Cosa succede se la Sardegna e Berlino si incontrano

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Isoli-tuned è un documentario sulla vita di quattro giovani musicisti sardi a Berlino, attualmente in corso di produzione nella capitale tedesca. L’intervista di Berlino Magazine.

Isoli-tuned è un documentario nato da un’idea del Circolo Sardo di Berlino e finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna. Il progetto – firmato dalla regista Monica Dovarch – si propone di osservare la vita quotidiana di quattro musicisti sardi residenti a Berlino. Questi saranno seguiti nelle loro attività consuete, pubbliche e private, nonché invitati a dialogare e a confrontarsi con i temi dell’espatrio e della “isolitudine”. Abbiamo intervistato alcuni dei responsabili di questo lavoro: Giusy Sanna (Manager di produzione), Sara Paracchini (Produttrice esecutiva, montaggio) e Stefano Ferrari (coautore alla sceneggiatura, suono).

I protagonisti

SF: «Cercando tra i musicisti sardi residenti a Berlino, ne abbiamo trovati quattro che si occupano di generi musicali tutti diversi tra loro. Il che vuol dire quattro tipi di situazioni e dinamiche sociali/urbane nettamente diverse. C’è un jazzista, una band electro-funk, una ragazza che lavora nell’ambito dell’arte contemporanea e della performance e una DJ, una tipica DJ di Berlino. Non sono nomi “famosi”, ma persone comuni unite dalla determinazione, dalla convinzione nel loro progetto».

SF: «Vogliamo raccontare tutti coloro che hanno dovuto affrontare un viaggio per trasferirsi in questa città e raggiungere un proprio sogno o ideale. O maturare semplicemente delle nuove esperienze».

GS: «Non vogliamo concentrarci troppo sul singolo individuo, distrae da quello che è il nostro obbiettivo. Noi parliamo di vite. Raccontiamo delle situazioni che vivono molte persone qui a Berlino: chi è appena arrivato, chi c’è già da una vita, chi si è inserito bene, chi sta ancora lottando».

La musica

SF: «Scegliere dei musicisti permette di raccontare meglio la città. Il musicista rappresenta una dinamica sociale differente, uno scarto dalla norma. Aiuta a spostarsi tra livelli di significato diversi. Quindi ragioneremo sia in termini di montaggio visivo che musicale/compositivo. Cercheremo di intrecciare immagini e suoni per dare un certo imprinting. Quattro storie, ma non quattro blocchi separati. C’è una trama che collega e unisce. Questi rumori e suoni, questi aspetti concreti della pratica musicale, verranno in un certo senso incastrati l’uno con l’altro per creare una composizione. Una trama nella trama».

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Isolitudine

GS: «Il titolo del documentario è Isoli-Tuned, che vuole essere un gioco di parole con “Isolitudine”. Il termine è stato portato alla nostra attenzione da Carlotta Comparetti, co-autrice dell’opera. Isolitudine è il sentimento di sentirsi circondati dalle acque che è proprio di ogni isolano. Una condizione esistenziale, che va a incidere sulla dimensione sociale e lavorativa. E’ qualcosa che ognuno di noi si porta dietro nel momento in cui decide di lasciare l’isola. La presenza del mare è un limite, ma dà anche un senso di protezione. Conosci bene il tuo posto, non c’è molto pericolo, sei ben delimitato. Sai bene dove stai. Ti limita e ti protegge allo stesso tempo. Per contro vuoi anche superare il limite, quindi è una condizione intimamente contraddittoria. Vuoi andartene, ma non sei obbligato a farlo. Non siamo immigrati con le valige di cartone, siamo venuti qua come cittadini europei a fare quello che volevamo. Ognuno di noi ha un modo particolare di vedere l’isola, ma ce ne andiamo tutti per capire come si sta “di là”. E’ un bisogno di scambiare le proprie esperienze con altre persone e aprire i propri orizzonti. Questo sarà un po’ il leitmotiv del nostro documentario».

SF: «E poi c’è il collegamento con la musica. Tuning, in inglese, significa accordare. Mettere in accordo uno strumento, o un ensemble. Cerchiamo di accordare tra loro queste storie, queste diverse trame».

