Lettera di Natale di un italiano rimasto a Berlino

di Domenico Grimaldi – (dal Laboratorio di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”)

Non so voi, ma a me ricorda un albero di Natale. La forma slanciata che si restringe verso l’alto, la pacchianissima palla argentata e, sull’antenna che le fa da punta, le luci intermittenti. Io non volevo passare il Natale a Berlino ma a casa, però ho avuto solo il 25 di ferie e sono dovuto restare.

Lo trascorro ad Alexanderplatz. Bevo tanto glühwein. Tutti quelli che conosco sono andati via e pur di non chiudermi da solo nel WG, volutamente privo di addobbi natalizi per non compromettere il suo classico stile DDR, sono venuto a passare il Natale qui, nel weihnachtsmarkt più tristemente turistico della città. Però ho la Fernsehturm che mi fa da Albero di Natale. Che poi, a esser sinceri, a me l’albero non è mai piaciuto tanto, ho sempre preferito il presepe. Non c’è paragone. Da bambino adoravo il presepe.

Era come giocare ai Lego o alle città delle Micro Machines, giochi che avevo sempre invidiato ai miei amici. I miei non me li compravano, preferivano i giochi educativi della Clementoni, come i Sapientino e il leggendario Grillo Parlante. Dopo solo due giorni che ci giocavi sapevi già a memoria tutte le soluzioni e il nuovo gioco diventava sbagliare apposta solo per lo sfizio di sentire quella voce meccanica arrabbiarsi:

«Non ho ricevuto.
Avevo chiesto “Acacia”.
A
C
A
C
I
A
“Acacia”.
Ora scrivi e controlla»…certo che insegnava parole fondamentali.

Sono passati quasi trent’ anni e ancora adesso, se devo fare lo spelling pronuncio la J (i lunga), “iota”. Quindi potete immaginare come mi divertisse giocare col presepe: una città vera e propria con degli eroi da muovere all’interno: i re magi, quindi magici ossia con i superpoteri. Questi tre supereroi, seguendo una misteriosa cometa, dovevano attraversare una città sconosciuta evitando o facendosi aiutare da pastori e bottegai dalle espressioni pittoresche, così da beffare un re crudele e giungere finalmente dal figlio di Dio. Wou!

Il Natale da bambini. Due settimane di vacanze, niente compiti, anzi solo uno: scrivere la letterina di Natale da leggere durante il cenone. Iniziava sempre allo stesso modo:cari nonni, cari mamma e papà e cari zii». I cugini ce li si dimenticava volentieri, con loro era sempre guerra per chi dovesse avere l’onore di lasciare la letterina sotto il piatto a capotavola, quello del nonno.

Mi è venuta voglia di scrivere una lettera di Natale.
Il glühwein che non smetto di bere per riscaldarmi mi fa affogare nei ricordi, ma non provo nostalgia. Non è il primo Natale che passo lontano da casa e no, non è nostalgia ciò che sento e provo.
La letterina, visto che sono solo, la dedico a me stesso.

Caro me stesso, nostalgia viene erroneamente utilizzata dal dizionario italiano-tedesco per tradurre la parola “sehnsucht”. “Sehnsucht” è la parola tedesca che preferisco, ma non vuol dire nostalgia, è un termine che in italiano non esiste. “Sehnsucht” è un desiderio che non si può definire e realizzare, perché non si riesce a comprendere cosa si desidera. È la ricerca di qualcosa di ignoto, indefinito, un desiderio che fomenta chi lo prova a cercare senza sosta di colmare il vuoto che sente. Dal Sud Italia mi sono trasferito a Milano, da Milano sono arrivato fino all’altra parte del mondo, in Australia, ora sono di nuovo in Europa, a Berlino. Sono un dito che punta alla cieca un mappamondo che non smette di girare. Magari il prossimo Natale lo trascorrerò nel Laos e non sentirò nostalgia di tutti i luoghi dove sono stato, di tutti gli amici e delle donne che ho conosciuto, ma proverò, come adesso, come ogni giorno e in ogni dove, sehnsucht.

“Esatto!” ; “Hai vinto: premi indovina”.

Foto di copertina: Skiing around the wheel © Lorenzo Blangiardi CC BY-ND 2.0

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One Response to “Lettera di Natale di un italiano rimasto a Berlino”

  1. stef.

    Bellissimo…

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