«La mia musica? Sono dovuto andare a Berlino per farla apprezzare in Italia»

A qualcuno le sue melodie malinconiche e pensose potrebbero ricordare il tocco di un Ludovico Einaudi, di un Nils Frahm o, a tratti, di un Ólafur Arnalds. Ma la verità è che Federico Albanese, compositore e pianista italiano a Berlino dal 2012, si è inserito con grande maturità in quel genere magmatico e ancora in via di definizione che è la musica neoclassica, declinandola in uno stile tutto suo, personale e raffinato. Nei suoi brani, dominati da un piano romantico ma al contempo sempre elegante, misurato, si innestano spesso inserti elettronici e archi intensi, testimoni di un’architettura musicale meditata e di una grande ricchezza di influenze, che spaziano da Satie a Brian Eno, da Debussy a Einaudi stesso, con cui Federico ha anche brevemente collaborato.

The Blue Hour. Il suo nuovo album, The Blue Hour (etichetta Neue Meister), è uscito da poco più di un mese quando incontriamo Federico nel cuore di Berlino, a Friedrichshain. Si tratta del suo secondo lavoro dopo The Houseboat and the Moon (2014, Denovali Records), disco che ha impressionato molto favorevolmente la critica e ha cominciato a far circolare insistentemente il suo nome tra gli appassionati della modern classical, filone peraltro molto vivo in città. Dal piano commosso, a tratti inquieto, di Migrants, ai suoni più pop di Shadow Land, Pt. 2fino all’atmosfera notturna di My Piano Night, The Blue Hour è un viaggio intimo lungo 13 tracce, che esplora soprattutto il tema della transizione, quel limbo sfumato e incerto – talvolta inafferrabile – tra il giorno e la notte, tra il vero e il falso, tra due epoche o due confini. Ma è anche un’ideale prosecuzione del primo disco, che già aveva espresso una perfetta sintesi tra pathos e equilibrio compositivo in perle come la splendida Disclosed, l’eterea Carousel #3, o la vibrante Beyond the Milk Wood, dal crescendo tumultuoso quasi à la Sigur Rós.

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La copertina del nuovo album di Federico Albanese, The Blue Hour

Il tour europeo. Al momento Federico, milanese classe ’82, è nel pieno del suo tour europeo, che lo ha già portato in Inghilterra e Irlanda e che ha fatto tappa nei giorni scorsi anche in Italia. Da fine mese sarà la volta della Germania: si parte con Berlino, dove il 29 febbraio Federico suonerà nell’ambito della Neue Meister Label Night (qui eseguirà un brano insieme alla Deutsches Kammerorchester Berlin), per poi toccare molte delle più importanti città tedesche, da Amburgo a Francoforte, da Monaco a Hannover, con un’incursione svizzera a Zurigo. Ma il vero appuntamento berlinese sarà quello del 13 marzo, quando si esibirà al Roter Salon/Volksbühne.

Federico siede di fronte a noi, sorseggiando un succo di frutta. I suoi modi nobili e riflessivi rispecchiano in pieno la sua musica, così come la combinazione di empatia e riservatezza che traspare dalle sue risposte. Gli chiediamo delle sue influenze musicali, della scelta berlinese, del suo ultimo album, ma anche dello stato di salute del panorama artistico italiano.

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Photo © Beniamino Barrese

Com’è sorta la tua passione per il piano?

Ho studiato pianoforte fin da piccolo per poi smettere all’età di 13 anni, con grande dispiacere di mia madre, perchè non volevo fare il Conservatorio. Ma non ho mai abbandonato la passione per la musica, suonando anche altri strumenti durante gli anni del liceo. Mi sono riavvicinato al piano con la Blanche Alchimie, duo fondato con Jessica Einaudi (figlia del celebre compositore e pianista Ludovico, nda), che è tuttora la mia compagna, anche se ormai abbiamo intrapreso due carriere separate (Il progetto solista di Jessica si chiama J Moon, nda). Il nostro era un duo avant-garde pop e il piano mi era indispensabile per scrivere pezzi. Da lì, suonando sempre di più, è nata in me la consapevolezza di voler realizzare qualcosa che privilegiasse il piano stesso.

