Nascondere la provenienza dei molestatori di Colonia significa aiutare la destra xenofoba

Uno stupro, sessanta denunce per molestie sessuali, più un’altra trentina per furti o tentativi di furto: il resoconto della notte di San Silvestro intorno alla stazione di Colonia è tragico. Molte informazioni devono ancora essere confermate, ma ci sono alcuni punti ormai incontestabili sugli autori:

-si muovevano in branco.

-sono di origine nordafricana/araba

Sul numero: forse non saranno i mille citati dal capo della polizia di Colonia, ma parliamo comunque di centinaia di persone, almeno se si parla di branco. Dire chi e quanti di loro abbiano davvero molestato (o, in un caso, stuprato) le vittime sarà quasi impossibile stabilirlo, purtroppo anche se ci saranno condannati, sarà un numero più basso del giusto visto che, ed è questo uno dei punti centrali della vicenda: ANCHE CHI HA SOLO ASSISTITO A CIO’ CHE FACEVA L’AMICO/IL CONOSCENTE DOVREBBE ESSERE CONDANNATO. 

Episodi analoghi a quelli di Colonia si sono registrati la stessa notte ad Amburgo e Francoforte. Anche in questo caso i testimoni parlano di gruppi di uomini che si muovevano in branco d’origine nordafricana/araba.

La stampa tedesca più istituzionale, dal der Spiegel alla Frankfurter Allgemeine ha dato grande risalto logicamente, alla notizia, cercando però di non enfatizzare sulla provenienza dei probabili autori del crimini. È stata una scelta giudiziosa per non infervorare gli animi di chi non aspetta altro per puntare il dito e aizzare sentimenti xenofobi. Finché non c’è sicurezza dell’informazione, ovvero che davvero le origini dei criminali siano arabe, si può fare a meno di costruirci il cuore dell’articolo.

C’è però un limite a questa, giusta, precauzione ed è il tempo che scorre. Ci vorranno settimane, forse mesi se non anni, a che si faccia chiarezza su chi ha fatto cosa. Nel frattempo le opinioni delle persone si saranno già formate. Il senso di giustizia dei tribunali non è la stessa che guida le azioni quotidiane del cittadino. Tedesco o italiano in Germania o italiano in Italia che sia. Ciò che è corretto fare eticamente non per forza è giusto nella pratica.

Non bisogna aver paura di pensare che puntare il dito su un problema di integrazione significhi essere razzisti o politically uncorrect. I branchi di Colonia, Amburgo e Francoforte non si erano coordinati tra di loro. La notte di San Silvestro 2015 non è stato il frutto di una strategia, ma una serie di comportamenti spontanei che hanno preso vita contemporaneamente in più città tedesche tra più uomini con la stessa origine e, quindi, viene facile pensare, con lo stesso o analogo grado di integrazione in Germania. Dalle prime indagini della polizia sembra che non siano immigrati arrivati da poco. Parlano un po’ di tedesco, se non fluentemente. È facile pensare che alcuni di questi siano nati e cresciuti in Germania. Non sono portoricani, non sono vietnamiti, non sono italiani (che, quando ad esempio ci fu la strage di Duisburg, furono vittime di tanti pregiudizi, e viene da pensare che fosse anche legittimo che succedesse), ma “sono nordafricani e/o mediorientali”. Per risolvere la loro povertà morale bisogna prima di tutto capire perché non hanno assimilato della nostra civiltà occidentale contemporanea. Che la conoscono è indubbio. I sei milioni di arabi in Germania, integrati e rispettosi delle leggi, dimostrano che non ci sono difficoltà di comunicazione, si sa bene ciò che è giusto e cosa è sbagliato. Anche perché, non è che in Tunisia, Marocco, Algeria o qualsiasi altro paese nordafricano, sia concesso importunare le donne, molestarle, derubarle o stuprarle. È illegale anche lì, con pene spesso severe tanto quanto quelle tedesche per quanto è indubbio che la loro società sia più maschilista della nostra (che rimane maschilista, ma ha intrapreso da decenni un processo graduale di parificazione, se non in tutti i campi, sicuramente su quello legale). C’è semmai un problema di accettazione che non è individuale, ma culturale. E per culturale non si intendono tutti gli arabi, ma una minoranza che, per quanto percentualmente minima, è comunque rumorosa. E molesta. Questa minoranza ha deciso di non accettare un modello. Non ha paura delle pene, anzi – come conferma la polizia di Colonia – chi è stato fermato al momento non ha neanche timore della polizia e della magistratura tedesca. Bene, potremmo dibattere quanto vogliamo su ciò che abbiamo sbagliato a livello di politiche di integrazione, di piccoli episodi di razzismo quotidiano (quanti di noi con una stanza libera da affittare nella nostra casa, a parità di stipendio, sesso ed età, la affitteremmo ad un arabo invece che ad un tedesco o ad un francese?), ma la vera responsabilità di questi atti è di chi li commette. E come tale bisogna condannarla, senza se e senza ma, agendo di conseguenza. Sanzionarla al massimo – anche dialetticamente – per salvare chi, invece, dimostra tutti i giorni di integrarsi “nonostante” le sirene dall’altra parte. Opporre i modelli positivi ai negativi, invece di nascondersi dietro l’idea che i “negativi” siano casi isolati. Solo così si può cercare di arginare il normale (non giusto, ma normale inteso come prevedibile) sorgere di slogan, idee e comportamenti razzisti che trovano terreno fertile quando la percezione generale è che “nessuno voglia dire le cose come stanno veramente” e che “la tolleranza da salotto è da ricchi che giocano a fare i democratici”. Bisogna cominciare a dire e affrontare la situazione togliendoci di dosso l’idea che, se emergerà un problema legato ad un’integrazione cultuale non possibile, almeno non per quella minoranza, non è per forza colpa nostra e nel condannarla non dovremmo sentirci razzisti.

 Photo: © R/DV/RS CC By SA 2.0

Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Magazine prima come blog, dopo come magazine. Collabora anche con AGI, Wired, Huffington Post, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

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