Berlino è un contrasto tra terra e cemento

A distanza di quasi un mese dall’anniversario della caduta del Muro, torniamo sui nostri passi insieme ad un cineoperatore: Paolo Morandini, giornalista dell’emittente Teleboario, ha visto Berlino accompagnando 350 ragazzi bresciani durante i festeggiamenti. Le loro storie sono poi entrate nella rivista Next Stop Berlin. Profondamente colpito dall’esperienza, Paolo ci ha contattati per raccontarci il gusto della Berlino che ha potuto assaggiare.

Paolo 6

Una città ci rimane oscura ed inafferrabile se non c’ingaggiamo in un corpo a corpo di immagini, suoni e materia con le sue fondamenta. Berlino non è da meno, specie per chi nel 1989 era un ragazzo i cui occhi riflettevano immagini opache di un televisore: gli stessi occhi sono tornati ad accendersi, questa volta da dietro la cinepresa. “L’effetto è stato sicuramente forte: vivere la storia è stato per me decisamente molto emozionante; leggerla è bello, studiarla è bellissimo, viverla cioè essere in quei luoghi che sono stati lo scenario della storia è, secondo me, un’emozione fortissima.”

Mentre la linea di skype salta e Paolo sparisce, riflettiamo sugli innumerevoli modi in cui Berlino si sa declinare ai nostri occhi, per poi riproporsi con rivelazioni improvvise. Quale termine per questa città? “Direi strana. Detta così è un po’ banale, ma di storico Berlino ha pochi significativi monumenti, mentre quello che veramente mi ha colpito anche viaggiando sulla metropolitana che per molti tratti è allo scoperto, è il vedere in una capitale tantissimi terreni vuoti, vuoti senza case; mi ha lasciato pensare che questa città sta ancora di fatto portando tante ferite. Tante ferite anche fisiche, non solo ferite morali che tra tutte le virgolette del caso magari in venticinque anni pian pianino si stanno rimarginando… ma tutto questo vuoto, tutta questa assenza di edifici l’ho trovata abbastanza disarmante. Questo forse il termine che mi permetto di utilizzare.”

Paolo 2
Disarmante è anche la connessione, che continua a saltare; facendo di Paolo un lungo elenco di immagini tra le quali ci tocca indovinare i verbi. “In questo caso l’immagine era sicuramente una delle cose più forti, a prescindere dallo scrivere e dalle parole. Quelle file interminabili di palloncini bianchi che diventavano il percorso dove una volta c’era il Muro davano l’idea di una Berlino forse ancora più magica di quello che probabilmente si può vedere tutti i giorni.”

Maledicendo la connessione che ci restituisce un’immagine ballerina della città, cerchiamo riscontro nei dettagli che più hanno colpito il suo occhio attento. “Sicuramente più d’uno. Sicuramente la vicinanza di palazzi tanto nuovi alla Porta di Brandeburgo, quando in una fotografia di pochi decenni fa si vedeva attorno il vuoto. Dal punto di vista invece della città e di cose di oggi, di quei giorni, be’ ancora mi rimangono negli occhi con simpatia alcune vecchie Trabant, queste strane auto con motori da motorini a due tempi che ancora gironzolano.”

Mentre lo scarburare delle Trabbi si confonde con il gracchiare della ricezione, domandiamo un po’ a lui e forse più a noi stessi che suono abbia la città. “In quei giorni direi che i suoni che più mi hanno in qualche maniera colpito sono i suoni delle tante voci. E forse non è sempre così; ma quelle sere del sabato e della domenica c’era tantissima gente per le strade di Berlino. Perché mi ha dato l’impressione che non fosse così tutti i giorni? Dopo il rilascio di questi palloncini che sono volati nel cielo domenica attorno alle 19, io ho preso una di queste metropolitane e attorno alle nove non c’era praticamente quasi già più nessuno per le strade. Poi mi sono fatto una passeggiata e ho camminato fino alla Porta di Brandeburgo; in una città che aveva appena vissuto un anniversario tanto atteso, ho sentito un silenzio! Sentivamo ogni tanto degli italiani, quelli li sgami subito; ma di tedeschi secondo me alle dieci non ce n’era già più in giro. Questa cosa m’ha veramente stupito. Ci dicevamo tra di noi, italiani di questo treno: “Se ci fosse stata un’occasione di festa da noi si sarebbe andati avanti fino alle cinque di mattina anche se il giorno dopo si lavorava.” Quindi ho questo curioso ricordo, da una parte di tante voci di animosità, ma poi un’animosità che s’è letteralmente spenta fatta la cerimonia dei palloncini.”

