«Io, mosaicista a Berlino, mi vergogno per l’Italia che lascia cadere a pezzi Pompei»

A sentirlo parlare con il suo tono di voce calmo e i suoi rimandi alle filosofie ellenistiche ed orientali, lo si potrebbe scambiare per uno studioso di antichità, critico verso la frenesia della nostra vita metropolitana. E invece Daniele Consorti, classe 1978, un diploma all’Accademia di Belle Arti di Urbino, di professione fa il mosaicista. Ha deciso tre anni fa di trasferirsi a Berlino, lasciandosi alle spalle un posto fisso e una lunga serie di certezze, per tentare l’avventura e trovare nuovi stimoli per le sue creazioni.

Ma Daniele dall’Italia non è mai andato via per esasperazione, nonostante lo stato disastrato in cui versa il nostro patrimonio culturale e la scarsa attenzione dedicata all’arte dalle istituzioni politiche. Perchè chi scappa da qualcosa non può che trascinare con sè il carico di attitudini negative e di problemi irrisolti che tale scelta comporta. Faccio accomodare Daniele nel salottino della nostra redazione, deciso ad approfondire un percorso che già mi appare interessante.

Daniele, raccontaci il tuo percorso e com’è maturata in te la passione per un’arte così antica come il mosaico.

Sono nato a Roma nel 1978 e ho mosso i miei primi passi nell’Istituto d’Arte Roma 1, un tempo considerato un’eccellenza italiana, ma poi lasciato in uno stato di semi-abbandono, tra la disillusione di alcuni professori e materiali che non sempre venivano ordinati. Ricordo ancora le nostre proteste, le opere ristrutturate volontariamente da me e altri ragazzi, il muro di gomma delle istituzioni, ma anche l’impegno di altri docenti che si sono rimboccati le maniche insieme a noi. Successivamente ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Urbino, per poi cominciare a lavorare stabilmente in un opificio romano dove si adoperava una nobile tecnica di intarsio del XVI secolo, il “commesso fiorentino“. Sono stati anni anche molto formativi. Il mosaico è un’arte che richiede tanta pazienza, all’inizio è fondamentale realizzare copie su copie dei modelli antichi, per migliorare la propria tecnica.

© Marcello Giovenco
© Marcello Giovenco


Quand’è che hai deciso di trasferirti a Berlino?

A un certo punto ho sentito l’esigenza di sviluppare anche la parte ideativa, creativa. Ed è qui che è entrata in gioco Berlino. Non ero mai stato in Germania e conoscevo soltanto un amico scultore, partito già da un po’, che continuava a magnificarmi la scena culturale berlinese e il clima elettrizzante che si respirava in città. Non ci ho ragionato troppo, ho fatto i bagagli ed eccomi qua, ormai da tre anni.

Come avviene normalmente il processo creativo di un mosaicista?

Si tratta di un procedimento lungo, che io curo personalmente fin nei minimi dettagli, a partire dalla scelta delle pietre da cui ricavo i tasselli per il mosaico. Qui a Berlino, come in ogni grande città, è difficile reperire il materiale giusto, così ogni tanto mi rifornisco in Italia, nelle campagne laziali o toscane. Prima o poi dovrò esplorare anche i Wälder (boschi, n.d.r.) nei dintorni di Berlino, però. Per il resto, sono molto spontaneo nel mio processo creativo: a volte butto giù qualche schizzo, ma normalmente non mi servo mai di un modello prestabilito nei minimi dettagli. Mi pongo dinanzi alla superficie vuota con delle idee molto generali e, come ogni artista, faccio i conti con il demone più grande: la paura di lanciarsi verso l’ignoto. Naturalmente questo metodo espone maggiormente all’imprevisto e, nel caso di un mosaicista, è impossibile avere ripensamenti. Ma, come insegnano i filosofi orientali, l’accidentalità va accettata come parte integrante della vita e, mutatis mutandis, dell’espressione artistica. In generale, il mosaico è non solo una disciplina complessa, al confine tra architettura, scultura e pittura, ma anche una grande palestra di vita: allena a focalizzarsi sull’hic et nunc e a quella che gli stoici chiamavano prosokè, l’arte dell’attenzione.

© Marcello Giovenco
© Marcello Giovenco


A cosa stai lavorando attualmente?

Al momento mi è stato commissionato un mosaico all’interno del Loophole, un locale molto interessante a Boddinstraße, Neukölln. L’ambiente è informale, ma la loro programmazione è veramente spettacolare, quindi mi sono prestato a questo esperimento con estremo piacere.

