Meglio essere cyborg o dea? A Berlino il festival queer per riflettere sulla tecnologia

Due settimane di proiezioni, workshop, performance e discussioni, con la presentazione di diversi lavori artistici incentrati sul tema del femminismo e della tecnologia. È il festival queer femminista I’D RATHER BE A GODDESS THAN A CYBORG in programma fino al 22 maggio presso il Kleiner Salon in Manteuffelstrasse 42.

Organizzato dal collettivo COVEN BERLIN attivo a Berlino dal 2013, il festival trae ispirazione dal “Manifesto Cyborg” di Donna Haraway e già a partire dal titolo intende sovvertirlo. Donna Haraway è una teorica femminista americana considerata la capostipite delle teorie sul cyborg, una figura che da invenzione fantascientifica diventa metafora della condizione umana: creatura né macchina né uomo, né maschio né femmina, situato oltre i confini delle categorie che normalmente utilizziamo per interpretare il mondo. Si legge nel Manifesto: “Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve siamo tutti dei cyborg (…). Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità.”

A distanza di trent’anni dalla pubblicazione del manifesto, ben rappresentato dallo slogan ‘Meglio essere cyborg che dea’, il festival I’D RATHER BE A GODDESS THAN A CYBORG vuole esplorare l’universo dal sapore un po’ vintage del cyberfemminismo degli anni ’90 e delle sue utopie femministe, per convertirle nell’ottica dell’attivismo queer 2.0.

Il discorso sulla tecnologia e su come essa influenzi le nostre identità di genere si conferma quanto mai attuale, se pensiamo ad esempio al ruolo della scienza e in particolare della chimica e della chirurgia nel percorso di transizione delle persone transessuali, con la somministrazione di ormoni e l’utilizzo di protesi. Per non parlare delle abitudini di vita di ognuno di noi: senza dubbio, oggi siamo più cyborg che mai. Iperconnessi, costantemente raggiungibili e di conseguenza controllabili. Vicini e distanti allo stesso tempo, abbiamo delegato alla tecnologia il potere di soddisfare molti dei nostri bisogni essenziali, ad esempio quello di comunicare i nostri stati d’animo e le nostre emozioni, trasmesse come dati, sotto forma di emoticon, utilizzando internet e i social network.

Non è un caso allora che uno dei temi ricorrenti nei lavori presentati riguardi l’uso di Skype, indagato anche come mezzo per la prestazione sessuale nei rapporti d’amore a distanza. Le altre tematiche affrontate includono la rappresentazione di corpi non normati, l’arte digitale femminista, i social network, l’intelligenza artificiale, il transumanesimo, gli avatar, le protesi, la scienza femminista, la riproduzione, il sesso virtuale, il post-femminismo, il cyber-attivismo e molto altro.

Del lungo programma, segnaliamo in particolare l’artista taiwanese Shu Lea Cheang, la cui opera più famosa, “Brandon” (1998-99), è stato il primo esempio di arte multimediale ad essere commissionata da un museo importante come il Guggenheim di New York. Shu Lea Cheang sarà presente al festival con la proiezione di “I.K.U. – This is not LOVE. This is SEX” (del quale l’immagine di copertina è un fotogramma) martedì 19 alle 19.30 presso il Kleiner Salon, con replica mercoledì 20 alle 22.00 presso il Moviemento Kino. Commercializzato come ‘Sci-Fi Porn giapponese’, I.K.U. è il primo film pornografico nella storia ad essere stato selezionato per partecipare al Sundance Film Festival nel 2000 dove, a detta della stessa regista, il 40% del pubblico abbandonò la sala prima della fine, prevalentemente durante le scene di sesso. Inoltre sempre mercoledì 20 alle 19.30 è previsto un incontro di presentazione del suo nuovo film FLUIDØ per il quale ha recentemente lanciato una campagna di crowdfunding e che sarà diretto a Berlino nei prossimi mesi, con una produzione e un cast tutti berlinesi.

La tecnologia può davvero soppiantare i nostri bisogni più intimi? Le utopie femministe di un mondo post-genere potrebbero rivelare un inquietante scenario distopico? Chi controlla la tecnologia? Se difficilmente troveremo risposte univoche a queste domande, il festival è sicuramente una buona occasione per continuare a porcele.

I’D RATHER BE A GODDESS THAN A CYBORG

8-22 Maggio 2015

Kleiner Salon
Manteuffelstrasse 42, Berlin

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Photo © I.K.U. – This is not LOVE. This is SEX

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Simona Dell'Aquila

Con la crisi dei 30 anni alle porte, decido di scappare a Berlino, che tutti dipingevano come ‘la mia città’ e dove non ero mai stata, per sfatare il mito, cambiare prospettiva e raggiungere una qualche forma di autonomia. Dopo rimbalzi continui di casa in casa, passeggiate infinite alla conquista dei quartieri, tour veg-astronomici, pedalate eroiche, serate che finiscono all’alba con bruschi risvegli al capolinea della metro... dopo qualche mese sono ancora alla ricerca di un buon motivo per non restare. E per imparare il tedesco.

One Response to “Meglio essere cyborg o dea? A Berlino il festival queer per riflettere sulla tecnologia”

  1. Giulia

    E mi suggerisci un tour veg-astronomico e un motivo per restare?

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