Quando è entrata in gioco Berlino?

Circa quattro anni fa, nel 2012. Una fase in cui ero un po’ incerto sul da farsi. Avrei voluto dedicarmi alla musica da film, alle colonne sonore. Però in Italia non trovavo la chiave per farmi spazio, nè persone interessate alla musica che proponevo. Più in generale, io e Jessica non eravamo soddisfatti del panorama musicale italiano, non ci sentivamo parte di una scena. Così abbiamo preso insieme la decisione di trasferirci a Berlino. Siamo partiti un po’ all’avventura: ci piaceva la città, io avevo anche studiato tedesco a scuola, ma non avevamo alcun tipo di contatto professionale. Eppure è stato qui che ho trovato delle porte aperte per le mie composizioni e che tutto è cominciato veramente.

E infatti è a Berlino che arriva il tuo primo album, The Houseboat and the Moon.

Esatto, nel 2014, dopo due anni intensi di ricerca musicale, di lavoro in studio, di contatti con la vivace scena berlinese, forse la più interessante in Europa per quanto riguarda la musica neoclassica.

Com’è il tuo rapporto con Berlino e cosa ha aggiunto questa città al tuo percorso professionale?

É una città che mi piace molto, che mi trasmette serenità. Credo però che uno dei motivi per cui mi sono ambientato bene è che ho sempre nutrito delle aspettative realistiche, non esagerate, su ciò che Berlino avrebbe potuto offrirmi. In fondo io sono un topo da studio, e il luogo in cui vivo non è di per sè così importante purchè mi permetta di dedicarmi a ciò che mi appassiona. Ecco, Berlino mi ha garantito sicuramente questo, per mille motivi diversi: da una scena culturale ricca di suggestioni, agli affitti bassi, fino all’opportunità di trovare un management che mi seguisse davvero. In Italia, e nel primo periodo qui, probabilmente avevo ancora bisogno di maturare musicalmente. Il fatto di aver trovato delle porte aperte è stato fondamentale: mi ha dato la fame, la spinta decisiva per continuare a crederci.

Hai qualche modello musicale di riferimento cui ti ispiri in particolare?

Direi che non mi ispiro direttamente a musicisti del panorama neoclassico. Ho indubbiamente dei riferimenti, ma sono più che altro modelli del passato che facevano tutt’altro tipo di musica. Da ragazzino, in Italia, compravo questa rivista che ora non c’è più, New Age, con cui usciva sempre un cd in allegato: ascoltavo Brian Eno, Moebius, Roedelius, tutti artisti a cavallo tra l’elettronica e l’ambient che in Italia all’epoca non si filava nessuno e che venivano annoverati indistintamente nella new age, un’etichetta-blob con cui da noi si catalogava tutto ciò che non era nè pop nè rock, dai Moloko, a Brian Eno, fino ai Kraftwerk. I contemporanei, tipo Ludovico Einaudi, Nils Frahm, Ólafur Arnalds, li trovo tutti molto bravi, ma non direi che mi ispiri a loro direttamente. La bellezza della musica strumentale è anche questa, che puoi non avere riferimenti diretti ed esplorare liberamente un terreno quasi vergine. É un genere ancora in fase di sviluppo e per certi aspetti di nicchia, sebbene stia pian piano raggiungendo il grande pubblico.

E tu che tipo di pubblico hai?

Molto internazionale. Non tantissimi italiani, fino a poco tempo fa, forse perchè si tratta di una musica ancora poco recepita da noi. Anche per questo tenevo molto al tour che mi ha portato in Italia e che, devo dire, è andato benissimo. Ho suonato in posti magici come il Teatro Grande a Brescia, il Quirinetta a Roma e la Chiesa dell’Annunziata di Pesaro e quasi tutte le date sono andate sold out. Sono felice, forse in Italia sta cominciando a muoversi qualcosa e la gente comincia ad apprezzare.

