La mirabolante truffa del Capitano di Köpenick

Capitano di Köpenick

Questa è una storia d’altri tempi, tempi in cui il confine tra illegalità ed eroismo era talmente sottile da consegnare agli annali ritratti affascinanti e misteriosi di ladri gentiluomini, trasformando le loro imprese in atti ardimentosi degni di emulazione. Tempi in cui l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione era ancora di là da venire, e un fatto di cronaca locale aveva il potere mediatico di fare il giro del globo affidandosi solo alla carta stampata, ai proclama degli strilloni di paese e alle parole di ammirata incredulità che correvano di bocca in bocca, di città in città, di nazione in nazione. Un tempo lontano, reso suggestivo dal bianco e nero sbiadito e dalla patina degli anni, ma che come ogni epoca difficile deputa alle gesta temerarie dei fuorilegge un’occasione di riscatto della gente comune da un’esistenza grama e oppressa dal giogo della miseria o dello scontento politico. Ed è proprio le gesta singolari di un Robin Hood del Novecento, non in calzamaglia bensì in uniforme, che questa storia narra.

LA GERMANIA GUGLIELMINA

Sono gli anni del regno di Guglielmo II, l’ultimo imperatore di Prussia e Germania, il kaiser che fece del militarismo e della corsa agli armamenti una vera e propria filosofia alto borghese per stroncare le idee del socialismo sul nascere. L’esercito permanente prussiano è ai suoi massimi storici, la Germania è stretta nella morsa di un dispotismo ultraconservatore e il quadro economico riflette le iniquità di un sistema sbilanciato. Già alla fine dell’Ottocento la classe imprenditoriale tedesca, forte dell’esperienza degli altri paesi capitalisti, ha gettato le basi del settore industriale con l’ausilio di grandi innovazioni tecniche e parte ora alla conquista del mercato estero. Per vendere le merci prodotte a cifre competitive, i capitalisti tedeschi introducono una drastica riduzione dei costi di fabbricazione, sfruttando notevolmente gli operai, abbassando i salari sotto una soglia inferiore al minimo vitale e portando le ore di lavoro a ritmi subumani. È in questo periodo che fanno la loro comparsa i magnati dell’industria e i grandi finanzieri tedeschi (tra gli altri Siemens, Krupp e Kirdorf), che concentrano nelle loro mani le posizioni chiave della vita economica e aumentano i prezzi delle merci vendute sul territorio nazionale, compensando le perdite dell’export ma contribuendo così ad amplificare la forbice tra ricchissimi e poverissimi. Nonostante la rapida ascesa economica, dunque, e un alto tasso di emigrazione, marcia in Germania un cospicuo esercito di indigenti e disoccupati, che per sbarcare il lunario è costretto spesso a vivere di espedienti. Trovate frutto di genio puro, dettate dalla precarietà e destinate talvolta ad entrare per sempre nell’immaginario collettivo, come questa vicenda esemplare dimostra.

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GLI ESORDI DI UN FUORILEGGE

Nelle fila di questa truppa di disperati e sfaccendati c’è anche Wilhelm Voigt, che conduce da sempre un’esistenza precaria e ai limiti della legge. Nato in Prussia, nell’odierna Sovetsk, compie il suo primo furto e riceve la sua prima condanna a quattordici anni, dopo la quale sarà espulso dalla scuola e comincerà il suo apprendistato di ciabattino presso la bottega del padre. Della sua giovinezza si sa poco o nulla, soltanto che negli anni compresi fra il 1864 e il 1891 Voigt accumula al suo attivo una lunga lista di condanne per truffe, piccoli furti e contraffazione per una pena complessiva di venticinque anni di carcere, quindici attribuitigli solo per un furto. Alla fine ne sconterà appena sedici per buona condotta e verrà rilasciato nel 1906. Uscito di prigione, Wilhelm Voigt ha poche alternative da contemplare: la disoccupazione nel paese è dilagante, l’atmosfera in Prussia non è la stessa di sedici anni prima, e per giunta un ex-galeotto come lui ha ben poche possibilità di trovare la parvenza di un lavoro dignitoso, rischiando nuovamente l’accattonaggio. Non gli resta che vagabondare, riassaporando la libertà negatagli tanto a lungo e accontentandosi di svolgere piccoli lavori saltuari per mettere a tacere i morsi della fame.

