«Cresciuto a Scampia, in mezzo alla camorra, Berlino mi ha salvato a 57 anni»

Fabergi Jones

Quando arriva in redazione, tutti si voltano a dargli un’occhiata. È un uomo alto, slanciato, capelli brizzolati. Indossa una giacca blu, un cappello borsalino e una chitarra a spalla, timidamente conservata nella sua custodia. Si presenta a voce bassa: «Piacere, sono Giovanni, in arte Fabergi Jones». Nato a Messina e cresciuto a Napoli, Scampia, Giovanni Ciervo ha lavorato fin da ragazzo nel mondo della ristorazione: bar, pizzerie e ristoranti. Ma dopo una serie di sfortunate vicende personali, ha deciso di lasciare tutto e partire per Berlino. Oggi fa il cantautore per i locali della città, unendo le sue due più grandi passioni: musica e ristorazione.

La vita a Napoli. «Avevo 13 anni quando io e mia madre aprimmo il nostro primo locale a San Gimignano, vicino a Napoli. Si chiamava Little Bar. Poi si è ingrandito e abbiamo aperto una trattoria messinese. Non sono mai stato bravo a scuola perché sono cresciuto in una realtà estremamente difficile, a Scampia. Era tutta campagna allora, l’unica palazzina era la mia insieme ad altre due, che si trovavano un centinaio di metri più avanti. Non era la Scampia di adesso, o meglio: io non percepivo ancora tutti quegli episodi di violenza, che allora non erano così manifesti. Ma in realtà c’era un’enorme guerra tra le famiglie più grandi della camorra napoletana, decidevano quali terreni dovevano spartirsi e chi doveva vendere ‘sta maledetta droga, che portava milioni a settimana. Tutti i ragazzi che passavano al mio bar sono morti, uno per uno, perché erano immischiati con queste faccende. E io mi trovavo lì in mezzo. Stavo pagando i conti alla vita per tutti gli errori che avevo fatto allora, legali e personali. Ho iniziato a fare uso di droghe pesanti, e mi sono perso».

La musica e il ritorno a Messina. «La musica è sempre stata la mia passione. A sei anni ho costruito la mia prima chitarra in legno, con le lenze da pescatore, e cantavo Little Tony. La chitarra era sempre presente, in un angolino. Poi ho conosciuto la poesia di Fabrizio De André e mi sono deciso a suonare a 18 anni. È una passione che mi ha aiutato a superare le difficoltà della vita, perché imparare a suonare una canzone voleva dire superare un ostacolo. E così è stato. Ho scontato una condanna pari a circa 4 anni compresi gli arresti domiciliari, e dopo aver pagato il mio debito con lo Stato sono stato in una comunità per 4 anni per ripulirmi anche dall’uso di droghe pesanti. Poi ho finalmente deciso di cambiare la mia realtà, scappare da Napoli, che mi ricordava continuamente cosa avevo combinato. Non c’era soluzione se non tornare alle origini, a Messina. Ho avuto una ricaduta ma ho avuto la fortuna di incontrare la comunità Faro, grazie alla quale mi sono risvegliato da un incubo lungo vent’anni. Mi sono guardato allo specchio e ho deciso di ricominciare tutto daccapo. Così ho ripreso a lavorare nella ristorazione, tra ristoranti, pub e campeggi, dove timidamente mi approcciavo al pubblico con le canzoni di Simon and Garfunkel, Bob Dylan, oltre naturalmente a Faber».

Fabergi Jones

Berlino. «A Messina non c’era più lavoro, così ho deciso di rimettermi in gioco e partire da solo per Berlino. Vivo qui ormai da cinque anni. Prima di lasciare la mia città ho inviato una serie di curriculum e richieste di lavoro a diversi locali. Ma senza mai lasciare la musica, anche perché penso che insieme alla cucina siano un’unione perfetta. Volevo trovare un posto nel mondo, e mi sono ritrovato qui. Non è stata una scelta studiata, non pensavo nemmeno fosse così bella questa città. Ho iniziato a lavorare nella ristorazione, ma poi ho lasciato perché la ristorazione italiana a Berlino è un inferno. Man mano che ho iniziato a esibirmi mi sono reso conto che non avevo più problemi nel raffrontarmi col pubblico: mi sentivo libero, non giudicato. È grazie a questa città se la mia passione si sta trasformando in un vero e proprio lavoro.

Qui ho vissuto delle esperienze che meritano di essere raccontate. Sono stato ospite di J. che lavorava per la televisione tedesca e mi aveva conosciuto in un ristorante, dove mi aveva sentito suonare. Aveva preso il mio biglietto da visita e mi ha ricontattato più avanti per una festa organizzata per il compleanno di sua moglie. Ero l’ospite d’onore. In quell’occasione ero venuto a contatto con tanta gente d’alto borgo, artisti, cantanti, attori, e iniziai a farmi conoscere. Un altro episodio successe a Natale di tre anni fa, quando sono stato invitato a suonare ad una mostra di pittori tedeschi, che hanno vissuto a Ischia nel dopoguerra, ospitata nel castello di Spandau. Più avanti ho ricevuto un invito a un matrimonio in Polonia, a Brandeburgo e altre città in Germania. Sono storie che mi hanno arricchito enormemente. Io non parlavo tedesco, ma me la sono cavata sempre un po’ con l’inglese. Oggi suono principalmente a Prenzlauer Berg in un ristorante italiano, Aromi e Sapori, e uno tedesco, Live Hack, ma capita di esibirmi anche alla Trattoria Felice, nella Lichener Strasse.

Non posso che essere riconoscente a questa città. Berlino mi ha accettato, mi ha fatto accomodare e mi ha integrato, nonostante avessi già 57 anni. Quello che non ha fatto l’Italia, dove superata una certa ‘soglia’, non sei più candidabile né per un lavoro né per una pensione. Berlino mi ha dato una nuova leva, una nuova gioventù, una nuova aria al cuore».

Tutte le foto © Fabergi Jones

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