Günter Schabowski, l’uomo che fece cadere il Muro per errore

Günter Schabowski

Me l’hanno sempre detto fin da piccolo: “Günter, se qualche volta non sai cosa dire, parla. Parla lo stesso. Meglio sbagliare che passare per ignorante…”. E io ho sempre parlato, anche troppo.

La gente mi conosce proprio per questo, perché avrei potuto, e dovuto, star zitto e invece ho voluto rispondere a chi mi stava sfidando. Ma la colpa non è solo mia: io alle riunioni in cui i grandi capi stavano decidendo il futuro del partito e della Germania Est non c’ero. Ero in vacanza, avevo bisogno di riposo. Gli ultimi mesi erano stati faticosissimi, avreste dovuto provare voi a convincere Honecker che aveva fatto il suo tempo: ci diceva che togliendolo di mezzo non sarebbe cambiato nulla, che eravamo come lui ma solo un po’ più giovani. Aveva ragione, ma l’avremmo saputo solo dopo.
E poi c’era la gente in strada, le manifestazioni, l’Unione Sovietica che di unito cominciava ad avere ben poco, la glasnost e la perestrojka… e tutto questo in pochissimo tempo. E noi negli uffici a Berlino Est a rincorrere questo treno in corsa come se avessimo ai piedi delle scarpe di ferro. Qualcosa andava fatto, ma prima avevo bisogno di un po’ di riposo. Perché tutto si affronta meglio a mente lucida.

E poi è arrivato il 9 novembre e la telefonata dopo pranzo.

«Herr Schabowski, stasera c’è una conferenza stampa da fare. E’ importante…abbiamo discusso le nuove norme sui viaggi all’estero. Ferie revocate, si riposerà dopo». «E va bene», penso. «Lo faccio. Ma sarà l’ultima volta».
Ed è stata l’ultima davvero. Sono sempre stato abituato ad arrangiarmi all’ultimo momento, ma mai come quel giorno: buttato allo sbaraglio davanti ad un plotone di giornalisti. E non i soliti giornalisti amici del SED con le domande caricate a salve: i giornalisti di quella sera sparavano sul serio.
E io lì, a difendermi dai colpi, protetto solo da un foglietto scritto di fretta da uno dei tanti burocrati che aveva partecipato alla riunione di poche ore prima. Sarebbe stato meglio se non l’avessi avuto, ho fatto pure la figura del burattino. Tutti lì a domandarsi cosa ci fosse scritto di importante, a chiedersi chissà quali segreti potesse nascondere un pezzo di carta…Volete sapere che c’era scritto? «Norme per i viaggi all’estero variate. Seguiranno informazioni.» Tutto qua.

Avrei dovuto annunciare che, lentamente, anche a Berlino Est stavamo facendo dei passi per raggiungere il treno in corsa.

Avrebbero dovuto meravigliarsi, la gente avrebbe dovuto essere felice: finalmente anche la Repubblica Democratica Tedesca prova a mettersi al pari con gli altri! E invece no, volevano tutti di più. E i giornalisti per primi; io lo so bene, faccio parte anche io della categoria. La politica per me è arrivata dopo.

Me lo ricordo ancora perfettamente il mio carnefice, un giornalista italiano col cognome da tedesco: Ehrman. Credo non riuscirò mai a dimenticarlo.
Non mi ha nemmeno chiesto il permesso di parlare: «E queste norme valgono da subito?», ha chiesto. «Ma che vuole che ne sappia…» avrei dovuto rispondergli. «…non le basta quello che stiamo facendo? In un giorno solo abbiamo preso una decisione epocale!». Ma non potevo dirlo. E la mia testa mi diceva di non stare zitto, perché altrimenti avrei fatto la figura dello stupido. E allora ho aperto il foglietto che mi avevano dato, come se contenesse la verità assoluta, ho finto di leggere e ho risposto: «Per quanto sia di mia conoscenza… valgono da subito, senza restrizioni».

