Berlino, tema “migranti” anche al festival del cinema dell’Europa sud-orientale

Cosa ci si aspetta generalmente dal cinema dell’Europa sud-orientale? Musica balcanica, gitani, feste e bevute. In definitiva una perfetta sintesi di esotismo e alterità, entrambi fattori che da sempre esercitano una straordinaria forza attrattiva sullo spettatore dell’Europa occidentale, storicamente affascinato da una regione che percepisce geograficamente così vicina e allo stesso tempo così straniera. Il SEEFF à Berlin, festival del cinema dell’Europa sud-orientale alla sua prima edizione a Berlino, dimostra quanto questa aspettativa sia frutto di considerazioni stereotipate e semplificazioni: con tematiche e strategie narrative estremamente eterogenee, i film in concorso al SEEFF rendono giustizia alla varietà come vera e propria essenza della regione in questione.

Non solo Balcani. Sugli schermi del SEEFF à Berlin il pubblico ha la possibilità di scoprire una selezione delle più rilevanti produzioni cinematografiche contemporanee dell’Europa sud-orientale, mostrate per la prima volta a Berlino. Si tratta di pellicole che se non fosse per il SEEFF non verrebbero probabilmente mai mostrate, storie cui non verrebbe mai data una voce, perlomeno in quella parte di Europa che chiamiamo occidentale. Nel ricco programma del SEEFF si alternano generi e temi diversi, dall’amore alla violenza, dalla famiglia alla guerra, dalla dittatura a drammi intimi e personali. Il passato socialista che accomuna quasi tutti i Paesi partecipanti al festival, così come la Guerra in Jugoslavia, rappresentano tematiche ricorrenti nei film selezionati per il SEEFF: per esempio nel documentario d’apertura Naked Island (titolo originale Goli, Paese: Croazia) che narra del campo di concentramento sull’isola Goli Otok (Isola Calva), attivo tra il 1949 e il 1988 e deputato a ospitare gli oppositori al regime di Tito; oppure nel documentario In a Vortex (titolo originale Örvényben, Paese: Ungheria) che si occupa del conflitto in Jugoslavia di fine millennio, in particolare della Guerra in Kosovo trattata dal punto di vista della minoranza ungherese in Serbia. Quasi tutti i film del SEEFF indagano il passato nella sua contemporaneità, ne analizzano dunque le tracce nel presente e nel possibile futuro dei Paesi di questa regione e dei suoi abitanti. Ma sarebbe ingiusto cercare di trovare a tutti i costi un fil rouge in una programmazione tanto variegata che non fa altro che rendere giustizia alla più profonda essenza dell’Europa sud-orientale: a ricordarcelo è anche il thriller Legacy (titolo originale Amanet, Paese: Serbia), realizzato secondo un’estetica più vicina alla cinematografia americana e sganciato da qualsiasi collocazione geografica, o ancora il film The woman of my life (titolo originale Жената на моя живот, Paese: Bulgaria), che racconta la storia dell’emigrazione di due curdi iracheni verso l’Europa nel periodo del regime di Saddam Hussein.

The woman of my life – Antoniy DonchevIl film The woman of my life del regista bulgaro Antoniy Donchev è la dimostrazione lampante di un tentativo di apertura della cinematografia dell’Europa sud-orientale verso tematiche finora piuttosto inusuali per la regione. The woman of my life è ambientato in Kurdistan, Bulgaria e Germania e racconta di Azad e Vian, una coppia in fuga dal Kurdistan verso l’Europa. I due già da bambini uniti in fidanzamento per volere delle famiglie, vengono separati per diversi anni già in Iraq e poi anche in Europa: Azad viene fermato a Sofia per via del passaporto falso, mentre Vian prosegue verso la Germania. The woman of my life narra una storia d’amore ostacolata di continuo da dinamiche politiche cui l’individuo non può che piegarsi. Dopo la proiezione del suo film al SEEFF, Antoniy Donchev ci racconta dei motivi che lo hanno spinto a realizzare The woman of my life e della valenza del film alla luce degli sviluppi della crisi migratoria nell’ultimo anno. «L’Europa sud-orientale tende a essere troppo autoreferenziale, convinta com’è del fatto che il mondo intero la ignori. Con questo film ho voluto cambiare focus, affrontando una tematica piuttosto inusuale per la cinematografia della regione da cui provengo, e intendo questo mio progetto in sintonia con lo spirito del festival SEEFF á Paris, che con il passare degli anni ha coinvolto sempre più Paesi, e raccontato storie sempre più varie. Alla luce dell’intensificarsi dei flussi migratori che hanno investito l’Europa nell’ultimo anno, il mio film e la cinematografia in generale acquisiscono un nuovo significato. Quando ho girato The woman of my life, circa 5 anni fa, si parlava molto in Bulgaria del pericolo di attentati terroristici. Ora invece la regione è tornata sotto i riflettori in quanto luogo di passaggio di molto migranti che tentano di raggiungere l’Europa occidentale. Veniamo indotti ad accettare come naturali eventi che in realtà non lo sono e in qualità di regista ho il dovere di parlarne, perché questi eventi ci riguardano tutti. Forse tra qualche tempo girerò un film su quello che sta accadendo ora, sulle storie di tutta quella gente che è costretta a lasciare la propria patria per cercare una vita migliore in Europa: per me è una tematica fondamentale che non può venire ignorata, a prescindere dalla nostra provenienza».

SEEFF à Berlin

Quando: dal 26 al 29 maggio 2016

Dove: Humboldt-Universität zu Berlin // Zeughauskino – Deutsches Historisches Museum

Programma completo in inglese

Programma completo in tedesco

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Biglietti: 5€ per proiezioni al Zeughauskino; gratis per proiezioni alla Humboldt-Universität zu Berlin Scuola di Tedesco Banner Sara

Foto di copertina © seeff.de da The woman of my life di Antoniy Donchev

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Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Amo la letteratura, da accanita lettrice e aspirante scrittrice.

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