Non puoi vivere in Germania se non hai capito l’importanza del Bitte per i tedeschi

Il tedesco notoriamente non è una delle lingue più semplici al mondo. Ma alcune parole sono più importanti di altre per vivere in Germania.

Tra articoli, casi, verbi separabili e parole composte lunghe mezzo rigo l’impresa di chi gli si accosta al fine d’impararlo per necessità o semplice divertimento (di questi è appurato che siano lo 0,01% della popolazione mondiale) è davvero ardua. La maggior parte delle persone abbandona al primo turno, senza passare neanche dal VIA, alzandosi dalla sedia della VHS (Volkshochschule) dopo aver saputo che accanto al nome bisognerebbe memorizzare anche il corrispettivo articolo ma che, soprattutto, non sembra esserci nessuna vera regola per cui una parola debba essere maschile, femminile o neutra (esatto, proprio come il bagnoschiuma).

Gli approcci sono diversi.

Alcuni superano i primi scogli e s’accontentano poi di un vocabolario decisamente limitato ma che gli consente di sopravvivere senza perdere l’uso della ragione. Veramente esigui sono i valorosi (ed a loro va la mia stima) che cercano di assimilare il massimo che possono della lingua in tutte le sue forme e sfaccettature. Detto questo, tra tante difficoltà, tuttavia, ci sono parole così immediate e talmente utilizzate che non apprenderle anche solo passeggiando un paio d’ore a caso tra tedeschi sarebbe impossibile. La più famosa di tutte è sicuramente “Bitte”.

Ora vi descrivo una scena alla quale tutti voi avrete assistito almeno una volta nella vita in Italia. Mamma e bambino si avvicinano al bancone del bar. Voi siete lì con il vostro caffè stretto e leggermente zuccherato in attesa di uscire e fumarvi una sigaretta, quando il bambino, incoraggiato dalla mamma emozionata come se il figlio dovesse fare un annuncio alle Nazioni Unite, dice: «Posso avere un bicchiere d’acqua?».

Adesso una normale barista con un minimo di senno preparerebbe subito il bicchiere e liquiderebbe (nel vero senso della parola) il bambino in meno di dieci secondi. Ma visto che le bariste difficilmente possiedono un minimo (e neanche massimo) di senno, ecco che esclama: «E la parolina magica?».

Catastrofe!

Il mondo nella testa del bambino crolla. Lui la parolina magica davvero non la sa. I film di spionaggio verranno tra qualche anno, è ancora fermo ai classici Disney. Si guarda intorno interdetto, catatonico, incrocia il viso della madre che invece è rosso fino alla radice dei capelli per l’imbarazzo (lei la parolina magica la sa, gliel’hanno insegnata i suoi alunni delle elementari, ma non può suggerirgliela) e rimane muta.

Allora la barista, comprendendo il disagio dei due cerca di venire incontro al piccolo cucciolo d’uomo: «Per…? Per…?».

I bambini più timidi, davanti alla sua insistenza e alla sua incomprensibile incapacità di preparare un bicchiere d’acqua senza fare domande, si chiuderebbero a riccio quasi in lacrime, rinunciando a bere per i successivi anni e rimpiangendo i giorni in cui dissetarsi era solo un silenzioso movimento meccanico attaccati al seno della madre. Quelli più smaliziati invece azzarderebbero un: «Per… me!» oppure un «Per… bere!» rispedendo al mittente il tentativo di metterli alla berlina davanti all’intero bar (in realtà il bar è vuoto, ci sei solo tu, il caffè è una schifezza).

In tutti e due i casi, a quel punto, la barista non potrebbe far altro che alzare bandiera bianca e dire, con un sorriso teneramente finto: «Per favore! Si dice per favore!».

Ecco una scena del genere in Germania non si è mai vista né mai si vedrà.

Se la raccontaste ad un tedesco probabilmente vi prenderebbe per visionario o al massimo vi etichetterebbe come il solito italiano cantastorie.

I bambini in Germania comprendono l’uso del “Bitte” prima ancora di nascere. È uno dei primi upgrade genetici che avviene nel pancione, tanto che quando il neonato viene sculacciato dall’infermiera dopo essere stato sputato fuori come una grossa supposta, le si rivolge con uno sguardo accigliato ed un secco “Bitte?!”. Se un bambino tedesco ordina un gelato o un bicchiere d’acqua inserisce all’interno della frase il suo bel “Bitte” senza sapere che magari potrebbe aver detto una parolina magica di qualche tipo e senza creare imbarazzi, rancori, pregiudizi e sensi di colpa alle mamme sui giusti metodi di educazione da usare con i rispettivi figli.

