Furono confiscate agli ebrei: ora le opere della collezione del nazista Gurlitt verranno esposte a Berna

Il Museo d’Arte di Berna ha accettato di ospitare la collezione del mercante d’arte di Hitler. Di quali opere parliamo?  Nel 2012, a causa di un’indagine su di una frode fiscale, la polizia bavarese entrò sono nell’appartamento di un anziano signore, Cornelius Gurlitt. Vi trovò 1406 opere d’arte  rimaste praticamente nascoste da decenni. Erano il frutto dell’opera di accumulo e di espropriazione del padre di Cornelius, Hilderbrand Gurlitt il soprannominato “mercante d’arte di Hitler”. Molte delle opere – tra cui le firme di Canaletto, Courbet, Picasso, Chagall, Matisse, Picasso e Monet –  erano appoggiate sul pavimento ed erano coperte di ragni riportava la BBC.

Sul da fare scivolò il silenzio. Il valore delle opere era inestimabile, ma esporle significava nobilitare il lavoro di Gurlitt. Nel frattempo il figlio veniva intervistato dal Der Spiegel. Non sembrava intenzionato a restituire tutto.  Nel maggio scorso la situazione si complica ulteriormente. muore Cornelius Gurlitt. Le sue ultime volontà – contestate da alcuni parenti che ne vorrebbero l’eredità– recitano il desiderio che la collezione sia lasciata ad un museo. Per la precisione, la Kunstmuseum Bern Foundation, fondazione d’arte privata con sede in Svizzera.

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Ed i legittimi proprietari, o meglio, i loro eredi?Christoph Schaeublin, a capo della fondazione, ha dichiarato che nuove indagini saranno avviate per determinare quali opere furono sequestrate e a chi. Nel caso in cui si accerterà l’esproprio forzoso saranno restituite. Nel frattempo, grazie ad un accordo trovato tra le autorità federali tedesche, quelle bavaresi ed i rappresentanti del museo hanno dato la fumata bianca: il Kunstmuseum di Berna ospiterà la collezione “pulita” do Gurlitt, ovvero quelle opere di cui non si sospetta l’appropriazione illegittima da parte dei Nazisti. Il resto resta in Germania, in attesa che le ricerche portino ai discendenti di quelli che erano i legittimi proprietari.

Tre opere d’arte della collezione che non partiranno per Berna non dovranno attendere molto prima di tornare a casa: pronti per la riconsegna sono un Liebermann, un Matisse ed un’opera di Carl Spitzweg. Tra i destinatari ci sono i discendenti del mercante d’arte Paul Rosenberg. Tra le persone che hanno invece probabilmente perso anni di vita negli ultimi mesi – come si suol dire – Christoph Schäublin, presidente del museo bernese: “E’ stata la decisione più difficile della mia vita professionale.” Possiamo immaginarcene le ragioni.

La responsabilità della Confederazione Elvetica circa la gestione delle opere d’arte e di altri beni economici durante il corso del conflitto sarà un’eredità pesante. Non è infatti un caso che nelle prime righe del documento rilasciato sul Caso Gurlitt dal Museo d’Arte di Berna si ponga l’evidenza su come il museo sia una fondazione privata, pertanto indipendente dalla Confederazione; a tali righe fa seguito una sintesi dell’impegno della Svizzera nello stabilire regole circa la restituzione dell’arte trafugata durante l’Olocausto (i Principi della Conferenza di Washington del 1998) e dei suoi passi per renderle più efficaci. Il Museo che ospiterà le opere, aveva già adottato misure circa il corretto trattamento dei beni confiscati dai Nazisti prima della Conferenza del 1998.

La Svizzera si è impegnata già da subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale a restituire o risarcire le opere trafugate. Tuttavia la vicenda del defunto signor Gurlitt ci porta a prendere atto di come la Storia e la Geografia conoscano raramente confini: passate attraverso i decenni, le mani dei legittimi proprietari, quelle del mercante d’arte di Hitler, di suo figlio, delle autorità bavaresi, di quelle federali, ora le opere della collezione non hanno solo un valore storico, o uno affettivo (per non parlare di quello economico, complessivamente attorno al miliardo di euro); esse ci rimandano al diritto internazionale ed alla necessità di una maggiore cooperazione a riguardo: “L’approccio internazionale alla problematica delle opere d’arte trafugate è stato sinora caratterizzato da procedure, norme o accordi ancora poco collaudati. Archivi sigillati o difficilmente accessibili, diversi standard e metodi di ricerca e la collaborazione più o meno ampia da parte degli uffici responsabili complicano ulteriormente il lavoro scientifico. Mancano tuttora l’elaborazione di competenze specialistiche e di un’ampia rete di informazioni da parte delle commissioni di indagine, delle organizzazioni coinvolte o dei singoli ricercatori. A ciò si aggiunge la difficoltà dei richiedenti di trovare possibili vie di soluzione a causa delle differenze legali e di procedura tra un Paese e l’altro. In particolare i privati senza conoscenze specifiche della materia o senza il sostegno di un’organizzazione si trovano davanti a ostacoli spesso insormontabili.

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