Da solo, in pochi minuti, ho fatto quello che ventotto anni di proteste, di fughe e di politica internazionale non erano riusciti a fare: ho abbattuto il Muro di Berlino.

Non importa a nessuno il fatto che da lì a poco sarebbe comunque successo, anche senza di me e di quella stupida conferenza stampa: a passare sempre alla storia sono i nomi, si ricordano più facilmente. E quando questi nomi non ci sono, bisogna comunque trovarli per forza. Da quel momento, sul manico di ogni martello che sbriciolava il Muro pezzo per pezzo, c’era scritto il mio: Günter Schabowski.

Cosa volete ancora da me? Volete sapere se è stato un errore o se l’ho fatto apposta? Ho solo sbagliato. Sono stato superficiale e avventato. Per una volta quella più semplice è davvero la risposta giusta.

Volete sapere se mi sono pentito del mio errore? No, ma questo lo dico adesso: ci sto pensando da quel 9 novembre e solo ora posso dire che avevamo superato ogni limite. Eravamo un paese che iniziava a correre una maratona quando gli altri erano già arrivati all’ultimo chilometro. E noi politici, che avremmo dovuto guidarlo verso il futuro, eravamo dei rottami di un’epoca che ormai non esisteva più. Dovevamo sparire, in un modo o nell’altro.
Ho ammesso le mie colpe ogni volta che sono stato interpellato; ho fatto parte di qualcosa che era diventato mostruoso, che prometteva libertà e che invece inghiottiva la vita delle persone. Ed io ne ero uno dei vertici, come potrei negare la mia responsabilità morale? Soprattutto in questo caso tacere e voltarsi dall’altra parte sarebbe davvero da stupidi.
Non chiedetemi più niente, non ho nient’altro da dire. Il resto della storia si conosce, sta scritto sui libri. Basta con le domande, me ne hanno già fatte fin troppe. E soprattutto basta con le risposte sbagliate, anche con quelle ho già dato a sufficienza.

Chi è Günter Schabowski

Günter Schabowski, nato ad Anklam (Pomerania) il 4 Gennaio 1929 è un giornalista e politico che ha avuto un ruolo fondamentale nell’ultimo periodo di vita del SED (Partito Socialista Unificato di Germania ) che governò la Repubblica Democratica Tedesca dalla fondazione fino alla sua caduta.
Incaricato come portavoce non ufficiale del SED, la sera del 9 novembre 1989 dichiarò in una conferenza stampa (per errore) che le nuove norme in discussione per i viaggi dalla RDT verso l’estero erano in vigore da subito.
Il giornalista che pose la domanda decisiva era Riccardo Ehrman, inviato dell’ANSA.
Nel 1997 è stato giudicato colpevole insieme a Egon Krenz ( ex segretario generale del SED) e Günther Kleiber (membro del Politbüro) dell’omicidio dei cittadini tedeschi dell’Est che tentavano la fuga nella Repubblica Federale Tedesca.
Condannato inizialmente a tre anni, è stato scarcerato nel 2000 dopo un solo anno di reclusione. All’alleggerimento della sua pena ha contribuito la sua ammissione di colpevolezza morale per i crimini commessi dalla RDT. Ad oggi è l’unico degli ex alti funzionari del SED ad aver pubblicamente ammesso le proprie responsabilità. Günter è morto il 1 novembre 2015.

(Le parole e i pensieri attribuiti a Günter Schabowski sono una mia libera interpretazione. I dati sono però certi e i fatti realmente accaduti)

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Francesco Somigli

Autore freelance, narratore di storie e ideatore del progetto Ohneort in cui esplora e racconta la rete metropolitana di Berlino. Collabora con Berlino Explorer con tour guidati alla scoperta della capitale tedesca.

One Response to “Günter Schabowski, l’uomo che fece cadere il Muro per errore”

  1. ASD

    Un articolo decente tra articoletti per pseudo fricchettoni e vegetariani? bisogna gridare al miracolo, grazie Francesco.

    Rispondi

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