«Sono venuto a Berlino per creare qualcosa di nuovo». Il musicista Andrea Belfi si racconta

Andrea Belfi

Andrea Belfi è un percussionista italiano. Si è stabilito a Berlino da ormai sei anni, facendosi un nome nell’industria della musica. Ha pubblicato sette album da solista, dimostrando un grande talento e una grande autenticità.

Ho avuto il piacere di intervistare Andrea la scorsa settimana. Ci siamo incontrati in un piccolo caffè a Sonnenallee, dall’atmosfera accogliente. Un ottimo posto per ripararsi dal tempaccio estivo berlinese. Andrea è una persona di una sincerità disarmante, con i piedi per terra e tanta voglia di fare. Il suo percorso di vita – e musicale – è incredibile dall’inizio alla fine.

Raccontami della tua vita. Dove sei nato? E come ti sei appassionato alla musica?

«Sono nato a Verona 38 anni fa. Durante gli anni di liceo mi sono appassionato allo skateboard – che si è rivelato essere il catalizzatore di molte cose che ho fatto più tardi nella vita. Al tempo, lo skate era ancora legato alla cultura punk rock, all’hardcore e più in generale alla musica punk anni ’80. È proprio da lì che è iniziato il mio percorso musicale. A un certo punto, alcuni miei amici skaters stavano cercando un batterista per il loro gruppo, e io per poter suonare con loro ho cominciato un po’ casualmente a suonare la batteria. Avevo  appena 14 anni e un anno dopo ho partecipato al mio primo concerto.

A Verona esistevano due spazi magnifici per la musica: il circolo anarchico la Pecora Nera, isola felice per la musica e l’attività politica (dissoltosi poi nella purtroppo destrorsa Verona), e l’associazione culturale Interzona (ora associazione priva di spazio). Sono stati per me, come per molti altri della mia generazione, luoghi fondamentali.

Nonostante la musica fosse importante, all’inizio non volevo fare ‘solo’ il musicista. Dopo il liceo infatti ho studiato per due anni all’Accademia di Belle Arti di Milano a Brera con Alberto Garutti. Ma, venendo da una tradizione punk dove il reale e l’etica erano fattori molto importanti, una certa superficialità del mondo dell’arte mi ha fin da subito infastidito e sono presto tornato alla musica a tempo pieno. Fino al 2010 per mantenermi insegnavo batteria durante la settimana e poi durante i fine settimana suonavo in giro per l’Italia con il trio Rosolina Mar – più vari altri progetti di musica sperimentale. Dal 2006, anno del mio primo tour solista in Europa e del mio secondo disco solista per l’etichetta svedese Häpna, ho iniziato diverse collaborazioni con artisti per me molto importanti –  David Grubbs e Mike Watt – più altri che ho conosciuto viaggiando, uno su tutti Ignaz Schick. Nel 2010 ho lasciato Verona e mi sono stabilito a Berlino definitivamente nel 2011».

Come mai hai deciso di trasferirti proprio a Berlino?

«Per me Berlino era, ed è ancora oggi, la città più interessante e feconda di forme musicali ibride e difficilmente definibili. Quando ero ancora a Milano, diciamo nel ‘98, ho iniziato ad interessarmi di musica sperimentale e improvvisata. Non si tratta della ‘classica’ improvvisazione legata al Jazz, bensì a un tipo territorio musicale che mescola elettronica, rock d’avanguardia e musica concreta. In quel periodo mi sono appassionato ai musicisti berlinesi di quella che viene definita Echtzeitmusik. Prima di lasciare l’Italia avevo già instaurato alcune collaborazioni con alcuni di questi musicisti, per cui il passaggio è stato piuttosto naturale. Mia moglie aveva studiato qui e qui ha trovato lavoro, quindi le cose sono successe piuttosto rapidamente e naturalmente».

Com’è stato trasferirti? C’è stato uno shock culturale o delle cose che ti hanno particolarmente stupito?

«No, non parlerei di shock. Siamo tutti talmente abituati a prendere voli e passare del tempo in diverse città europee. Certo, ci sono sempre delle difficoltà burocratiche e un periodo più o meno lungo di assestamento. Ma come musicista io lavoro da tanti anni in un contesto davvero internazionale. Suono con svedesi, canadesi, francesi, tedeschi. Le difficoltà linguistiche o culturali che di quando in quando incontro non sono quindi specificamente legate a Berlino. Con il tempo poi, tendo a preferire le collaborazioni con musicisti e artisti che condividono la mia stessa etica del lavoro. Questo mi aiuta a superare facilmente i più banali problemi di carattere meramente linguistico».

