“Ich bin ein Berliner”, un affascinante ricordo del Muro di Berlino

Il contributo di Mario ci racconta il viaggio attraverso il grande Muro berlinese negli anni ’60, che vale come metafora per ogni tipo di muro, materiale o metaforico.

Mario Nardicchia* ci ha inviato uno stupendo contributo da condividere con i nostri lettori: un ricordo vivido e forte dell’attraversamento del famoso Muro nella capitale tedesca durante un viaggio nel 1967. Ringraziamo Mario e vi presentiamo qui sotto il brano e le fotografie che ci ha inviato. La sua testimonianza – che si aggiunge alle numerose memorie sulla barriera che tagliava in due Berlino – è preceduta da alcune riflessioni sul significato atteso della caduta di quel Muro, e sui muri ancora tanto numerosi e reali che dividono le nostre comunità:

«Quasi trent’anni fa, con la caduta del famigerato Muro di Berlino, si auspicava per il futuro il crollo, oltre che del nazismo, anche dei nazionalismi in Europa e nel mondo. Ma così non è stato, nonostante le buone intenzioni, i bei proclami, l’allargamento dell’Unione, la creazione della moneta unica: l’Euro. I muri continuano ad essere innalzati, quelli di cemento, in vari angoli del Pianeta; quelli metaforici – ancor più pesanti del calcestruzzo – paiono proliferare a dismisura e dividono, in questa società del terzo millennio, i ricchi divisi dai poveri, gli immigrati dagli autoctoni, i fedeli delle varie credenze religiose, i malati dai sani, i saggi dai mediocri… Oggi, a quasi 30 anni dalla sua caduta, ripercorriamo le tappe del “muro della vergogna” berlinese».

Il viaggio della giovinezza alla scoperta di un’Europa ancora fortemente divisa, e il brivido dell’attraversamento del Muro

«Quel 13 agosto 1961 i vopos – poliziotti della DDR – iniziarono un’operazione mai vista prima nella storia recente: la costruzione di un muro dietro la porta di Brandeburgo che era destinato a separare ermeticamente la ‘zona sovietica’ di Berlino dalle altre tre: francese, inglese, statunitense, in pratica una spartizione della città tra i quattro vincitori dell’ultimo conflitto mondiale. Appena poco più di cinque anni più tardi, nell’estate del 1967, decido di andare a fare un giro per il Vecchio Continente in macchina. L’itinerario fu Pescara-Nova Gorica, nell’attuale Slovenia, città cuscinetto tra Italia e Jugoslavia voluta dal Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Brno, Praga e, quindi, l’autostrada per Berlino via Dresda e Lipsia. Da lì verso la Scandinavia e, a scendere, dalla parte atlantica.

 

Sfoglio oggi il mio vecchio passaporto, trovo una serie di timbri rossi con vari checkpoint: Drewitz, Marienborn, Zinnwald… e la data di arrivo nella Città dell’Orso: 14 luglio 1967, quattro anni appena dal fatidico 26 giugno 1963, allorché il mitico Presidente USA J.F.Kennedy gridò al mondo dal palchetto a ridosso del muro stesso: «Ich bin ein Berliner!». Prendo alloggio in un alberghetto nella libera ‘zona francese’. Fuori è venerdì notte: è vita, è birra forte, è estasi, ubriachi riversi con una beatitudine in faccia che maschera la voglia di non pensare, i marciapiedi affollati di passanti incuranti e distratti… Più in là, oltre i blocchi di cemento, la sabbia minata e la rete metallica percorsa da corrente ad alta tensione, oltre il filo spinato avvolto a matassa, la teoria popolosa di spranghe “a croce di Santandrea” anticarro – i famigerati “Cavalli di Frisia”- e le torrette di guardia con vopos ben vigili…, il silenzio assoluto al pallido chiarore di luci sommesse. Progetto di andare di là per verificare di persona, noncurante delle incognite e dei pericoli…

 

 

