigente.
Esatto, e molto competente. Vuol fare festa com’è giusto ma desidera spettacolo. A Brema, ad esempio, la Sei Giorni è all’interno di una fiera e il pubblico è più generalista, non è lì esclusivamente per noi corridori.

Pregi di questa Sei Giorni?
In un velodromo nuovissimo, interrato, stracolmo in ogni ordine di posto. Quel che sorprende, soprattutto chi è abituato alla strada, è l’effetto stadio. La gente urla, grida, incita, batte le mani, i piedi. Mentre si va a 40-50 km/h. È difficile spiegarlo.

Qui hai vinto con Villa, compagno di mille avventure, ma anche con Rolf Aldag, uno stradista.
Io ero molto esperto e uno dei nomi forti del circuito. Ero considerato un “taxi”: quello da affiancare alla stella della strada ingaggiata per l’occasione ed evitare che facesse brutta figura, come Aldag. Un po’ come faceva il grande Ferdinando Terruzzi (due volte primo qui a Berlino nel 1949 e nel 1955, nda) che accompagnava Coppi nelle Sei Giorni in giro per l’Europa. Perché la pista non si può improvvisare, per risalire un gruppo bisogna avere timing, colpo d’occhio, conoscere gli avversari. E i “buchi” non si trovano solo con le gambe, ci vuole esperienza.

Giornata tipo?
Sveglia dopo pranzo, massaggi intorno alle 15, alle 20 in pista fino alle 3 del mattino. Poi cena, da italiani ovviamente, magari all’interno del Velodromo. Ricordo il proprietario del ristorante “Piazza Italiana”: durante la Sei Giorni gestiva le libagioni per i vip. Si faceva festa da lui e si andava a letto all’alba. Per scoprire Berlino ci sono dovuto tornare senza gareggiare.

Ricordi particolari?
Un anno fui votato dalle fanciulle del pubblico “Chiappe più belle della Sechstagerennen“. Ne vado molto fiero ovviamente. Scherzi a parte, nel 2003 disputai proprio qui la mia ultima Sei Giorni prima di ritirarmi. Mi trovavo in testa, prima della finale, e l’organizzazione mi ha dedicato un un tributo indimenticabile. Anche il pubblico partecipò, alzandosi all’unisono in piedi per un applauso durato dieci minuti. Da brividi. Poi purtroppo persi, in favore della coppia svizzera, Betschart e Risi, quest’ultimo altro grande esponente di quella brigata della pista, ora un po’ in crisi.

Cosa è successo?
Mancano i personaggi. La stagione su strada ormai inizia a gennaio, in Australia e Sud America; continua a febbraio in Medio Oriente e a marzo si fa sul serio in Europa, dove ci sono le classiche che contano. I ciclisti snobbano la pista perché si dice non sia compatibile e perché gli ingaggi si sono ridotti notevolmente. E senza i big manca lo spettacolo, fattore molto importante per queste manifestazioni.

Cosa si intende per spettacolo, su una pista di un velodromo?
Prendiamo ad esempio l’Americana, la competizione principe di una Sei Giorni. Noi all’epoca montavamo il 52×16, un cambio agile che – per capirsi – usano normalmente in categoria allievi. Ora si hanno certi rapporti lunghi che puoi solo pedalare forte. Noi con il nostro tenevamo andature comunque alte, sui 54-55 km/h, ma mantenevamo un po’ di freschezza per degli scatti improvvisi. Io ero bravo nella doublette: quando ti dai il cambio con il compagno, torni in pista e prendi subito un giro con uno scatto portentoso, ma appena torni in gruppo, sorprendi nuovamente gli avversari guadagnandone un altro. È un gesto spavaldo, coraggioso che in un catino come il velodromo, con il pubblico che capisce le tue intenzioni, magari durante la finale, viene esaltato da fischi e urla. Anche proporsi in avanti, in piedi sulla bicicletta, e arrivare a toccare quasi con il naso il tubolare della ruota anteriore era assai apprezzato. Lo faceva sempre Terruzzi, passato alla storia come “Gatto delle Sei Giorni” perché si infilava dappertutto. Anche io mi ero specializzato e quando uscivo “in caccia” (termine che esemplifica l’intenzione di guadagnare un giro sul gruppo, nda) era diventato il mio marchio di fabbrica. Non pensate sia così facile, a quella velocità ti viene un mal di gambe che non potete immaginare.

Foto di copertina © Dexte-r

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Federico Meda

Freelancer incallito, scrivo di sport (in particolare di ciclismo e rugby) di salute, di turismo ed enogastronomia. Sono appassionato di fumetti, di storia, di cinema, ma anche di design e architettura. Vivo tra Milano e Berlino, ho un figlio, una 500L del 1970.

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