L’ARRIVO A BERLINO E LA GRANDE TRUFFA

I suoi vagabondaggi lo conducono a Berlino, dove vive la sorella che non vede dall’infanzia, e presso la quale si stabilisce per qualche tempo nella speranza di trovare un impiego e una sistemazione indipendente. Per qualche mese la sua vita sembra assestarsi su ritmi tranquilli, che gli permettono di rivalutare l’importanza dell’onestà e della dignità umana. Voigt continua a vivere con la sorella a Rixdorf (nell’attuale quartiere di Neukölln), lavora di tanto in tanto come calzolaio in una fabbrica di scarpe ed è pronto ad affrontare il futuro con più fiducia, disposto perfino ad emanciparsi dai suoi trascorsi illeciti e fraudolenti. Le sue prospettive si offuscano però nell’agosto del 1906, quando riceve dalla polizia di Berlino una comunicazione in merito alla sua esplusione immediata dalla città, che lo reputa “pericoloso per la sicurezza” a causa delle condanne scontate in passato. Deluso e amareggiato, Wilhelm Voigt riferisce alle autorità berlinesi di volersi ricollocare ad Amburgo, ma il passaporto di viaggio necessario tra gli Stati regionali della Germania gli è negato a causa dei suoi precedenti giudiziari. È espulso, ma non può allontanarsi. Decide allora di restare clandestinamente in città e meditare una rivincita spettacolare, studiando nei minimi dettagli una delle truffe più originali ed eclatanti di tutti i tempi, che farà di lui un eroe popolare costretto alla resistenza da un governo ingiusto.

Dopo aver acquistato da un robivecchi un’uniforme da capitano dell’esercito e aver testato la credibilità della sua nuova identità passando davanti a un gruppo di soldati, che di rimando gli fa il saluto militare, Voigt comprende che il piano escogitato ha tutti i numeri per riuscire alla perfezione. Tutt’a un tratto quell’indumento così vuoto eppure tanto rappresentativo gli ridà tutta l’umanità e il rispetto di cui la burocrazia e la società lo hanno sempre privato, oltre al coraggio per tentare un’impresa ai limiti del grottesco. Il 16 Ottobre 1906, a seguito di una lunga preparazione, arriva finalmente il giorno X. Wilhelm Voigt indossa la sua uniforme, cerca di mantenere i nervi saldi e si dirige verso una caserma di zona, dove recluta dieci granatieri e li intima a seguirlo. I soldati, avvezzi ad eseguire gli ordini dei superiori senza battere ciglio, obbediscono al finto capitano senza nutrire il benché minimo sospetto. Da lì il manipolo parte alla volta di Köpenick, un tranquillo villaggio di pescatori a sud-est di Berlino che sorge sulla Dahme, laddove il fiume si riversa nella Sprea. Tutto sta andando secondo i piani, e Voigt può mettere brillantemente in atto il suo disegno. Arrivato al villaggio allerta le forze dell’ordine locali, ordinando di bloccare qualunque comunicazione o cablogramma a Berlino per un’ora intera. Poi assedia il Rathaus di recente inaugurazione, arresta il borgomastro e il tesoriere accusandoli di falso in bilancio e intima ai funzionari di predisporgli un passaporto, il suo prezioso lasciapassare per la libertà. Ma in cassaforte non ci sono documenti in bianco e, vedendosi alle strette, il Capitano di Köpenick confisca oltre 4.000 marchi dalle casse comunali, che in mancanza di un passaporto gli faciliteranno la fuga. Dopo aver ordinato a un gruppo di granatieri di scortare a Berlino i due indiziati per l’interrogatorio, Voigt s’incammina verso la stazione, si sbarazza dell’uniforme e scompare misteriosamente, facendo perdere del tutto le sue tracce.

