Berlin gegen Trump, a Brandenburger Tor la protesta contro il nuovo presidente Usa

A pochi giorni dalle discusse elezioni presidenziali americane e dal trionfo di Donald Trump, Berlino è tra le prime capitali d’Europa a dare una risposta pubblica a quello che pare sia stato uno shock per molti. Sabato pomeriggio scorso, a Brandenburger Tor, parecchie centinaia di persone si sono radunate intorno a un piccolo palco affiancato da due modeste casse audio, che hanno però dato voce a decine di studenti, soprattutto americani. Questi ultimi hanno voluto lanciare un appello collettivo a Berlino, città multiculturale per eccellenza.

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La manifestazione è stata organizzata da un gruppo apartitico che appare su Facebook come Berlin Gegen Trump (Berlino contro Trump) e che si ripromette di organizzare ulteriori raduni in futuro. In questa occasione infatti, erano troppe le persone, specie gli expat statunitensi, che desideravano condividere pubblicamente i loro pensieri per permettere a ognuno di salire sul palco. Alcuni non hanno potuto nascondere l’emozione e hanno parlato con voce tremante per cercare una spiegazione razionale: «Provo a capire perché mio padre abbia votato Trump», spiega un ragazzo americano dal palco. «Gli voglio sempre bene, ma voglio anche che capisca che ha sbagliato, e che è stato manipolato dalle sue paure». Altri erano in piazza per trovare la forza di affrontare un futuro che non offre rosee prospettive alle minoranze sapendo però di non essere soli: «Nella mia stanza, dopo l’esito elettorale, mi sentivo depresso, e mi chiedevo come questo fosse potuto succedere. Poi ho deciso di scuotermi e di ritrovarmi con tutti voi, in piazza, per sentirmi meglio, per vincere il disorientamento e la paura in cui ero caduto».

Le voci dei partecipanti. Il microfono è passato di mano in mano a persone accomunate dalla propria personale lotta contro l’emarginazione etnica, di genere o di classe. Giovani e meno giovani che hanno parlato come singoli rappresentanti delle comunità LGBT, queer, africane, messicana, ma anche figli di immigrati in terra statunitense e nipoti di persone sfuggite all’olocausto. Tutti hanno desiderato richiamare l’attenzione sull’inquietudine che questo nuovo presidente suscita nel loro animo, parlando, recitando poesie e cantando. Il pubblico ha risposto ai cori «no borders, no nations, no wall, nor deportation» accendendo candele sotto i cartelli preparati per l’incontro, con slogan come «we will fight the hate, we will fight for everyone». «I miei genitori sono immigrati, hanno vissuto una vita difficile, io ho potuto essere qui a Berlino perché in qualche modo sono il loro sogno americano da proseguire. Se sono qui questo significa qualcosa», conclude una delle organizzatrici prima di sciogliere il raduno.

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Non dimenticare. Nella città simbolo dell’integrazione culturale e della libertà di pensiero, dove un muro è già stato abbattuto e dove si sono già conosciuti fin in fondo gli orrori  della ghettizzazione, l’appello è stato proprio quello a non dimenticare, a preservare la memoria, volgendo lo sguardo al futuro e rafforzando la convinzione per cui si debba lottare fermamente per la parità dei diritti di ogni essere umano, senza distinzioni di credo, provenienza, genere e sesso. Questo raduno, avvenuto in quella città che nell’immaginario di tutti rappresenta l’avvenuta pacificazione di un orrendo conflitto e che è tuttora mecca di tutti coloro che desiderano proiettarsi in un futuro di libertà e inclusione sociale e culturale, appare senz’altro come un segnale di forte solidarietà verso coloro che vedono queste elezioni come un angosciante ritorno al peggior passato.

Tutte le foto © Valentina Poli

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