A Berlino l’inaugurazione di un’imponente mostra sui 100 anni della prima guerra mondiale

Ormai cento anni fa, e più precisamente il 28 Giugno 1914, aveva inizio il primo, sanguinosissimo, conflitto mondiale, la cosiddetta Grande Guerra.
Berlino celebra la ricorrenza con una bella mostra presso il Deutsches historisches Museum, intitolata semplicemente 1914-1918Der erste Weltkrieg: l’importanza dell’evento per il governo tedesco, che come il resto d’Europa ricorda una guerra in buona parte dimenticata (gli orrori della seconda riecheggiano di certo con più frequenza, in special modo e per ovvie ragioni nella capitale tedesca), si comprende meglio sottolineando come sia stata la stessa cancelliera Merkel a voler inaugurare la mostra, lo scorso 29 Maggio, presso il museo di Unter den Linden; nonché’ ricordando come qualche mese fa, sempre la Merkel fece cenno al primo conflitto mondiale, al fine di scongiurare la caduta dell’euro e l’ancora fragile assetto politico del vecchio continente.

«Verrà il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914»: queste per l’esattezza le parole della Bundeskanzlerin, che richiamavano il discusso libro dello storico Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra, I sonnambuli (tradotto in Italia da Laterza), termine usato per indicare i governi che scivolarono nella guerra presentendo il cataclisma, simulando allarmi, ma senza far nulla per scongiurarla.
I toni profetici e millenaristici della frase della Merkel turbarono allora qualche sonno; oggi quelle parole si possono leggere come monito contro l’avanzata di ideologie totalitarie e nazionaliste (mai abbassare la guardia, il recente caso Le Pen in Francia insegna).

La mostra ripercorre le tappe del conflitto ricordando i luoghi-simbolo (12, tra macroregioni e singole città) di quella che in Germania viene definita come la catastrofe originaria (Urkatastrophe), luoghi che corrispondono a specifiche sezioni dell’allestimento: la Marna, Bruxelles, Tannenberg, Verdun, la Somma, per citarne alcuni.

Nomi che evocano attese e agonia logoranti, che parlano di trincee soprattutto, gli interminabili condominii sotterranei, le lunghe fosse per passare le ore, i giorni, e lentamente guadagnare terreno e avanzare verso il nemico.

La sostanziale staticità della guerra ha fatto sì che proprio gli oggetti quotidiani, quelli della vita da soldato di trincea, siano stati giustamente considerati dai curatori come i più adatti a ricordare i 4 anni di conflitto: accanto alle divise militari, alle medaglie, alle armi, compaiono infatti orologi, diari, fazzoletti, posaceneri, sopravvissuti come inorganica testimonianza degli orrori del fronte.

Particolare attenzione si è data poi al materiale propagandistico, che mirava a far percepire la guerra come giusta, a portare a credere che fosse un orgoglio avere un familiare sui campi di battaglia, e a unificare popolazioni, come quella italiana e quella tedesca, che avevano bisogno di affermare la propria appartenenza a una nazione, in entrambi i casi citati, nata da poco.

Indubbiamente efficace è l’installazione che rappresenta l’apparizione lugubre di un gruppo di soldati senza volto, tra le coltri di nubi tossiche: un segnale acustico annuncia e scandisce il tempo, al punto che viene voglia di fuggire, trovare rifugio, mettersi in salvo.

Una collezione di maschere antigas completa la stessa sezione, richiamando alla mente le belle pagine di Italo Calvino, che nella raccolta di scritti Collezione di sabbia, a proposito degli stessi oggetti, scriveva:

“Tra le collezioni dell’esposizione, una delle più impressionanti era certo quella delle maschere antigas: una vetrina da cui guardavano facce verdi o grigiastre di tela o di gomma dai ciechi occhi tondi e sporgenti, dal naso-grugno a barattolo o a tubo snodato”.

Per Calvino le maschere fissano l’aspetto rapidamente obsoleto della guerra, ora più ridicolo che terribile, e contemporaneamente il senso che in quella crudeltà attonita e stolta si riconosca ancora la nostra vera immagine.

Ciò che emerge con forza, come sempre accade quando si riflette sulle guerra, è la loro tragica inutilità, in questo specifico caso aggravata dall’iniziale entusiasmo dei molti giovani volontari, partiti al fronte mossi da un generico amor di patria.

A questo proposito val la pena segnalare l’uscita recente della versione restaurata de La grande illusione di J. Renoir (la pellicola che, uscita nel 1937, fece infuriare il ministro della Propaganda nazista J. Goebbels), ad opera della Cineteca di Bologna, lavoro che il regista M. Scorsese ha giudicato magnifico, un restauro per cui tutti dovremmo essere grati. Un motivo d’orgoglio per noi italiani (i cinefili ricorderanno che Orson Welles, alla domanda: Quale film consegnerebbe ai posteri? rispose La Grande illusione).

Nell’attesa di vedere il Renoir restaurato nelle sale tedesche, prendiamoci tempo per visitare la mostra al Museo di Storia di Berlino, rispolverando l’amor patrio davanti alle partite della nazionale di calcio. Piu’ nottambuli, che sonnambuli.

Mostra

1914-1918. Der erste Weltkrieg – La prima guerra mondiale

Deutsches historisches Museum

Unter den Linden 2 Berlin

dal 29 Maggio al 30 Novembre 2014

Orari di apertura: tutti i giorni 10-18

http://dhm.de/

Piera Ghisu

Nata alla fine degli anni '70, sono stata una filosofa in radio nella mia citta', Cagliari, fino al mio approdo a Berlino. Nella capitale tedesca da 3 anni, mi occupo di turismo sostenibile per cercare di vedere un futuro per l'Italia. Per Berlino Cacio e Pepe Magazine faccio cose e vedo gente (ovviamente, cit.)

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