Metal detector, passeggino, fasciatoio: com’è dura volare con un bambino di 20 mesi.

bambino
di Lara Gullen, autrice del blog Intanto in Tedeschia

Sono italiana, ma vivo ad Erding, nord di Monaco, Germania da circa un anno. Ho un bambino di venti mesi. I miei spostamenti in Italia avvengono per lo più in aereo.

Io e mio figlio viaggiamo sempre con Air Dolomiti (gruppo Lufthansa), tratta Monaco-Torino. Il viaggio è breve, più o meno 60 minuti, insomma, se fosse una situazione normale, giusto il tempo di leggersi un quotidiano e sorseggiare un drink…come no!

Il calvario di una mamma in viaggio con passeggino, borsa pannolini e valigia

L’impresa comincia all’aeroporto. L’inizio è senza intoppi. Si va diretti verso l’area famiglie per check-in agevolato. Tutto liscio, tranne per i controlli di sicurezza. Praticamente resto solo in pantaloni e maglietta. Fanno togliere giubbino e scarpe anche al piccolo. Seguono i controlli anti-droga al passeggino e al biberon. L’ultima volta mio figlio si è rifiutato di consegnare il suo pupazzo, anche lui ha pensato che c’è un limite a tutto. E ha fatto bene. Perdo un quarto d’ora a ricomporre il tutto, il piccolo si affeziona a chiunque lo tenga in braccio mentre guarda incuriosito il misterioso monitor luminoso. Scoppia una tragedia quando lo porto via. Parto sempre dallo stesso gate e, se guardo la coda che si forma per salire sull’aereo, la formazione mi sembra sempre la stessa. 80 uomini con valigetta, 1 mamma,1 bimbo, 2 hostess e i piloti. Dopo un ulteriore controllo del passaporto, saliamo sullo shuttle che ci porta verso la vettura. A questo punto devo lasciare mio figlio a un tecnico e smontare il passeggino. Consegnare la valigia, riprendere il bambino e salire la ripidissima scaletta.

In aereo

Ma eccoci finalmente in aereo. Ci riempiono di regali. Puzzle, astucci, marionette, biscotti, album da disegno, matite. Ogni volta sono diversi e finiscono regolarmente sotto i sedili nel giro di pochi minuti. Al contrario della scuola, in aereo i posti in fondo restano sempre vuoti per il rumore, così di solito ci andiamo noi. Mio figlio non paga ancora per un posto a sedere. Viaggia in braccio, legato da una sorta di cintura accessoria. Mi salta sulle ovaie, sgomita perché vorrebbe muoversi. Urla, ride, ha sbalzi ormonali come una donna incinta. Credetemi, mi mette a dura prova. In quota fa regolarmente o la cacca o tantissima pipì. Quando arriva il momento l’hostess mi indica sempre il bagno dove sostiene ci sia un fasciatoio che puntualmente mi fa tenerezza. E’ evidente che non ha il senso della misura. O che non ha avuto mai un figlio.

Cambiare il pannolino in alta quota

Il fasciatoio è una specie di nicchia tipo Dolce Forno della Harbert. Mio figlio va per i 14 kg e scalcia come un cavallo dopato. È impensabile infilarlo li dentro. La prima volta ci ho anche provato e col piedino ha suonato l’allarme due volte. È uno di quegli imbarazzi che si provano poche volte nella vita. Non lo consiglio a nessuno. Finisce che di solito lo cambio sui sedili, sperando non abbia pipì di riserva. Ci risediamo. Il personale di volo serve da bere e porta da mangiare. La mia creatura ingurgita tutto ciò che si posa sul tavolino. A me restano solo i plasmon. L’ultima volta ho osato chiedere un bicchiere di Coca-Cola. L’ho bevuto in equilibrio col braccio per aria. Nel frattempo lui si è slacciato la cintura, ha afferrato la bottiglia della birra del vicino e ha iniziato a correre nel corridoio. Risultato? L’hostess mi ha tirato le orecchie. «Non è una buona idea lasciarlo correre nel corridoio!» mi ha detto. «Ma va????» le ho risposto io rischiando di strozzarmi.

L’atterraggio

Come in ogni buon film dell’orrore, il momento clou è sul finale. Atterriamo. Tutti si alzano,  accendono i cellulari, scalpitano in attesa di uscire. Io devo aspettare che l’aereo si svuoti per raccogliere i vari pezzi lasciati in giro e sotto i sedili. Devo vestirmi, coprire lui e, intanto, sperare che il conducente dello shuttle fuori dall’aereo non scappi via. Non vogliamo fare aspettare nessuno, cerchiamo di sbrigarci, ma la fretta peggiora le cose. La  scaletta è sempre più ripida, ricomporre il passeggino non è semplice ed io devo prima  legare il criminale che già ha cominciato ad urlare «Papaaaà!!!» mentre lo strappo dalle braccia dello stewart in imbarazzo.
No, non è impegnativo viaggiare in aereo con bambini piccoli. Basta avere i tre giorni successivi per riprendersi. Per fortuna nelle due settimane successive ho bevuto tutti i cappuccini possibili. Mi sono scofanata tanta pizza, ho usato il bidet ad ogni occasione. Insomma ho fatto il pieno di quel che mi mancava. Ho rivisto la mia famiglia e alcuni amici, non tutti purtroppo, ma recupererò. Prima. però, devo prepararmi psicologicamente ad un altro viaggio in aereo…

Intanto in Tedeschia

Intanto in Tedeschia è il blog di Lara Gullen. Lara ha 37 anni, vive in Baviera da un anno (ad Erding a nord di Monaco) con il marito ed  un figlio di 20 mesi. In Italia era un impiegata. «Ho iniziato a scrivere Intanto in Tedeschia senza la pretesa di essere una guida o di dare consigli, racconto semplicemente la mia nuova vita fuori dall’Italia».

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Immagine di copertina: © loomingy1 – CC BY SA 2.0

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