La comunità sarda all’estero

GS: «La comunità sarda all’estero è molto differenziata geograficamente. C’è un tipo di cultura sarda molto incentrata sulla tradizione, derivante da un tipo di emigrazione iniziata negli anni ’50. Un attaccamento alla Sardegna come folklore, anche dal punto di vista gastronomico. A Berlino, invece, negli ultimi tempi i ragazzi sardi tendono a mostrare un’altra parte dell’isola, quella più “contemporanea”. Prendono il meglio dall’isola, lo portano qua e riescono in certi a casi a rielaborare la tradizione. Prendono suoni tipici, sapori tipici, colori tipici, e li aggiornano. C’è la voglia di rinnovare questa cultura che è un po’ stagnante, un po’ troppo legata al folklore come folklore».

SF: «La Sardegna non si “apre” alla globalizzazione, la subisce. Forse essere “isolano” può essere una buona mediazione tra la globalizzazione, che percepiamo, e un modo di mantenere integri quei confini entro i quali non va persa la propria identità».

Scrittura e sceneggiatura

SP: «Non abbiamo scritto una sceneggiatura vera e propria. Dietro al nostro progetto c’è un piano di lavoro strutturato, ma niente di definitivo. Non possiamo scrivere un dialogo o cose del genere. Abbiamo l’idea, e produciamo una prima elaborazione dell’idea in forma narrativa. Poi abbiamo un “trattamento”, un metodo-guida che ci aiuti nelle riprese. In un documentario puoi programmare solo la situazione: le riprese del concerto, la vita di tutti i giorni, eccetera. Ma finché non fai le riprese non puoi esattamente decidere in che modo costruirai la scena. La sceneggiatura che abbiamo scritto ci aiuterà più che altro nella postproduzione, in fase di montaggio. C’è una specie di storyboard a monte, delle intenzioni espressive. Però non vogliamo spingere troppo in questa direzione. Non è una fiction, è un documentario. Cerchiamo di vivere le persone per quello che sono veramente, senza nessuna forzatura».

Regia

SF: «La regista che cura questo documentario, Monica Dovarch, ha una formazione da antropologa visuale. Ha già lavorato a diversi documentari legati alla Sardegna, alla lingua sarda e alle sue caratteristiche fonetiche, alle tradizioni di lunga memoria della nostra isola, ai generi musicali vecchi e nuovi che si praticano in Sardegna. Credo che sia la persona adatta per questo progetto perché è abituata a lavorare in modo estemporaneo. Quando giri un documentario come questo, di tipo antropologico, la mano che dirige la camera deve fare tutto sul momento, non ha tempo di decidere: “questo va qui, questo va lì”. Ci vuole questo tipo di esperienza per tessere visivamente la trama».

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Distribuzione

GS: «Il documentario uscirà a fine anno. Sarà inviato in primo luogo ai Circoli Sardi nel mondo, ma abbiamo anche adocchiato alcuni festival a cui sarebbe interessante partecipare. Poi, nel caso ricevessimo ulteriori finanziamenti, potremmo pensare di ri-montare il documentario a piccoli episodi, per una eventuale distribuzione televisiva».

SP: «Speriamo che possa interessare anche ai non sardi. E’ vero, si tratta di quattro ragazzi che vengono dalla Sardegna, ma vorremmo raccontare una situazione più universale».

SF: «Anche perché non è che se sei sardo, allora fai automaticamente delle cose fiche. I nostri protagonisti ci sanno fare a prescindere dalla loro provenienza, crediamo che sia questo il punto che può interessare il pubblico».

Circolo Sardo e Regione Sardegna

GS: «I soldi vengono dalla Regione Sardegna. Si tratta di fondi destinati alla promozione della cultura sarda. L’idea, però, è del Circolo Sardo di Berlino. I circoli sardi nel mondo sono nati inizialmente come strumento di mutuo soccorso, per riunire i sardi all’estero, fornire loro una prima accoglienza, svolgere pratiche burocratiche e agevolare i rapporti con la regione. Con il tempo sono diventati luoghi dove si può parlare di quello che è la Sardegna al di fuori dei confini dell’isola o della nazione».

SF: «Oggi il Circolo Sardo di Berlino è un’associazione culturale vera e propria, che si occupa di far incontrare la realtà locale sarda e tedesca».

SP: «Il circolo aiuta i ragazzi a finanziare i propri progetti. Non bisogna immaginare un sacco di soldi, ma permette di condividere le spese di organizzazione. Consente di pagare lo spazio fisico che ospita un evento, l’organizzazione di un rinfresco, la promozione per far sì che ciò che viene organizzato abbia un minimo di risonanza. E’ un grande appoggio per i ragazzi sardi, soprattutto gli artisti. Li aiuta a diffondere il loro lavoro».

Leggi anche: Berlino celebra il cinema sardo con il Sardisches Film Festival

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Foto di produzione per concessione degli intervistati.

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