Berlino, non c’è più spazio per i nostalgici. Pro e contro di una città ormai cambiata

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“Berlino è una città condannata per sempre a diventare e mai ad essere”, diceva lo storico Karl Scheffler già al principio del 1900. E forse è proprio questa una delle caratteristiche più visibili della città. Berlino è la capitale dei “lavori in corso”, rapidi, efficienti (a parte il nuovo aeroporto Willy Brandt, la cui inaugurazione è già stata spostata di 6 anni), spesso draconiani nel volere andare dritti all’efficienza con buona pace della memoria storica come lo smantellamento del Muro, quasi introvabile oggigiorno, dimostra.

Gli anni immediatamente successivi alla riunificazione hanno fatto della capitale tedesca la meta preferita di chi cercava un luogo “diverso” in cui vivere. I tanti palazzi e magazzini abbandonati della parte est divennero paradiso di giovani intellettuali, punk, squatters e party non-stop notturni e diurni (si andava avanti anche per tre giorni consecutivi). I locali si chiamavano come il giorno in si era soliti ritrovarcisi. Il Freitag per il venerdì, il Samstag per il sabato e così via. Costruttori e immobiliaristi comprarono da un’amministrazione cittadina vicina alla bancarotta (la ricostruzione della città non fu a buon mercato) a due lire (ops, marchi) palazzi fatiscenti sulle rive della Sprea per darli in gestione a giovani creativi con la speranza che potessero farne punti di riferimento culturali o della movida cittadina. Li si voleva fare rivalutare e poi riprendere in mano per dare vita a speculazioni edilizie e “imborghesire” la zona circostante. Gentrification è la parola. Le vittime? Bar25, Icon, Knaack Club, Klub der Republik e Kater Holzig, solo per citare i più famosi. Lo stesso destino coinvolgerà a breve molti club di Friedrichshain: l’Urban Spree, il Suicide Circus, e l’Astra Club, ovvero tutta la party area del Raw, saranno entro il 2020 rimpiazzati da progetti edilizi che porteranno ordine e pulizia dove ora ci sono sì schiamazzi, piccolo spaccio e sporcizia, ma anche tanto divertimento e l’idea di trovarsi in una città che non esiste altrove . Non si è avuta molta pietà neanche dei siti storici come l’East Side Gallery a cui accanto, da un paio d’anni, sorge un orribile residence di lusso che rovina qualsiasi scotto le si voglia scattare da lontano.

Se fino al decennio scorso Berlino era la città  “povera ma sexy” definita dal suo sindaco Klaus Wowereit (il primo sindaco a dichiarasi omosessuale durante una campagna elettorale), ora l’amministrazione comunale si promuove ovunque cercando di evitare che il suo turismo sia associato alla parola “low-cost” come ci ha confidato una responsabile dell’ufficio al turismo cittadino. I berlinesi di oggi non sono più ribelli. Non almeno come un tempo. E così lo sono i suoi governanti. La scena culturale è ricca, ma certamente non spontanea come un tempo. Per permettersi la gestione di una galleria d’arte a Mitte, centro cittadino, non bastano più 200 € al mese d’affitto e mura in stato di semi-abbandono perché il “non è importante l’apparenza, ciò che conta è cosa vuoi dire” per attirare il mecenate di turno (sempre che ci sia stato in passato). L’improvvisazione, obbligata o pianificata che sia, non paga più come un tempo. I festival hanno sponsor importanti: banche, fondazioni, automobili e marchi di cibo e bevande che un tempo avevamo timore ad apparire accanto alla parola Berlino perché si dice che trasmettesse tristezza. Non è per forza un male, ne guadagna il prestigio e anche l’offerta culturale della città, ma a che prezzo? Berlin rimane una delle città con il maggiore tasso di disoccupazione della Germania. La ricchezza per ora arriva da fuori. Tedeschi dal resto della Germania affittano i migliori appartamenti del centro cittadino. E con loro americani, danesi, francesi e, sì anche italiani. Il costo della vita sale e molti dei nativi vengono forzati a viver nei sobborghi. Una nuova generazione di berlinesi sta nascendo, e dipingendo la città con un nuovo volto. Ancora una volta il futuro della città è imprevedibile, ciò che rimane certo è che non ci sarà spazio per i nostalgici.

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questo articolo è già apparso sul numero di settembre della rivista cartacea Magma Magazine. Questa la pagina facebook

Robert Debowski CC By SA 2.0

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One Response to “Berlino, non c’è più spazio per i nostalgici. Pro e contro di una città ormai cambiata”

  1. fra

    beh del kater holzig non mi dispiace affatto che sia stato chiuso era ridicolo sotto vari aspetti- il bar 25 invece e’ stata una tragedia. del suicide circus se chiude mi dispiace

    Rispondi

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