© Marcello Giovenco
Il mosaico di Daniele Consorti al Loophole © Marcello Giovenco
© Marcello Giovenco
Il mosaico di Daniele Consorti al Loophole © Marcello Giovenco


Berlino ti consente di vivere del tuo lavoro?

Nonostante Berlino sia la regina delle contaminazioni estetiche, il mosaico contemporaneo non è ancora molto diffuso, nemmeno qui. Più in generale, a meno che tu non sia il rampollo di una famiglia facoltosa, è impensabile vivere d’arte, anche a Berlino. In questi anni ho affiancato alla mia attività principale una sfilza di lavoretti che mi consentissero di mantenere vivo il mio sogno, che poi è la cosa più importante: non bisogna mai smettere di credere nella propria opera, altrimenti come potranno farlo coloro che ne fruiscono? Anche quando non ho commissioni, d’altronde, continuo incessantemente a lavorare nel mio laboratorio. È una necessità che sento sempre, perchè l’arte, il mezzo espressivo, deve essere al servizio dell’uomo, non del mercato.

Se fossi rimasto in Italia, avresti avuto le stesse chance di perseguire i tuoi obiettivi?

Anche in Italia avrei fatto esattamente ciò che faccio ora, perchè l’arte è la mia via maestra. È però anche vero che condizioni di abbandono come quella che ho sperimentato all’Istituto d’Arte a Roma o situazioni di degrado che coinvolgono siti meravigliosi come Pompei sono una vergogna, ed è impossibile non provare rabbia e voglia di mollare la barca che affonda al suo destino.

Consiglieresti a un giovane artista di trasferirsi a Berlino?

È sempre una decisione estremamente personale ma, ad un ragazzo sfibrato dal disincanto e dall’assenza di prospettive, consiglierei assolutamente di venire a Berlino. È una capitale culturale europea, anzi mondiale, in continuo fermento. Già solo passeggiare per le sue strade o scambiare idee con i suoi abitanti offre enormi stimoli creativi, si respira ovunque desiderio di scoperta e di alterità. Ciò che però sconsiglio è cambiare posto tanto per cambiare, magari per fuggire da sè stessi e rinnegare le proprie origini, come capita a tanti italiani che, una volta qui, disprezzano aprioristicamente l’italianità solo per darsi un tono.

© Marcello Giovenco
© Marcello Giovenco


Domanda forse un po’ metafisica: sei felice a Berlino?

Domanda da un milione di dollari (ride)! Dipende sempre dai momenti e dalla propria predisposizione interiore. Ora, ad esempio, il tempo è orribile, fuori sta piovendo, ma sono felice. Uno dei miei obiettivi è sentirmi a casa ovunque, da cittadino del mondo, e Berlino indubbiamente ti aiuta molto in questo senso.

Cosa invece non ami della città?

A volte Berlino ti espone a un sovraccarico di immagini e a ritmi nevrotici. E tutte quelle persone silenziose sull’U-Bahn, chiuse sui loro smartphone come tante monadi, mi mettono un po’ d’ansia. Ogni tanto ci sarebbe bisogno di lentezza, di campagna, di una dimensione meno alienante. Ma questo, credo, è un problema comune a tutte le grandi metropoli.

E dell’Italia, invece, ti manca qualcosa?

Certo. Spesso mi mancano il Mediterraneo, i pini marittimi, i cespugli odorosi, il mare, gli scogli, i pescatori. E mi mancano i vecchi amici, anche se ormai sono un po’ tutti sparsi in giro per il mondo.

Cosa ti sei lasciato volentieri alle spalle?

Ho rinunciato con molto piacere ai disagi organizzativi romani, alla tv italiana, che non guardo quasi più, alla cultura del chi strilla di più ha ragione, così lontana dalla mentalità tedesca.

Immagini qui a Berlino il tuo futuro?

Sto molto bene in Germania, però non mi sento di escludere nulla. Per un artista è fondamentale muoversi spesso, in modo da trovare nuove fonti di ispirazione. La stasi è morte, esteticamente parlando. Però a lungo termine mi piacerebbe anche, un giorno, poter tornare in Italia. Abbiamo talmente tanta bellezza, che ormai la diamo quasi per scontata e la lasciamo morire. Sarei contento, prima o poi, di dare un contributo affinché questo non accada.

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Photo © Marcello Giovenco

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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