Ich bin ein Berliner: lo storico discorso di John Kennedy a Berlino nel 1963

di Maria Rita Arfuso

Non mi piaceva il modo in cui mia madre mi conciava ogni volta che c’erano occasioni di festa; quel 26 giugno del 1963 era caldo come non se ne vedevano da un po’ a Berlino ed invece io indossavo ancora un vestitino di cotone pesante ormai troppo piccolo sulle spalle e sul collo. Era un giorno importante quello, stava arrivando il presidente degli Stati Uniti d’America per fare un discorso a noi berlinesi dell’ovest che vivevamo ormai da anni circondati dalla Germania sovietica.

Mentre ci dirigevamo a Rudolph Wilde Platz, la piazza di fronte Rathaus Schoneberg, mi sentivo felice: quella piazza mi piaceva. Quando era vuota, mi posizionavo a piedi uniti in un punto che per me corrispondeva esattamente al centro e, perdendomi nei grandi quadri che disegnava il pavimento, mi sentivo infinitamente piccola. Dal ’48 Rathaus Schoneberg era diventata la sede del municipio di Berlino Ovest. Quella che storicamente lo era stata, il Rotes Rathaus, ospitava ormai gli uffici municipali di Berlino Est.

Ricordo che i miei passi si confondevano a quelli di tanta gente che correva verso il piazzale parlando a gran voce del presidente Kennedy. Due anni prima la mia famiglia, come tutti i berlinesi, aveva visto dividere la città da un muro che superava due volte la stazza di papà. Dall’altro lato, mi dicevano, ci abitavano i comunisti, io ricordo solo che ci abitavano mia zia Julia e mio cugino Hans, un bambino pieno di lentiggini e con le ginocchia sempre sbucciate con cui giocavo ogni tanto dopo scuola, ma che non mi capitò di rivedere per un po’ di tempo. Come la mia, il muro aveva diviso tante famiglie da un giorno ad un altro.

La mia prima infanzia coincise con il periodo in cui la Germania diventò la pista di un walzer tra le due potenze che avevano scalato la scena mondiale, gli Stati Uniti e l’URSS. Come previsto dagli accordi di pace, il paese era stato diviso in due zone e lo stesso avvenne dopo con la sua capitale. Nonostante Berlino si trovasse profondamente nella zona dominata dai sovietici, la città fu prima divisa in quattro zone di influenza tra i vincitori di Hitler e poi lasciata in mano agli Americani ed ai Sovietici.

Era il periodo della Guerra Fredda e i Russi decisero di costruire quella che ufficialmente chiamavano antifaschisticher Schutzwall e che passò alla storia come muro di Berlino. Il muro, inizialmente un semplice fil di ferro poi trasformatosi in un’imponente struttura di cemento armato, sarebbe diventato non solo il simbolo della divisione tra Est ed Ovest, ma anche l’emblema di tutta un’era. Il muro era la porta e il limite tra i due mondi, anche se questo io lo capì soltanto dopo: a dieci anni un muro ti viene solo voglia di scavalcarlo, per scoprire quali incredibili misteri siano celati ai tuoi occhi.

I Russi sostenevano che fosse soltanto un modo per limitare le informazioni che passavano dalla Repubblica Democratica tedesca a quella Federale ad Ovest; la realtà era che la migrazione da Est ad Ovest stava diventando sempre più massiccia e lasciava la “Berlino sovietica” spopolata e priva di forza lavoro.

Ricordo ancora la piazza gremita di gente e l’odore dell’acqua di colonia che la mamma metteva solo nelle grandi occasioni, misto a quello di sudore e sigaro di un signore panciuto che mi stava accanto. All’epoca ero ancora troppo bassa per dominare la visuale; all’inizio di quello storico discorso, l’unica cosa che riuscivo a vedere erano le spalle e le teste della gente che mi stava davanti. Quando il presidente Kennedy comparve sul balcone adornato, me ne accorsi però subito, nonostante la mia svantaggiata posizione: un grande boato percorse la piazza, una folla entusiasta di 250 mila persone manifestava allegramente il suo calore. Tanti fazzolettini bianchi sventolavano nel cielo quando sentii la sua voce. Iniziò a parlare ed il suo poteva sembrare un discorso provato più volte, perché i ritmi sembravano quelli di una musica, le pause si susseguivano a frasi in inglese ripetute strategicamente e a piccoli slogan in tedesco; il tutto cadenzato dagli applausi scroscianti.