L’indomani, di buon’ora, costeggio il muro in macchina, arrivo al fatidico “Checkpoint Charlie”, uno yankee fa cenno di avanzare dall’alto, in cima alla torre di guardia, così attraverso zigzagando alte colate di cemento a labirinto fino alla baracca doganale sovietica. All’interno del box, timbri rossi sul passaporto ed una marca raffigurante martello e compasso cinti di corona d’alloro e la scritta «Deutsche Demokratische Republik»: 5 dollari obbligatori in cambio di una manciata di deboli marchi orientali non commerciabili all’ovest. In più, controlli accurati alle macchine di ripresa di suono e di immagini. Fuori, un vopo prende in consegna la Fiat 850 e la setaccia in ogni dove: niente bobine di magnetofono con incise canzoni italiane (celebre e freschissima, all’epoca, A chi di Fausto Leali), da lasciare in consegna agli yankee fino al ripasso; niente carta stradale di Berlino con tracciati del muro, inesistente per i sovietici, soprattutto niente cartoline della città con immagini del “muro della vergogna”: il vopo di turno le trova nella tasca dello sportello della vettura – le avevo scritte con quell’appellativo, indirizzate agli amici e alle famiglie in Italia: inesorabilmente sequestrate e riposte in un cassetto metallico lì presso, con tanti saluti…!

 

 

Ottenuto l’OK per la circolazione all’Est, guadagno il cospetto dei cavalli di bronzo issati sulla Porta famosa al centro dell’Unter den Linden e parcheggio tra le strisce autorizzate. Un vopo in moto gigantesca ed armato sino ai denti mi raggiunge e vieta di stazionare, senza motivo, indicando un’altra soluzione più distante: era un chiaro avvertimento di essere sotto stretto controllo. Senza pretendere spiegazioni, ubbidisco e a gesti ottengo assicurazione che è ammessa la ripresa in super 8. Quindi mi reco al Mausoleo contro il Nazismo per assistere al cambio della guardia con sferzante passo dell’oca. Mi inoltro un po’ per le vie del centro nel traffico modesto e tra palazzi sonnolenti e grevi: moltissimi passanti, tantissimi soldati, i veri padroni della città. Appena uno sguardo alle scarne vetrine dei negozi e subito a pranzo con innanzi una massiccia porzione di vitello alla Bismark tenera e succulenta, la mente sempre ai saluti dal “muro della vergogna” scritti su quelle cartoline sequestrate. Il vopo conoscerà l’italiano? Mi starà cercando per rinchiudermi nelle sue fredde galere? Saldato il conto, restano pochi pfenning orientali. Ancora una puntata verso il centro nel settore sovietico e poi di nuovo all’uscita. Mostro le poche monete rimaste, consegno la vettura per i controlli ancora più minuziosi con l’ausilio persino di specchi infilati sotto lo chassis a riflettere eventuali clandestini fuggitivi aggrappati lì sotto, un occhio rivolto a sbirciare con faticosa indifferenza il vopo dell’entrata.

 

 

Finalmente l’invito a procedere, zigzagando, come all’ingresso. Una breve sosta dagli yankee a ritirare le bobine dei cantautori nostrani alla moda… e un profondo sospiro di sollievo una volta fuori! Ogni tanto, lungo le pareti invalicabili di cemento, una foto cerchiata di sottile ghirlanda a ricordo di una fuga finita male e qualche piattaforma in legno a mo’ di belvedere con avviso ai curiosi di assumersi tutti i rischi in ogni senso, comprese eventuali raffiche di kalashnikov. Più in là un modesto ma significativo “Museo delle fughe” ostenta ingegnose trovate di temerari riusciti a farla franca e un vecchietto con bici appoggiata sul fianco che scruta, binocolo in una mano, la finestra di un palazzo oltre il muro e saluta agitando appena un fazzoletto con l’altra, gli occhi umidi ed arrossati… Il giro della Berlino di notte è lungo e pieno di vita, di birra soprattutto, e di cori ondeggianti al suono di Lilì Marlene nei locali lungo la Kurfürstendamm. C’è un gran pullulare di gente, di luci, di canti, di grossi boccali di bionda bevanda spumeggiante intorno alla cattedrale ebraica ricostruita ed alla stazione ferroviaria (Bahnhof).

 

 

Di là, c’è calma e soffusa penombra. Così sino all’alba della perestrojka di Gorbaciov. Fino al 9 novembre 1989 – or son quasi sei lustri – quando si sciolgono nel nulla l’anacronistico «muro della vergogna», simbolo della guerra fredda e del comunismo e, di lì a poco, l’intera «cortina di ferro», locuzione inventata da sir W. Churchill nel 1946 e che nella sostanza ha tenuto separati due mondi per più di quaranta lunghi anni».

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La foto di copertina, come anche le altre presenti all’interno dell’articolo, sono state gentilmente fornite da Mario Nardicchia.

*Mario Nardicchia, nato a Pianella (PE) e residente a Cepagatti (PE), è stato per tutta la vita professore di liceo, conosce inglese francese e portoghese, e ora, come principale occupazione, indica quella di “nonno di due nipotine”.

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