Fertility Day e comunicazione? La Lorenzin dovrebbe imparare da questa campagna della BVG di Berlino

Mentre bighellonavo per Berlino mi è balzato all’occhio uno dei tanti cantieri che costellano la città, più nello specifico quello che prevede l’allungamento della linea U5 della metro. A coprirlo i classici pannelli su cui la BVG, l’azienda che insieme alla Deutsche Bahn si occupa dei trasporti berlinesi, ha voluto esprimere la propria idea sulla funzione del trasporto pubblico nella capitale tedesca. L’immagine mostra diversi vagoni della metro e i loro passeggeri, in una modalità di disegno quasi infantile: tra di essi una coppia chiaramente gay (ritratta in modo volutamente un po’ stereotipato, visto che sembrano diretti verso il Blue Oyster Bar di Scuola di polizia), una ragazza coperta con il velo e i libri in mano, una giovane coppia con lattante al seguito abbracciati e protetti da un’aquila bonaria (simbolo dello stato tedesco), un improbabile duo ragazzo nero-nonna che sferruzza, un operaio insieme a un’artista di strada, e così via. Il tutto accompagnato da uno slogan semplice quanto diretto: U5 verbindet, “la U5 connette, unisce”. Insomma un messaggio di tolleranza ed emancipazione semplice, immediato, efficace e graficamente ben realizzato: tutto quello che ci si aspetta da chi per lavoro fa comunicazione.

U5

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L’harakiri del Fertility Day. Così mi è subito tornata in mente la recentissima serie di suicidi comunicativi a cura del Ministero della Salute italiano. Per quelli che per qualche motivo non hanno potuto o voluto seguire la vicenda, un breve sunto. La ministra della salute Beatrice Lorenzin ha lanciato con orgoglio nelle scorse settimane il Fertility Day e la relativa campagna di comunicazione. L’iniziativa, come il nome littorio lasciava intendere, era dedicata a promuovere la natalità nel Belpaese. Di per sé non un male, se non fosse che le modalità in cui la campagna è stata realizzata sembravano tirate fuori dal libro nero dei pubblicitari. Le immagini comprate a quattro soldi e gli slogan sessisti prima, razzisti poi, hanno invaso le bacheche dei nostri social e, nonostante tutto porti a questa conclusione, ancora stento a credere si sia trattato di un’iniziativa ufficiale e non del frutto di un pesce di aprile con molto anticipo o molto ritardo, come preferite. Se esistesse il Necronomicon della comunicazione avrebbe probabilmente in copertina la campagna di cui sopra, qualcosa che dovrebbe avere un titolo del tipo: “Comunicazione: ecco le cose da non fare mai e poi mai”. Certo, direte voi, un errore o una soluzione errata possono capitare a tutti ed effettivamente oltre al divertimento dei meme esplosi in rete la cosa sembrava finita lì, quando invece con un colpo da maestro la ministra e il suo entourage hanno tirato fuori la nuova locandina, quella sui “cattivi compagni da abbandonare” per la prevenzione della sterilità e dell’infertilità, che anche il capo del KKK avrebbe trovato un po’ esagerata. Insomma, errare humanum estperseverare autem diabolicum.

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Un confronto impietoso. Il confronto tra le due modalità comunicative – quella italiana e quella tedesca – è davvero impietoso. E quasi mi infastidisce, perché vuol dire ancora una volta dovermi pensare come uno di quelli che “all’estero è tutto perfetto e in Italia fa schifo”, ma non crederlo in casi come questi è davvero difficile. Certo, si obietterà, stiamo parlando di un confronto tra un ministero e un’azienda privata, la prima tradizionalmente legata ad un tipo di comunicazione più ingessata e la seconda più libera di spaziare. Ma tra il mantenersi istituzionali e il mettere in piedi una campagna raffazzonata nelle forme e reazionaria ai limiti del Ventennio nei contenuti c’è una bella differenza. E poi, il tocco finale di chiedere un aiuto gratuito ai creativi per le prossime campagne? Stendiamo un velo pietoso.

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La comunicazione è lavoro, e come tale va trattata. La domanda da porsi quando si parla di comunicazione è sempre la stessa, trita e ritrita: vi fareste mai operare da qualcuno che nel proprio curriculum vanta solo l’aver visto tutte le stagioni di Grey’s Anatomy e Doctor House? Immagino proprio di no. Vorreste il migliore chirurgo sulla piazza, o quantomeno uno che ha studiato per anni e ha esperienza da vendere. Dato questo per scontato, perché invece quando si tratta di comunicazione ci si affida spesso a professionisti scadenti, amici o, peggio ancora, a totali incompetenti? Sicuramente certe scelte saranno basate anche sul tempo e sul budget a disposizione. Però, se non mi stupisce che la macelleria di Zio Pino faccia fare le proprie locandine e il proprio sito web al cugino sedicenne della signora Maria del terzo piano, che è tanto simpatica e compra la carne per il brodo ogni sabato mattina, ciò che mi lascia invece basito sono le fantasmagoriche uscite delle istituzioni italiche che, almeno in fatto di budget, non credo abbiano troppi problemi e avrebbero dunque tutti i mezzi per trovare gente più che valida nel settore. È chiaro allora che il problema è endemico, e le soluzioni ben lungi dall’essere individuate. Che dire intanto alla ministra Lorenzin: venga a farsi un giretto a Berlino e dia un’occhiata alla comunicazione BVG. E per il budget non si preoccupi: il biglietto glielo offro io. Della metro, si intende.

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Paco Romito

Barese e fiero figlio degli anni 80, non porto spalline e capelli cotonati ma chiedetemi il titolo di qualche film o telefilm (all'epoca non si chiamavano ancora SERIE) di quegli anni e non solo annuirò compiaciuto, vi canticchierò anche la sigla. Ho giocato per 10 anni a football americano, non è rugby, anticipo la domanda. Uno sport che mi ha insegnato moltissimo sul lavoro di squadra e sul sacrificio ma anche sul fatto che i quarterback cuccano solo negli USA. Sono a Berlino da gennaio 2015 e intendo restarci.

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