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Le voci che si spengono, il collegamento che s’interrompe, poi di nuovo le parole che riaccendono la descrizione. Quale atmosfera colpisce di più, notturna o diurna? “Mi hanno colpito alla pari, nel senso che quando posso mi piace passeggiare la notte. Ho attraversato in più di un’occasione Milano la notte, quando ero là come studente, semplicemente passeggiando, così come ho attraversato Berlino… be’ la notte dà alla città una veste assolutamente magica, ti capita di vedere delle cose che di giorno non vedi e quindi è stata sicuramente una bella esperienza, mi ha permesso di apprezzare alcune cose che di giorno erano un po’ mischiate nei rumori e nel caos. E secondo me ho scoperto, tra tutte le virgolette del caso, una città che non è poi così banale.”

Il buio che cancella i passi affrettati dei Berlinesi, la luce che li ripropone al mattino in geometrie nuove. “La luce che ho colto è abbastanza differente da una giornata con l’altra; il giorno in cui siamo arrivati, qui in Vallecamonica stava piovendo e lassù c’era un cielo azzurro che ti veniva da pensare il mondo alla rovescia: ci s’immagina una città come Berlino che comunque è molto a Nord con la pioggia e comunque l’Italia col sole; e quindi vedere questo cielo azzurro c’ha lasciati perplessi. I giorni dopo il colore preponderante era sicuramente il grigio, grigio che stava veramente molto bene con il vento decisamente freddo e che metteva in evidenza quei famosi palloncini che ricostruivano il tracciato del Muro. Grigio che quando si apre il cielo diventa un’azzurro che è quasi più azzurro che non qua in Italia.

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Chiudiamo gli occhi e sembra anche a noi di vederlo, il cielo sopra Berlino. Magari con una canzone come sottofondo: quale? “Sicuramente quel “The Wall” che i Pink Floyd hanno suonato nel 1990 a Berlino per il primo anniversario della caduta del Muro. Un’altra canzone che invece associo a una Berlino forse più di ieri che non di oggi è Nikita di Elton John, che aveva un video che mi faceva pensare tanto ad una Berlino divisa, di una persona che voleva scappare dall’Est all’Ovest.”

Torna il Muro, con i suoi mattoni ed i reticolati tutt’intorno; ma di che materiale è l’ anima di Berlino? “È un contrasto tra terra e cemento. È un contrasto perché una grossa città non può che essere comunque cemento: ma qui c’è tanto cemento e anche tanta terra, tante aree dove non c’è nulla o dove vedi pezzi di edifici semi fatiscenti, tracce sui muri di quello che probabilmente una volta c’era. Un altro contrasto è comunque il verde che vedi prima di arrivare a Berlino: mentre stavamo raggiungendo Berlino in treno continuavamo a vedere foreste, all’improvviso abbiamo visto una prima casa ed eravamo in città.”

Prima che il treno lo riporti via da Berlino o che skype ci pugnali alle spalle, l’ultima domanda: cosa sfugge all’occhio vigile della cinepresa? Cosa è più difficile carpire e trasmettere di questa città? “Secondo me quello che non si può capire fino in fondo e che bisogna sforzarsi un po’ per percepire è nonostante tutto cosa significasse quel muro. Un mondo veramente incomprensibile col senno, capire fino in fondo davvero cosa le persone potessero provare, questo credo che sia impossibile. Probabilmente chi non era a Berlino anche se avesse modo di studiare a fondo, di parlare con tutte le persone che l’hanno vissuto, secondo me non lo capisce cosa è stato veramente. E probabilmente solo pochi fortunati sono in grado di capire davvero cos’era Berlino ai tempi del Muro.”

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La linea s’interrompe e ci lascia al buio: niente più suoni, niente più immagini da condividere, nessun chiacchiericcio di ragazzi che affollano i binari. Soli, tamponiamo con il dubbio l’emorragia che prende a zampillare ogni volta che tentiamo di descrivere questa città disarmante, grigia e vuota di vuoti azzurro-cielo e di compromessi con la terra.

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