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Photo © Bjørn Fehl

Perché in Italia sembra non esserci spazio per certi generi musicali?

Mah, in Italia fare arte per professione è un po’ il privilegio di una nicchia e, parlando del campo musicale, c’è una specie di dittatura di alcuni generi, ad esempio di un certo tipo di cantautorato “giovanilistico”, che va molto forte. Penso ad autori come Dente o Iosonouncane. Che sono bravi, eh, ma il problema è che non c’è il coraggio di osare, di spaziare. E dominano baracconi televisivi senza senso come Sanremo o X-Factor. Questi format spazzatura ce li hanno anche in Germania, per carità, ma poi c’è anche tanta musica di qualità. E i giovani la ascoltano, ecco la differenza. Invece da noi si sono omologati anche in questo, c’è un appiattimento culturale per cui tutti ascoltano la stessa robaccia. Quando eravamo ragazzi noi c’era il punk, o gruppi di qualità con una cultura musicale alle spalle. O quantomeno, restando al cantautorato italiano, si ascoltavano geni come Guccini e De Andrè. Oggi i ragazzi di 15 anni non sanno nemmeno chi è, De Andrè. ll problema è che le istituzioni e l’intera industria musicale italiane vanno in questa direzione: “produco roba di livello infimo? Non fa niente, l’importante è guadagnare più soldi possibile”. In Germania, se vuoi fare cultura in senso più alto e ampio, almeno ti viene data la possibilità di farlo.

Consiglieresti a un giovane italiano che vuole fare musica di trasferirsi a Berlino?

Trasferirsi, mollare tutto e partire, non è una scelta facile. Non so se mi sentirei di consigliarla indistintamente a qualsiasi ragazzo che abbia una grande passione per la musica. Io posso sicuramente riportare la mia esperienza, che è stata positiva e mi ha aiutato a crescere professionalmente. Però poi la decisione dipende da tanti fattori, non ultimo se hai talento oppure no. Quel che posso confermare è che qui ci sono tanti bravissimi produttori, agenti e manager capaci di consigliare molto bene. É questo il modo ideale per migliorare: imparare da professionisti che questo mestiere lo sanno fare davvero. Io poi sono stato anche molto fortunato. Ricordo ancora una domenica sera, appena arrivato; faceva un freddo cane e nevicava. Mandai una mail a due agenzie di management, scelte perchè si occupavano di artisti con uno stile affine al mio. Mi risposero praticamente subito, nel giro di poche ore. Ecco, oltre al talento e alla costanza – io per dieci anni non ho guadagnato nulla con la musica e ho vissuto facendo mille lavoretti – credo serva anche un pizzico di fortuna: se non altro per capitare al posto giusto nel momento giusto. E poi la qualità ripaga sempre: con gli strumenti a disposizione oggi, un disco fatto in casa se lo possono pubblicare tutti, ma il perfezionismo nei dettagli fa sempre la differenza.

Progetti per il futuro?

Sicuramente mi riposerò un po’ dopo il tour internazionale (ride, nda), poi ho intenzione di rimettermi in studio: l’idea sarebbe di uscire con un nuovo album nel 2017, ma chissà.

Ti vedi sempre a Berlino nei prossimi anni?

Sinceramente non saprei rispondere a questa domanda. Qui sto molto bene per ora, ho uno studio fantastico, io e Jessica viviamo in un appartamento bellissimo e le cose funzionano alla grande. Ma non mi sento di escludere un trasferimento altrove, o anche un ritorno in Italia. Io il mio Paese lo adoro, sono andato via anche con un po’ di rammarico. Spero sinceramente che prenda spunto da modelli come quello berlinese e che non dia per scontato che un’intera generazione debba andarsene per trovare la sua strada.

 

Federico Albanese in concerto al Grüner Salon di Berlino – Photo © federicoalbanese.com

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Gianpaolo Pepe

Dottorando di ricerca in scienze sociali e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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