I pranzi delle nostre nonne sono i migliori perché hanno il sapore dei ricordi, il sapore di casa

Mia nonna abita con mia zia e i miei cugini. Si chiama Rosa. Per anni l’appuntamento con loro la domenica a pranzo, anche quando da Berlino torno in Italia, è uno degli eventi clou della mia settimana. In passato, mi hanno spesso aspettato anche fino alle 2 per pranzare. La mattina arbitravo e poi di corsa, assieme a mio padre in versione autista, lì al Villaggio Olimpico, cercando un parcheggio mentre il resto dei tifosi si recavano presso il vicino stadio a guardare la Roma o la Lazio. Come per tanti altri nipoti il cibo della nonna era, ed è tuttora, il migliore e mai nessuno lo eguaglierà visto che è il sapore di casa e dei ricordi. Lei, casalinga che da Reggio Calabria  si è trasferita a Roma negli anni ‘60 con il marito e i tre figli, mia zia, mio zio e mio padre, è stata per più di quarant’anni un’inconsapevole testimonial della cucina regionale calabrese ed italiana in generale che sia la domenica che quando si celebravano Natale, Epifania, Pasqua o compleanni dei nipoti, ci deliziava di una varietà di pasti di cui non se ne aveva mai abbastanza. Pasta al forno, pastasciutta, cotolette, vitel tonné, arrosto, alici a beccafico, melanzane sottolio, pomodori e peperoni ripieni, parmigiane, arrosti, abbacchi e tanto altro ancora. Era prassi che, arrivati ormai alla frutta, si mettesse la mano sulla fronte e dicesse “Uh, mi sono dimenticata i piselli”. E così, anche se in mano si aveva uno spicchio di mela, per evitare che i pisellini andassero buttati, tutti noi familiari a partire da noi nipoti, ce ne servivamo almeno un cucchiaio.

Mia nonna è da alcune settimane in ospedale. Ha 97 anni. Si è rotta il femore e come per tutte le persone di quell’età a cui si rompe un arto, la guarigione è molto più difficile e ha molte più ripercussioni di quanto si potrebbe pensare prendendo in considerazione solo la frattura. Il pranzo del 25 Dicembre scorso è stato il primo senza di lei, almeno a casa. Siamo andati a trovarla in ospedale in mattinata. Poi, come sempre, abbiamo cenato a casa di mia zia. Stavolta è stata lei a preparare ed è stata bravissima nonostante nelle ultime settimane abbia diviso la sua giornata tra casa e l’ospedale. In clinica mia nonna si annoia e, giustamente, è giusto farle compagnia. Giusto forse però è la parola sbagliata. Stare con mia nonna è piacevole, molto piacevole. A differenza di quando è a casa e, nonostante mia zia e i miei cugini abitino nelle stanze accanto, passa buona parte della giornata a letto a guardare la televisione (buona compagnia per mantenere alta l’attenzione a ciò che accade nel mondo, ma artefice allo stesso tempo di un rimbabimento generale, sia per il volume a cui viene trasmessa che per le tante trasmissioni spazzatura), mia nonna in queste settimane ha ritrovato l’acume di un tempo. E così, come in tanti film sui “ritorni al capezzale del parente infermo” ecco che ogni sua frase è una perla di quella saggezza che solo chi ne ha viste tante può donare. Il pranzo senza di lei è stato bello e un po’ malinconico allo stesso tempo.  Ci sono state le melanzante sott’olo e l’insalata russa come antipasto, le lasagne come primo, l’arrosto (ben due tipi diversi), le patatine come contorno, frutta, torrone e, poco prima di prendere il caffè, anche i pisellini. Ebbene sì, quando il pranzo era quasi finito mia zia si è ricordata dei pisellini che ancora erano in forno. Potete non crederci, pensare che sia solo un espediente letterario per dedicare un pensiero d’amore a mia nonna ora che a Berlino le posso solo augurare a distanza di rimettersi, di tornare a camminare e sostenermi in qualsiasi scelta io faccia, ma è andata davvero così. Passano gli anni, passano le generazioni, ma quei pisellini arrivano sempre per ultimi. Ed ormai, forse, è più bello così. 

Photo ©Giulio Nepi – L’antipasto – CC BY SA 2.0

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Magazine prima come blog, dopo come magazine. Collabora anche con AGI, Wired, Huffington Post, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

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