La storia del Giro d’Italia a Berlino Est ai tempi del Muro

maglia rosa

Vi abbiamo già raccontato del Tour de France 1987, partito con tre tappe nella capitale tedesca. L’anno successivo poteva essere la volta della corsa rosa.

Anche l’Italia, trent’anni fa, cercò di partire con il proprio giro ciclistico dalla Germania e da Berlino. La testimonianza di Marco Torriani.

L’idea

La storia comincia con un intermediario finanziario italiano che conosceva molto bene il mondo tedesco e aveva contatti nella capitale occidentale. La sua passione per il ciclismo e la vicinanza con la Fiat lo avevano portato in via Vitruvio, sede delle organizzazioni sportive della Gazzetta all’epoca ancora in mano di Vincenzo Torriani, patron del ciclismo in rosa dagli anni Cinquanta fino al 1991. Torriani, un vulcano di idee e di energie, aveva già portato il Giro d’Italia a toccare 5 Paesi diversi in una sola edizione – nel 1973, partenza in Belgio e 4 tappe per raggiungere Aosta attraverso Repubblica federale tedesca, Lussemburgo, Francia e Svizzera. Non solo, sognava dagli anni Sessanta di omaggiare l’olimpismo ad Atene (cosa che fece il suo successore Castellano, nel 1996), aveva sondato la possibilità di partire dagli Stati Uniti e perfino da Mosca in piena Perestroika. Quindi se il Tour de France muoveva con un prologo su Ku’damm perché non far di meglio con una cronometro individuale con partenza da Berlino Est e arrivo in pieno centro della Berlino Ovest?

Attraverso il Check Point Charlie

«L’idea era di fare circa un km in territorio orientale, appena prima del Check Point Charlie», ci racconta Marco Torriani, figlio di Vincenzo e per tanti anni suo braccio destro nelle questioni ciclistiche targate Gazzetta dello Sport, «A livello tecnico non ci sarebbero stati problemi, non era difficile disegnare una tappa in una città come Berlino e poi, facendo la crono, avevamo risolto i problemi di ordine pubblico e del passaggio della frontiera. I corridori sarebbero partiti singolarmente, a distanza di pochi minuti, evitando così caravanserragli di ammiraglie, macchine dell’assistenza e scorta di polizia». Si era già stilato il budget e, a sentire come ne parla chi c’era allora, non era certo quello il problema: gli istituti di credito tedeschi erano pronti a portare la corsa in città, le istituzioni e la Federazione ciclistica occidentale avevano dato immediatamente il loro placet. Restava da aspettare una risposta definitiva da parte del blocco orientale: «Con l’Ovest era tutto più semplice e veloce, proprio per un’autonomia decisionale delle varie parti. All’Est, essendo tutto più verticale, si dovevano rispettare passaggi gerarchici importanti». In parole povere, sembrava mancare il sì della nomenklatura, o addirittura del segretario generale del partito socialista, nonché capo dello stato, Erich Honecker.

Fuga di notizie

Purtroppo i tempi dell’Organizzazione di Torriani erano piuttosto stretti e nell’attesa di una risposta orientale, ci fu una fuga di notizie sui media occidentali che raccontavano dei piani del Giro d’Italia circa una tappa con partenza a Est e arrivo a Ovest. «Fu un passaggio decisivo», ci spiega Torriani figlio, «perché quella pubblicità ci costrinse ad accelerare i tempi e a cambiare canali. Siamo dovuti passare attraverso il Ministero degli Esteri, e l’allora Ministro Giulio Andreotti, per capire se rimanevano margini di manovra». Purtroppo la pista diplomatica si rivela tortuosa, non arrivano risposte certe e, a quanto si sa, Torriani riceve una telefonata dalla Farnesina che rivela il traccheggiare della Repubblica Democratica Tedesca nel dare una risposta in merito. «Non dicono né sì, né no». E così, probabilmente consigliato da Andreotti a desistere, Vincenzo Torriani ripone nel cassetto l’ipotesi di un’avveniristica cronometro tra settore orientale e occidentale. «Mio padre era sì un sognatore capace di tutto ma, nella sua lunga carriera, aveva imparato a capire quando lasciar perdere. E se nel caso della Russia e di Mosca – altro pallino per un avveniristico avvio di Giro d’Italia – il vero motivo del cambio di rotta fu il calcolo economico dell’operazione, in questo caso il rammarico è di non aver preparato adeguatamente il terreno. Se lo avessimo fatto, avremmo forse evitato la fuga di notizie o gestito meglio le indiscrezioni. Senza l’ok formale dell’Est ci siamo ritrovati troppo scoperti».

Giro d'Italia
Wikimedia, Pubblico Dominio

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Foto di copertina: Credits: RCS/ANSA/DEL ZENNARO

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Federico Meda

Freelancer incallito, scrivo di sport (in particolare di ciclismo e rugby) di salute, di turismo ed enogastronomia. Sono appassionato di fumetti, di storia, di cinema, ma anche di design e architettura. Vivo tra Milano e Berlino, ho un figlio, una 500L del 1970.

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