Com’è stato lasciare la tua vita in Italia?

«In primo luogo direi che sono stato fortunato, visto che mi sono trasferito con mia moglie, quindi la mia vita personale non ha subìto interruzioni. Lasciare l’Italia è stato forse complicato al principio lavorativamente parlando ma assolutamente necessario e, posso dire ora, assolutamente produttivo.

Berlino è una città imparagonabile a Verona, non tanto o non solo – ovviamente – per le differenze di grandezza o di architettura, quanto piuttosto di attitudine verso l’esistenza.

Berlino spesso offre l’illusione di poter vivere un’infinito presente. Questo può portare molti a tergiversare in attesa di un domani che mai arriva, ma per me ha rappresentato una grande libertà da alcune aspettative e – paradossalmente – mi ha portato ad essere più produttivo».

Quanto è difficile vivere della propria musica, e com’è stato riuscire a raggiungere una stabilità economica?

«Molto difficile ma non impossibile. La situazione è ovviamente sempre in divenire e bisogna sempre essere molto vigili nel pianificare le spese! Nel mio piccolo io sono sempre andato avanti a portare avanti i progetti che mi interessavano. Adesso, dopo diversi anni, centinaia di concerti e tanta fatica, posso dire che qualcosa di più consistente si sta concretizzando – anche dal punto di vista economico».

Come definiresti il tuo stile musicale?

«È una musica molto ipnotica. Si basa su dei pezzi piuttosto lunghi. Si concentra più su delle ambientazioni sonore piuttosto che su dei temi o delle canzoni. Se dovessi usare dei termini specifici, la definirei una musica elettronica con influenze dub. Il dub è uno stile musicale che deriva dai ritmi della musica giamaicana. La mia è una musica molto ritmica, che cerca di trasportare l’ascoltatore in uno spazio diverso. Non è incredibilmente trascendentale perché mi piace molto che sia reale. Il live per me è molto importante infatti. Quando suono live voglio che la gente mi veda suonare. La mia musica è molto ipnotica, sì, ma allo stesso tempo è qualcosa che posso ricreare dal vivo.»

Parlami di Ore, il tuo nuovo disco.

«Il concetto alla base del disco è espresso nel titolo ‘Ore’. In inglese, ‘ore’ è il materiale grezzo da cui si estrae e da cui i metalli vengono poi raffinati. Mi piaceva poi che la parola ‘ore’ avesse un significato compiuto anche in italiano. Ho iniziato il percorso di composizione partendo da pattern di batteria, strutture molto scarne. I pezzi li ho ‘composti’ aggiungendo gradatamente diversi ritmi che ho registrato negli studi della Funkhaus con Matthias Hahn (tecnico dell’entourage di Nils Frahm). Mi piaceva l’idea di una composizione che ‘raffinasse’ una traccia da un puro ritmo iniziale. Il disco è stato poi mixato da Francesco Donadello nel suo Vox-Ton Studio e masterizzato da Nils Frahm nel suo Durtron Studio. Entrambi che hanno ulteriormente esaltato le caratteristiche dell’album.

Il disco è uscito per la nuova etichetta londinese Float. L’etichetta appartiene a Sofia Ilyas, in passato PR per Erased Tapes, che mi ha proposto di pubblicare il mio disco solista dopo avermi visto suonare assieme a Nils Frahm al Barbican Centre di Londra».

Se c’è, qual è il tuo pezzo preferito dell’album?

«Il mio pezzo preferito è Ton, semplicemente perché è il brano a cui ho lavorato meno e suona ancora molto fresco alle mie orecchie. In fase di composizione/editing del disco ho lavorato moltissimo su un paio di brani che alla fine non ho usato, mentre Ton è il risultato di un pomeriggio di lavoro, in cui ho registrato poche idee ma ben definite. Mi piace il fatto che sia rimasto molto grezzo, molto fedele al titolo dell’album. È sempre uno dei miei obiettivi quello di creare un ambiente di lavoro in cui un abbozzo di composizione possa fissarsi in un pezzo definitivo. A volte la prima idea funziona, non c’è bisogno di cercare oltre».

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Immagine di copertina: © Steve Glashier

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