Il discorso di John Kennedy a Berlino era durato non più di dieci minuti, ma erano state parole forti e risonanti. Quando trovai un palo e finalmente riuscii a sporgermi, ecco che quell’uomo distinto e riservato, con un sorriso così smagliante che mi sembrava riflettesse la luce del sole, pronunciò il fatidico “Ich bin ein Berliner”; “io sono un Berlinese”. Il presidente degli Stati Uniti, dichiarava di sentirsi un cittadino di Berlino come noi, di condividere lo stato d’animo che i berlinesi provavano ogni giorno. La cosa che la maggior parte di noi non capì era che quel discorso avrebbe rappresentato un momento storico fondamentale della storia contemporanea, una dichiarazione di amicizia e solidarietà spontanea e familiare alla Germania dell’Ovest, una presa di posizione forte verso quella dell’Est. In quel momento a Berlino, nella piazza dove giocavo la domenica, si combatteva una guerra fredda di parole e applausi, pause e schiamazzi: il mondo ci guardava.O meglio, a guardarci era il mondo libero, come disse Kennedy, libero dal comunismo, il mondo della democrazia. A Kennedy quella Germania divisa e sofferente non sembrava più il frutto di una decisione presa a tavolino dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, ma solo una colpa dei sovietici: d’altronde lo pensavano in molti.

Ad un anno dalla Crisi di Cuba, in cui i russi si erano avvicinati come mai prima al territorio statunitense con le proprie armi, Kennedy rispondeva presentandosi ad un passo dalla loro Repubblica Democratica, la DDR.

Abbandonati i toni di conciliazione e pace, Kennedy si spinse all’attacco. Qualche tempo dopo si venne a sapere che il presidente americano si era fatto tradurre velocemente, poco prima di tenere il discorso, alcune frasi in tedesco dal suo interprete, perché avessero più presa sulla folla. Aveva trascritto quelle frasi su di un foglio arrangiato che tirò fuori con classe e discrezione all’occorrenza. Il suo interprete ufficiale racconta che mentre già migliaia di Berlinesi lo acclamavano, lui esercitava nervosamente la pronuncia di quelle poche frasi, mentre il suo braccio destro si lamentava di quel discorso “andato troppo oltre”. Alcuni ammiratori del giovane presidente guardarono con stima all’audacia e alla forza del discorso: la dichiarazione di una politica statunitense che sembrava protendere a tutto, tranne che al compromesso.

Molti dissero poi che Kennedy in quel modo non aveva fatto altro che riconoscere ai sovietici quello che di fatto già avevano: Berlino Est. Una disfatta insomma, avvenuta tramite il riconoscimento di uno status quo che arrivava dopo l’unilaterale decisione sovietica di costruire il muro. La reazione di Nikita Kruscev, che era a capo dei territori delle Repubbliche Sovietiche, suonò più come una minaccia che come la risposta ad un invito: “Lasciate che vengano a Berlino”. I toni erano accesi e nessuno dei due si prodigò per calmarli.

Nella mia famiglia la reazione più concitata la ebbe mia sorella, che bisbigliò al mio orecchio quanto Kennedy fosse simile ai miti di Hollywood e a come ce li immaginavamo. A quello di Kennedy ne seguirono altri, di discorsi importanti, ma quello che mi piace ricordare lo vidi alla televisione. Nel 1987 il presidente/attore Ronald Reagan venne in visita a Berlino e riferendosi al capoccione di Gorbaciov esclamò ”Mister Gorbaciov, butti giù questo muro”. Il 4 novembre del 1989, quando ormai di anni ne avevo 36, le rivolte iniziarono ad Alexanderplatz. Nel giro di cinque giorni del muro erano rimaste poche parti che nessuno aveva voglia di buttar giù: il muro, per noi che lo avevamo vissuto, doveva rimanere in parte lì dov’era sempre stato, un monito di rabbia e di cemento armato che esprimesse senza parole quello che tutti noi avevamo avuto dentro al cuore per 28 lunghissimi anni: i popoli non si dividono.

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