Finché 62 super ricchi possiedono quanto mezza umanità sarà difficile evitare nuove Bruxelles

62 uomini possiedono una ricchezza equivalente a quella della metà più povera della popolazione mondiale (circa 3,6 miliardi di persone). A Idomeni due migranti si danno fuoco perché l’Europa accoglie chi scappa dall’orrore con esercito e filo spinato, scaricando il problema su un dittatore conclamato, Erdogan. Il mondo ha sulle spalle almeno quattro secoli di colonialismo e imperialismo, politiche fondate apertamente sulla rapina sistematica e sul genocidio. Da cinque anni in Siria (e da sempre in Medio Oriente) muoiono migliaia di bambini nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale. Le periferie delle metropoli occidentali sono incubi in cui non possono che deflagrare odio e disintegrazione sociale.

Almeno un jihadista su quattro è un convertito all’Islam, dunque originariamente non professava la fede musulmana. Quasi tutti gli estremisti europei sono immigrati di seconda-terza generazione, non profughi appena arrivati. Studi sociologici francesi confermano che la giustificazione religiosa alla violenza arriva dopo e va fondamentalmente a corroborare una scelta già maturata, mentre risentimento sociale, disoccupazione e carcere giocano un ruolo decisivo nel trasformare il piccolo delinquente in terrorista. Ciò non significa, ovviamente, che tutti gli estremisti siano poveri quanto piuttosto che la marginalizzazione e il mancato riconoscimento sociale possono assumere tante forme, non soltanto quella economica.

Dopo l’orrore insensato di Bruxelles i media sono stati invasi dai soliti professionisti della paura, sempre prodighi di “soluzioni” ancora più disastrose del problema: chiudere le frontiere, sospendere i diritti civili, perquisire i musulmani casa per casa, “ripulire le nostre città”. Che fosse gente priva di qualsiasi responsabilità istituzionale lo sapevamo da tempo, ma la loro incapacità (o mancanza di volontà) di comprendere i nessi causali alla base dei fenomeni sociali più importanti non è ulteriormente sopportabile. Continuare a proporre a un’opinione pubblica spaventata l’equazione musulmano-jihadista o l’idea che i recenti profughi di guerra siriani, iracheni, eritrei c’entrino qualcosa con gli ultimi attentati è un’operazione criminale e come tale va affrontata.

Resta fermo che i servizi di intelligence europei dovranno intensificare la loro vigilanza e provare a sradicare il bubbone delle generazioni di terroristi già esistenti e formate. Ma è sotto gli occhi di tutti che le forze antiterrorismo hanno fallito (l’artificiere dell’aeroporto di Bruxelles è quasi certamente lo stesso di Parigi). Perché i jihadisti si muovono agilmente su un piano internazionale, mentre l’Unione Europea è una farraginosa unione di Stati, e dunque di governi, polizie, burocrazie. E, più in generale, perché è impossibile che i servizi di intelligence, da soli, riescano a garantire la sicurezza di tutti: come si fa a tenere sotto controllo una guerra così porosa, diffusa e permanente, in cui gli schieramenti, se esistono, non si vedono, i civili sono i principali obiettivi e i “soldati” sono pronti a morire in qualunque istante e in qualsiasi luogo?

L’unica soluzione reale e a lungo termine, allora, non può essere che produrre un ordine mondiale in cui non esistano più persone desiderose di farsi saltare in aria pur di prostrare un Occidente odiato con tutte le forze. Oppure possiamo trasformare l’Europa in una fortezza sorda e cupa. Possiamo continuare a ergere muri contro i profughi di guerra, vale a dire i nostri migliori alleati nella lotta a un terrore che spesso hanno sperimentato in prima persona. Possiamo cullarci nella speranza che la repressione e la nostra impotente intelligence siano antidoto sufficiente a contrastare un fenomeno così globale e pervasivo. Tutto, pur di non ammettere che forse è arrivato il tempo di cedere – mi riferisco al sistema Occidente, non ai poveracci occidentali che ne sono a loro volta vittima – una briciola del nostro maledetto benessere. Che, ha ragione Serge Latouche, ormai è soltanto un triste e angosciato ben-avere.

Foto di copertina © YouTube – Screenshot

Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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