Berlino ricostruisce il castello imperiale. Sorgerà tra Porta di Brandeburgo e Alexanderplatz

di Isotta Ricci Bitti

Berlino riscrive ancora una volta la sua storia. Nella capitale tedesca procedono rapidamente i lavori di ricostruzione di una copia quasi esatta dell’antico castello degli Hohenzollern, dinastia di principi elettori, re di Prussia, sovrani e imperatori di Germania. I lavori sono cominciati da circa un anno, ed entro la fine del 2014 si conta di portare a termine la struttura in cemento armato, mentre l’architettura dovrebbe essere ultimata per il 2017, come afferma Clemens Kusch dello studio Gmp e coordinatore dell’Ati italo-tedesca. Teoricamente, la nuova struttura aprirà al pubblico nel 2019 con il nome di Humbolt-Forum e ospiterà diversi centri museali, come il Museo Etnologico e quello di Arte Asiatica, la Biblioteca centrale e regionale di Berlino, e parte della Humboldt Universität. Fino all’anno scorso, lo spazio dove si trova oggi l’imponente cantiere, l’ennesimo nelle vicinanze di quelli perenni sul viale Unter den Linden, si presentava come un enorme prato urbano, contornato da bellissime passerelle in legno, e affacciato sul Duomo e sull’Altes Museum, con alle spalle il Nikolaiviertel ed il famoso Municipio rosso. L’antica Schloßplatz, su cui un tempo sorgeva il palazzo prussiano, è stata per molti anni un piacevole spazio verde dove i Berlinesi e i turisti giocavano a calcio, a frisbee, e, come d’abitudine, prendevano il sole ad ogni buona occasione.

La storia del castello di Berlino fino alla sua distruzione. La prima versione del castello di Berlino risale alla prima metà del XV secolo. I lavori di costruzione iniziarono tra il 1443 e il 1451 per ordine di Federico II, margravio e principe elettore di Brandeburgo. Inizialmente l’edificio includeva anche una chiesa parrocchiale consacrata da Papa Niccolò V. Nel 1538 l’intero complesso fu demolito da Gioacchino II di Hohenzollern che desiderava un palazzo più grande, in stile Rinascimentale e che rispecchiasse il gusto ricco delle corti italiane del tempo. Nei successivi 175 anni, il castello fu continuamente ampliato e modificato: nel 1699, Federico I, re di Prussia, lo rinnovò completamente, adattandolo allo stile barocco tipico dell’epoca. Da allora il palazzo non subì nuove trasformazioni fino al 1845, quando, durante il regno di Federico Guglielmo IV, sarà aggiunta la cupola di August Stüler, l’elemento compositivo che modificherà radicalmente l’aspetto esteriore del palazzo, destinato a diventare, nel 1871, il castello più sontuoso del nuovo Impero tedesco appena fondato. Finalmente ultimato, rimase immutato fino al 1918, anno dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo II e della fine del Secondo Reich. Il balcone del castello da cui Karl Liebknecht proclamò la fondazione della “Libera Repubblica Socialista”, (poi rovesciata dai Freikorps e dal nuovo governo socialdemocratico tedesco guidato da Friedrich Ebert pochi mesi più tardi) fu conservato, ed è oggi l’unica parte originale del castello ancora esistente, incorporato nell’edificio dello Staatsratgebäud (Consiglio di Stato) sul lato sud della Schlossplatz. Negli anni che portarono alla seconda guerra mondiale, il palazzo fu prima adibito a centro museale e utilizzato per alcune funzioni politiche ufficiali, rimanendo poi inutilizzato fino ai bombardamenti del 1945, che rasero al suolo Berlino ed il simbolo di 300 anni di imperialismo prussiano. Dopo il conflitto, le rovine del castello, situate nell’area sovietica della città, furono utilizzate come scenografia per un film di natura epica e rivoluzionaria chiamato “La caduta di Berlino” di Mikheil Chiaureli, in cui i colpi di artiglieria e quelli dei carri armati (peraltro tedeschi), erano reali e danneggiarono irreversibilmente i miseri ruderi. Nel 1950 la demolizione definitiva.

Il castello durante e dopo il muro. Come in tante altre città europee distrutte dal conflitto mondiale, la necessità di voltare pagina e le direttive dei nuovi governi aprirono la strada a nuove fasi urbanistiche, guidate dal desiderio di evoluzione e progresso. Il Lustgarden, il “giardino dei piaceri”, limitrofo alla Schlossplatz e accuratamente progettato da Schinkel, dovette soggiacere allo stesso destino modernizzante, e il vuoto lasciato dal castello fu presto colmato dal simbolo del nuovo regime, l’emblematico Palazzo della Repubblica, concepito in linea con la greve architettura brezneviana, anche se notevolmente estemporaneo nella quiete traboccante del classicismo circostante. La sua costruzione fu approvata nel 1973 dal nuovo segretario del Partito di Unità Socialista, Erich Honecker, e l’edificio aprì al pubblico nel 1976. Con la sua facciata di 180 metri, le sue vetrate color bronzo e i suoi muri bianchissimi, fu il palazzo più popolare dell’intera Repubblica. Conteneva una sala grande, capace di ospitare fino a cinquemila persone, utilizzata per congressi, concerti, spettacoli teatrali e programmi televisi; la Volkskammer, ossia il parlamento della DDR; varie birrerie e locali sul lato posto lungo il canale della Sprea; il Theaters im Palast, un teatro d’avanguardia con palco modulabile; una discoteca, un ristorante self-service e infine mostre permanenti disposte su due interi piani della struttura. Nel 1989, con la caduta del muro, l’edificio che era stato il centro della vita culturale di Berlino est, fu chiuso e abbandonato. Il futuro della struttura venne a lungo dibattuto, e, nonostante l’opposizione di parte della cittadinanza nostalgica e legata al valore storico ed architettonico del palazzo, tra il 2006 e il 2008, il parlamento tedesco decise di smantellarlo, specialmente dietro la scusa economica di un risanamento troppo dispendioso, considerati gli elevatissimi quantitativi di amianto utilizzati per la sua costruzione. Da allora, ci sono voluti quasi dodici anni per decidere la sorte dell’immensa area risultata dalla demolizione dell’edificio.

