Perché Berlino non è Parigi e la Germania rimane (nei limiti) un Paese sicuro

Potrebbero essere le ultime parole famose, quelle che appena pubblicate vengono smentite dalla realtà dei fatti e, legittimamente, dileggiate da chiunque voglia fare triste sarcasmo, ma alla luce dei recenti fatti di cronaca accaduti in Germania e della conseguente preoccupazione di molti, vale la pena sottolinearlo: Berlino è una città sicura. Almeno lo è quanto Roma, Milano, Palermo, Trento, Barcellona, Atene, Oporto, Vaduz o qualsiasi altra città vi venga in mente dove non ci sono stati attentati di matrice islamica negli ultimi 20 anni.

Würzburg, Monaco di Baviera, Ansbach: nell’ultima settimana la Germania, in particolare il sud, ovvero Baviera e Baden-Württemberg sono stati al centro di tre diverse tipologie di attentati. A Würzburg l’attacco a colpi di ascia di un 17enne afgano ha ferito quattro passeggeri di un treno, a Monaco di Baviera un 18enne tedesco di origini iraniane ha ucciso nove persone con una pistola, a Ansbach un 27enne profugo siriano si è fatto esplodere ferendo 12 persone (ma la strage poteva essere peggiore. Nel primo e nel terzo caso ci sono collegamenti con il terrorismo islamico, ma unidirezionali, ovvero entrambi i giovani hanno giurato fedeltà all’IS prima di mettere in pratica i propri piani. La pianificazione, anche se fosse confermata l’esistenza di un complice nel caso di Ansbach, non avrebbe coinvolto direttamente il gruppo salafita. Hanno fatto tutto da soli. E, secondo le prime indagini, prima di tutto perché avevano grossi problemi mentali. Hanno trovato nella causa dell’IS una giustificazione per dare un senso alla propria vita. Non sono l’emblema del fallimento di un sistema, quello tedesco, come si può pensare – a differenza – di quanto accade/uto in Francia e Belgio. L’unico vero fil rouge di tutti e tre i killer o aspiranti tali, oltre all’origine non tedesca al 100%, è l’avere problemi psichiatrici documentati (secondo e terzo caso), o documentabili (nel video in cui annuncia il suo attentato spiega che lo fa per vendicare un amico morto in Afghanistan qualcosa che può capitare anche ad un afghano a Roma o a Stoccolma).

Perché Berlino non é Parigi. Sia chiaro – lo ripetiamo – potremmo (purtroppo) sempre essere smentiti, ma le differenze principali di Berlino e la Germania in generale rispetto a Francia e Inghilterra sono principalmente due: un passato di politiche coloniali più breve (1884-1919) e meno esteso per territori conquistati e un’attuale politica di integrazione e stato sociale che diminuisce il divario tra le classi sociali dando a tutti i residenti, immigrati o meno che siano, un tetto sotto cui dormire e un minimo di sussistenza per sopravvivere giorno dopo giorno. A differenza degli inglesi con il Commonwealth e i francesi con il Nord Africa, sono pochi i tedeschi acquisiti tramite il colonialismo, persone che giustamente o ingiustamente hanno cercato nel ventesimo secolo nella Germania (unita ed ovest dopo) il proprio punto di approdo europeo perché sicuri, o quasi, che avrebbero ricevuto la cittadinanza in quanto la propria terra natia era stata un tempo impero di quel particolare Paese. L’immigrato di seconda e terza generazione ha più possibilità di covare risentimento contro il proprio stesso Paese d’accoglienza del proprio avo: per quanto possiamo dire che non è vero, che abbiamo tutti gli stessi diritti, sia per ragioni economiche (partono dall’ultima classe sociale) che per ragioni etniche (il razzismo che subiscono, anche quando non palese, è parte costante della propria vita) non avranno mai le stesse opportunità lavorative e di vita sociale degli autoctoni.

I turchi. In Germania la seconda e terza generazione di immigrati da paesi arabi o comunque musulmani è legata a doppio filo con la comunità turca. I turchi in Germania hanno rappresentato, e rappresentano tuttora, quel filtro e modello di integrazione che è mancato altrove. Sono stati immigrati espressamente richiesti dalla Germania dell’Ovest negli anni ’50, ’60 e ’70. Il loro arrivo in Germania è stato regolato e ambito, non ostacolato. A Berlino, ad esempio, hanno costituito quella classe di operai che serviva per mantenere impianti industriali nella parte ovest della città e dimostrare alla DDR e all’Unione Sovietica in generale che quell’enclave d’occidente era ancora un posto vivo e capace di produrre lavoro e ricchezza (per quanto indotta e ben sovvenzionata). I turchi, con la loro presenza, il che significa anche ristoranti, kebab, moschee e associazioni ludico-culturali, hanno funzionato, e funzionano in parte tuttora, come cuscinetto tra i due “mondi”.

Non solo. C’è da sottolineare che la Germania, tuttora, è un Paese mediamente ricco, prima di tutto se per ricchezza di intende quella di lavoro. La disoccupazione è ai minimi storici da un anno e mezzo. Parliamo del 6,.2%. C’è bisogno di manodopera specializzata. La Merkel lo sa ed è per questo…

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Photo: © Andreas Trojak -Polizei-Großkontrolle – CC BY SA 2.0

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Magazine prima come blog, dopo come magazine. Collabora anche con AGI, Wired, Huffington Post, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

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