La paura non deve fermare (la nostra splendida, amata) Berlino

«Abbiamo sempre sperato che noi non avremmo mai vissuto una situazione del genere a Berlino». Così il sindaco Michael Müller si è espresso a Breitscheidplatz poche ore dopo l’attentato. Pensavamo lo stesso. La paura, in Germania come nel resto d’Europa, era lecita. Solo pochi giorni fa un dodicenne aveva provato a organizzare un attentato al mercatino di Natale di Ludwigshafen, nella Renania -Palatinato, Germania occidentale. In Inghilterra molti mercatini natalizi sono circondati da barriere di un metro d’altezza, rimovibili, completamente in cemento armato. Di attentati, finora, l’intelligence tedesca sembra ne abbia sventati molti. Da quello allo stadio di Hannover pochi minuti prima dell’inizio della partita tra Germania e Olanda del novembre 2015 a tanti altri di cui più o meno riportato e in alcuni casi, anche totalmente passati sotto silenzio, perché certe cose è bene non dirle e lasciare che la gente viva la propria vita senza ulteriori condizionamenti.

Fin dagli anni ’70 a Kreuzberg, all’epoca zona di periferia della Berlino Ovest e per questo malfamata, ora centrale ed ambita da immobiliaristi e neoberlinesi da ogni dove, turchi musulmani e studenti vivono fianco a fianco dando un esempio di adattamento e arricchimento reciproco che si è poi allargato gradualmente a tutta la città, tanto da essere associata direttamente all’aggettivo multikulti, ovvero multiculturale. Il Carnevale delle culture, che ogni primavera accoglie decine di migliaia di turisti con i propri banchetti di cibo etnico e carri da ogni parte del mondo, è l’emblema di una città che tutti abbiamo sempre ritenuta modello. In questi ultimi due anni la politica dell’accoglienza della Merkel, seppur mitigata dal timore di un exploit del partito di destra Alternative für Deutschland, è stata apprezzata in tutto il mondo. Al concerto di Macklemore lo scorso marzo, tra una canzone e l’altra il rapper americano ha voluto ringraziare i berlinesi per come si fossero dimostrati disponibili e vicini ai tanti richiedenti asilo provenienti da zone di guerra.  “Non siete come noi americani che ci apprestiamo a votare persone che vorrebbero un muro con il Messico”. Scoppiò un’ovazione. I berlinesi, sia quelli nati e cresciuti nella capitale che quelli “adottati” da altre parti della Germania, così come italiani, spagnoli, polacchi, francesi o australiani, erano fieri di tracciare la rotta, un “ci si deve comportare così”, perché l’alternativa è che si sfasci tutto, a partire dalla ragione stessa per cui molti di noi vivono a Berlino. Il 31 gennaio 2016 il comune aprì tutti i musei gratuitamente per ringraziare i propri concittadini, il loro impegno e la loro solidarietà a favore dei rifugiati. “Senza le loro donazioni di abiti, giocattoli, medicine e cibo, la città non avrebbe potuto far fronte alla situazione che si è creata negli ultimi mesi”. Berlino è questa. La paura non ce la deve togliere e non ce la toglierà. Il nostro approccio alla città non deve cambiare come dimostra lo status e la foto postati su Facebook stamattina da Francesco Grasso, italo-berlinese con figlia italo-tedesca a Berlino che stamattina scrive: “Pochi minuti fa passavo sotto il luogo dell’attentato. A tracolla portavo il mio solito borsone. Ho incrociato diversi sguardi strani. Si capisce: uno straniero con un borsone in metro…! Poi leggi però sul pavimento questa scritta che qualcuno ha appena lasciato e capisci che non ci si deve far prendere dalle psicosi”. È quando tutti gli sguardi puntano qualcosa, anche di terribile, che basta girarsi altrove per trovare Berlino. E sorridere, lasciandosi il resto alle spalle.

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© Thomas Quine – Berlin Skyline –  CC BY SA 2.0

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Cacio e Pepe prima il blog, dopo il magazine. Collabora anche con Wired, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

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