L’accontentarsi di una vita a Berlino e la frustrazione di chi non ce l’ha fatta

Esiste un largo ventaglio di motivi possibili che possono spingere una persona a lasciare il proprio paese per migrare in un altro.

Sognare di migliorare la qualitá della propria vita, nella prospettiva di un futuro migliore rispetto al passato che si è lasciato nel proprio paese è un diritto fondamentale di tutti. Non sempre però si trova quel che si cerca. In tal senso i social network offrono un chiaro specchio dell’evoluzione di quell’emigrato che spesso da sognatore gioviale si trasforma in lamentoso seriale quando non tutto va come aveva pensato che sarebbe andato.

Trovarsi in un nuovo paese, in questo caso la Germania, comporta dei compromessi che crescono di numero e intensità proporzionalmente al grado di conoscenza della lingua tedesca. Meno la si conosce, più è probabile che si dovranno ingoiare bocconi amari. In poche parole bisogna mettere in preventivo che spesso si dovrà “accontentarsi”.

1-Accontentarsi di un alloggio infelice e magari vivere assurde situazioni di convivenza degne di un film

2-Accontentarsi di un lavoro per il quale non si ha nessuna predisposizione, ma che almeno ci sostenta

3-Accontentarsi di amicizie che sicuramente in altri contesti non sarebbero mai nate o che non si sarebbero potute definire tali,

4-Accontentarsi di sopravvivere senza avere la possibilità di dirlo ai propri cari, sia per evitare di deludere chi, quando eri in partenza, apprezza il tuo coraggio, sia per non dire a sé stessi che forse ci si era illusi. Del resto l’avventura non è ancora finita.

Questo confronto tra “ciò che si pensava” e “ciò che realmente è” crea un forte conflitto interno che alimenta una delle peggiori sensazioni che si possano provare: la frustrazione. Il conflitto interno per eccellenza è quello che si crea quando l’ideale che abbiamo di noi stessi, o del sogno che si aveva prima di arrivare in terra tedesca, non combacia con la realtà dei fatti. La nostra cognizione inizia a bombardarci di “esami di realtà”, quei flash improvvisi che arrivano in momenti di silenzio e che dicono “guarda cosa volevi e guarda invece cosa hai ottenuto”, ed è proprio in questi momenti che la mente inizia ad utilizzare un dolce meccanismo di difesa, vecchio come l’umanità: la proiezione di sé stessi, e della propria delusione, su altre persone che si preparano ad intraprendere lo stesso viaggio che noi abbiamo fatto tempo prima.

La vita reale offre poche possibilità per scaricare sul prossimo la propria frustrazione. Anche se ne avessimo voglia, l’educazione ci impedirebbe di liquidare in poche parole o aggredire chi ci pone una domanda o fa una considerazione che noi troviamo stupida. Ecco che qui entrano in scena i “social network”. Quando il contatto è virtuale, ecco che escono fuori aggressività e cattiveria. Basta farsi un giro sui forum di Italiani a Berlino per rendersi conto di quanto spesso un semplice “ciao ragazzi, sapete dove potrei mangiare una pizza buona a Berlino?” riesca a far esplodere una bomba di insulti del tipo “se volevi mangiare la pizza te ne stavi in italia!”, “questi che vengono a Berlino per poi mangiare la pizza io proprio non li capisco!” e così via. Spesso il commentatore, che nel silenzio della propria camera ha l’illusione di poter modificare la vita degli altri aprendo un varco nella coscienza altrui, è semplicemente vittima del nostro caro meccanismo di difesa, che nella condizione specifica di migrante porta a denigrare gli altri, svalutandoli per qualsiasi motivo, così da non sentire la propria frustrazione ed il proprio fallimento. Per fortuna non è così per tutti. A Berlino ci sono architetti italiani che hanno iniziato facendo le pulizie o i lavapiatti mentre studiavano il tedesco e gettavano le basi per diventare quello che sono diventati, giovani imprenditori che per anni hanno risposto ad email e telefonate da addetti del customer care, addetti alle risorse umane che, con una laurea in filosofia, appena arrivati dall’Italia hanno vissuto facendo i camerieri di giorno e andando ai corsi di lingua la notte. Chi è determinato ce la fa e non solo non ha tempo di aggredire il neoarrivato italiano, ma non ne ha neanche il bisogno. Sa bene che se anche le cose non dovessero andargli bene, non dovrà prendersela con nessun altro che non sia lui stesso. Proiettare la propria frustrazione “sull’altro” è la prova del proprio fallimento. Lavorare su sé stessi per raggiungere i propri obiettivi non è sempre semplice e spesso si deve imparare ad essere auto-disciplinati, a creare delle routine produttive, a circondarsi di persone significative e a sviluppare competenze che spesso non risultano semplici da conquistare. A volte si zoppica, altre si cammina e altre volte ancora si corre. Purtroppo in questo caso non si può proprio saltare.

Foto ©whatleydude CC By SA 2.0

 

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8 Responses to “L’accontentarsi di una vita a Berlino e la frustrazione di chi non ce l’ha fatta”

  1. B

    Eh si, crescere è difficile.

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  2. ASD

    Questo perché per anni si è raccontata la favoletta della Berlino tipo Paesi dei Balocchi, gli asini hanno abbocato e adesso piangono. Che sia da lezione a tutti gli pseudo alternativi hippie che voglione venire qui.

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  3. giulio

    Bravo Luca, bell’articolo e belle parole, me le copierò sulla mia agenda.

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  4. Cic

    Articolo veritiero e ben scritto! ma sarebbe possibile avere il contatto di queste persone? credo che parlare con persone che in qualche modo si sono barcamenate all’inizio, possa far molto bene a chi ci sta provando.

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  5. Daniela Nori

    Che dire, mica solo a Berlino, questa è la vita…non si tratta di asini che hanno abboccato, si tratta di persone che hanno pensato che ci fosse una scorciatoia…non c’è, nè a Berlino, nè a Pechino, nè a Roma. Non c’è.

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  6. berlinromexpress.com

    concordo con Luca von Garde, Berlino supera Roma e Pechino…se hai voglia di fare, da un piccolo inizio puoi iniziare…ci sono meno disfattismo e cinismo…ma ha ragione Daniela Nori…no free lunch

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