Il castello che verrà. Oggi Berlino è entrata in una nuova fase di ricostruzione urbanistica, diversa da quella frenetica del post 1989, ma pur sempre vittima delle scelte dei governi che si susseguono, e che inevitabilmente lasciano libero spazio alle speculazioni edilizie. La decisione di utilizzare quest’area, storicamente densa di significato e ormai quasi considerata off limits per imprese architettoniche contemporanee, ha certamente stupito molti cittadini, specialmente quando è stato reso noto che si sarebbe ricostruito il castello prussiano tale e quale all’originale. Un salto indietro nel tempo di oltre sessant’anni e approvato relativamente in fretta dal parlamento tedesco con una maggioranza dei due terzi. La decisione, già del 2002, rivela tutta la fragilità dell’apparato politico tedesco davanti alla complessità della propria storia. I tedeschi, forse più di altri cittadini europei, hanno una relazione particolarmente disarticolata con il loro passato, e la ricostruzione dell’emblema del potere monarchico prussiano, nel vuoto lasciato dall’edificio simbolo del popolo della Repubblica Democratica tedesca, ne è la prova eccessiva e morbosa. Una scelta sintomatica che incanala la paura del vuoto lasciato dal passato recente, forse spaventoso, perché più espressivo di qualunque pienezza, e che, invece di guardare dritto verso il futuro, ha il potere di far rivivere solo una parte della storia, quella più rassicurante e stabile. Nel 2007, una giuria di architetti internazionali, coordinata dal responsabile urbanistico del Senato Hans e da Vittorio Magnano Lampugnani, ha eletto il progetto di Franco Stella, architetto vicentino che ha ora in mano la direzione dei lavori di ricostruzione insieme alla HSA Hilmer & Sattler und Albrecht Gesellschaft von Architekten mbH e alla società gmp Generalplanungsgesellschaft mbH.

Il progetto. Il progetto prevede che tre delle quattro facciate dell’edificio, comprese quelle interne, siano copie fedeli di quelle storiche, con tanto di stucchi e statue uguali a quelle originali, mentre la quarta, quella rivolta verso la Sprea, sarà liberamente interpretata e ispirata allo stile neoclassico, con un colonnato razionale. La ragione economica del contrasto tra vecchio e nuovo è evidente, e al momento si sta ancora discutendo se modificare il progetto della cupola, rendendola meno elaborata, e se sia necessario eliminare le decorazioni delle facciate, fino a che i finanziamenti non siano realmente assicurati. Per quanto riguarda la ricostruzione interna, essa terrà conto delle nuove esigenze dei nuovi spazi espositivi e museali.

Berlino oggi. Ricostruire la residenza dei principi prussiani costerà 590 milioni di euro: gran parte dei finanziamenti saranno statali ma si conta su una quota di donazioni private dell’ordine degli 80 milioni, specialmente destinati alla riproduzione della cupola. L’ondata di ostalgia che investe la Germania riunificata, non sembra valere per l’architettura e 40 anni di storia stanno velocemente scomparendo nella progettazione urbana degli ultimi anni. Nonostante Berlino abbia abbracciato distruzione e ricostruzione costante, e trabocchi forse più di ogni altra capitale europea di rimandi a ciò che non c’è più, la ricostruzione del castello di Berlino sembra conformarsi all’era Merkel, in cui la sovranità popolare si adatta al mercato, e non sogna il futuro, ma preferisce costruire un altro passato.

3 Responses to “Berlino ricostruisce il castello imperiale. Sorgerà tra Porta di Brandeburgo e Alexanderplatz”

  1. Striped Cat

    mi manca il Palast der Republik, mi mancherà il pratone, ma rifare lo Schloss è un’ottima idea…e quanto avrei voluto vedere il favoloso fake del 1993!

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  2. “Berlino? Non è più cool” – enerd.it

    […] dell’aeroporto del Brandeburgo (doveva inaugurare nel 2011, lo farà forse nel 2017) e la contestata prossima ricostruzione del castello imperiale al posto del brutto, ma comunque affascinante Palast der Republik di stampo Ddr sembrano spingere […]

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  3. “Berlino? Non è più cool” |

    […] dell’aeroporto del Brandeburgo (doveva inaugurare nel 2011, lo farà forse nel 2017) e la contestata prossima ricostruzione del castello imperiale al posto del brutto, ma comunque affascinante Palast der Republik di stampo Ddr sembrano spingere […]

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