C’era una volta Potsdamer Platz

Il muro nella mente di Elisa Leonzio

(dal Workshop di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”)

«Che frustrazione! Che senso di impotenza! La S1 corre a pochi metri dall’uscio di casa, ma è una linea praticamente inutile. Porta ai laghi, per carità, a Wannsee e, con un cambio, a Griebnitzsee. Ma ogni volta che andavo lì a nuotare – fino a qualche anno fa, ora sono troppo vecchia – non potevo fare a meno di chiedermi: ma sarà sicuro? Non è che nuotando faccio qualche bracciata di troppo e finisco dall’altra parte? Come si fa a capire, nell’acqua, dove passa il muro?Ho sempre avuto paura e poi, a esser sincera, dopo un po’ i laghi mi annoiano anche. Vorrei andare a Potsdamer Platz, che quando ero giovane io era il centro della città, con tutti i suoi caffè, i suoi negozi di lusso dalle vetrine sfavillanti e i ristoranti costosi. Quanto mi manca, tutto questo. Ho provato, una volta, anni fa, a restare sul vagone della metropolitana fino alla stazione della piazza. Non l’avevo mai fatto, da quando un’amica mi aveva raccontato che non c’era più nulla da vedere, che tutto era stato cancellato dai bombardamenti e dalle ruspe e ridotto a una spianata di terra stretta tra i due muri e i reticoli di filo spinato. Non volevo vedere questo sfacelo. Ma poi un giorno ho deciso di andare, di accertarmi di persona. Sono scesa alla fermata, ma già uscire dalla stazione è stata un’impresa: anche le scale sottoterra sono murate! Quando finalmente ce l’ho fatta a emergere, dopo ore, la delusione è stata ancora più grande: una parete grigia, rugosa, ricoperta qua e là da graffiti, che almeno danno un po’ di colore a quella scena deprimente. Ma nient’altro. Non ho neppure visto la “zona di nessuno” tra i due muri. La mia amica mi aveva detto che c’erano qua e là punti sopraelevati, costruiti proprio per permettere a noi di vedere dall’altra parte. Ma dopo tutta quella fatica, me n’era passata la voglia. Ho preso un autobus fino al Ku’damm e sono andata alla pasticceria Kanzler a consolarmi con un tè caldo e una fetta di torta farcita su due strati con nocciola e crema e ricoperta di scaglie di cioccolato e amarene. Poi mi sono spinta fino al KaDeWe, e nel reparto gastronomia ho fatto incetta di cibi provenienti dalla Francia e dall’Italia.

Alla fin fine è stata una bella giornata, anche se mi è rimasto da allora – e sono passati più di trent’anni – l’amaro in bocca. Però qui all’Ovest, in fondo, abbiamo tutto. Se fossimo di là, i prodotti dell’occidente ce li sogneremmo. E poi, qui da noi, ci sono tante luci, la città è viva, non dorme mai, ci sono spettacoli al cinema e a teatro a qualunque ora, i ristoranti e i negozi sono sempre aperti, giorno e notte, sette giorni su sette. Solo Potsdamer Platz mi manca, ma più che altro perché, ora che sono vecchia, mi piacerebbe tornare a vivere l’infanzia. Lei è giovane, non può ancora capire la nostalgia di noi anziani per i luoghi di quando eravamo bambini. Ma qui si sta proprio bene. Perché Lei vuole andare di là?»

La osservo imbarazzata, non sapendo bene cosa rispondere. Penso ai negozi che chiudono alle venti e che sono aperti, la domenica, al massimo una volta al mese; penso ai ristoranti che verso le ventidue chiudono la cucina; penso al fatto che ho appena parlato con l’anziana donna delle celebrazioni previste in questi giorni, della voglia di esserci, in questo anniversario storico, della piantina che ho scaricato da internet per seguire l’ex confine da un lato e dall’altro. La saluto e mi incammino verso qualcosa che ormai esiste solo nella mente della donna: oggi è il 9 novembre, il muro è caduto 25 anni fa.

la foto dell’articolo è © Paul VanDerWerf / CC BY – 2.0

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