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LA RISONANZA MEDIATICA E LE ORIGINI DI UNA LEGGENDA

Subito la notizia rimbalza da un confine all’altro dell’impero e fa il giro dell’Europa; la stampa avanza le ipotesi più fantasiose, l’esercito prussiano (messo in ridicolo) apre un’indagine formale e l’opinione pubblica si scatena, non potendo fare a meno di simpatizzare con il truffatore per l’originalità della sua beffa e consapevole del fatto che, come molti cittadini del ceto medio-basso tedesco, Voigt incarna un tragico paradosso: non riesce a trovare lavoro perché privo di passaporto e non può richiedere un passaporto poiché disoccupato. Persino i giornali inglesi s’interessano alla vicenda, che nella sua comicità rappresenta una conferma ai cliché negativi associati al popolo teutonico. Sull’Illustrated London News, G.K. Chesterton sottolinea: «La parte più incredibile di questa truffa (almeno agli occhi di un inglese) è quella che, piuttosto stranamente, ha ricevuto meno commenti. Intendo il momento in cui il sindaco chiese di vedere un mandato, e il Capitano rispose facendo puntare le baionette dei suoi uomini dicendo “Ecco il mio mandato”. Per anni i tedeschi hanno instillato nella loro gente la reverenza per l’onnipotenza del militarismo, il cui simbolo più sacro è l’uniforme tedesca. Le offese contro questa mania portano a severe punizioni.»
Il truffatore viene infine scovato, arrestato e condannato a quattro anni di carcere; ma il Kaiser Guglielmo II, divertito dall’episodio, compiaciuto del timore reverenziale suscitato dai gradi militari sul suo popolo e definendo Voigt “un adorabile mascalzone”, gli concede la grazia il 16 Agosto 1908. Nei mesi seguenti il Capitano di Köpenick cerca di sfruttare la sua fama in Germania, con buon esito, pubblicando perfino un resoconto della sua leggendaria avventura. Nel 1910 si trasferisce in Lussemburgo, dove lavorerà come calzolaio, riuscirà a comprare una casa e ad andare in pensione ma, stroncato dall’inflazione seguita alla Prima Guerra Mondiale, morirà povero in canna nel 1922.

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NON TUTTO È PERDUTO

Nel 1931 la vicenda ispira una commedia satirica in tre atti (interpretata, nell’adattamento italiano del 1973, da un indimenticabile Renato Rascel) e in seguito varie rivisitazioni cinematografiche, la più nota quella del 1956 diretta da Helmut Käutner. Entra di diritto nei libri scolastici tedeschi, dove tuttora viene assurta spesso ad esempio emblematico della Germania guglielmina, delle sue debolezze, della sua vacua retorica e della cieca reverenza alle gerarchie. Ancora oggi, se vi capitasse di visitare il tranquillo sobborgo di Köpenick a pochi minuti di S-Bahn dalla frenesia di Ostkreuz – con le sue graziose facciate bianche e rosse, il castello degli Hohenzollern a specchio sull’acqua e l’antico Kiez di pescatori sulla sponda orientale del fiume – non dimenticate questa storia e fate una capatina al maestoso Rathaus neogotico che troneggia sulla città vecchia. Sugli scalini d’ingresso, ad accogliervi, la statua bonaria di Wilhelm Voigt nei panni di capitano pluridecorato. L’uomo coraggioso che, reputando vana la lotta contro l’ingiustizia delle autorità, decise di combatterle con le loro stesse armi facendola in barba al militarismo più ossequioso e imperante. Chissà, forse la storia gli ha reso finalmente quella giustizia che Voigt tanto agognava aspirando alla libertà dalle etichette sociali e dal pregiudizio. Ma voi ricordatevi di lui, passate a trovarlo e magari fategli un’allegra riverenza accompagnata dal saluto militare. Ovunque si trovi, il Capitano di Köpenick non potrà che esserne lieto e strizzarvi l’occhio, sornione. Perché il suo piano, in fin dei conti, ha funzionato meglio di qualunque previsione e ha dimostrato ai posteri una verità inconfutabile: l’abito non fa il monaco, e neppure il capitano, ma il condizionamento intellettuale sciocco e acritico può essere sconfitto dal coraggio semplice di un’idea.

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Rathaus Köpenick
Come arrivarci: S3 da Ostkreuz per 5 fermate, poi dalla stazione S-Bahn tram o bus 27, 60, 61, 62, 67, 68 fino ad Alt-Köpenick

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Foto (CC BY-SA 2.0)

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Silvia Fistetto

Diplomata in cattiva gestione del tempo, innamorata dei libri e dei gatti, schiva con poca astuzia i tranelli della lingua tedesca. Traduce documentari per Nat Geo, History, La7 D ed è la traduttrice italiana della rivista on line della NATO.

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