Una parolina multiuso…

Per noi italiani, il “Bitte” può essere tradotto sia con “per favore” che con “prego” ed è forse questa sua doppia importante sfumatura che lo rende una della prima parole che impariamo. Aggiunto al fatto che, come accennato, il suo utilizzo da parte dei tedeschi è veramente smisurato (a volte fino alla nausea).

Sembra che una di quelle inutili università americane al confine tra il Massachussets e Alberobello abbia svolto un ancor più inutile studio per cui l’uso del “Bitte” sia la pratica preferita da parte dei tedeschi subito dopo bere Apfelschorle e suonare i campanellini delle biciclette, con un bel 87,5%. Una volta sentii personalmente un uomo dire “Bitte” prima di cominciare un alterco notevole, sfociato con spintoni e qualche schiaffo, con un altro uomo. Immagino la stessa scena nella mia città d’origine (io sono di Napoli) e sorrido alla sola idea della fine che farebbe qualcuno che cominciasse una lite con la corrispettiva traduzione di tale vocabolo. Probabilmente avrebbe più possibilità un cucciolo di gazzella con una zampa spezzata accerchiato da un branco di iene affamate di uscirne vivo che lui di uscirne vincitore.

…E dalle numerose varianti

Di notevole importanze per i tedeschi non è solo l’utilizzo del “Bitte” ma anche delle sue corrispettive varianti più conosciute: “Bitte schön” e “Bitte sehr”.

Professioniste del “Bitte” puro sono sicuramente le cassiere. Esse sono talmente abituate al suo utilizzo che non è difficile sapere che siano in analisi per eccessiva educazione. Anche il loro timbro di voce è modulato in maniera tale che il “Bitte” riesce ad uscire sempre alla stessa frequenza con tutti i clienti. La settimana scorsa una cassiera di LIDL è riuscita nell’impresa di ripetere “Bitte” mille volte in un turno di lavoro ed ha ricevuto in premio un tapis roulant nuovo di zecca dove pare che gli oggetti scivolino che è una bellezza.

Specialiste del “Bitte schön”, invece, sono le cameriere. Spesso il suo utilizzo è associato al corrispondente fratello maggiore “Danke schön” con il quale i clienti esprimono un ringraziamento per il servizio. A quel punto parte la risposta che dà vita ad un cinguettio amoroso degno delle migliori passeggiate nel Tiergarten. Vivere in Germania significa anche questo e non è raro incontrare cameriere talmente esperte che variano l’espressione allungando la “ö” e acutizzando il suono in un “Bitteschööööööön”.

Ultimo ma non ultimo è il “Bitte sehr”, una variante un po’ più raffinata, elegante, da frequentante abitudinario del Mitte o da gentiluomo che cede il posto ad una signora sul pullman. Solitamente, tra gli stranieri, chi lo utilizza desidera dimostrare agli altri di aver superato almeno il livello B1.1.

In conclusione si può dire che ad usare il “Bitte” non si fa mai peccato.

È una di quelle parole jolly come “ganz” che puoi mettere un po’ dove ti pare all’interno di una frase senza passare per un incapace. E l’abuso che se ne fa è molto simile a quello che si fa per altre parole come “genau” oppure “super!” o per bislacche espressioni come “Keine Ahnung” e “auf jeden Fall” che un bel giorno, quando meno te lo aspetti, ti ritroverai ad utilizzare come se non avessi fatto altro nella vita. E non importa se ora sbagli o le confondi perché, per i tedeschi, non è tanto importante la tua intonazione o la costruzione grammaticale delle frasi secondarie. L’unica vera cosa importante è che, qualsiasi cosa tu faccia, tu dica sempre prima “per favore” o meglio ancora “Bitte”.

FOTO © FRECH CC BY-SA 2.0

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Gabriele Iaconis

Gabriele Iaconis è nato a Napoli nel 1985. È laureato al corso magistrale di Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale ed Ambientale presso la Federico II di Napoli. È appassionato di lettura e scrittura e non osa immaginare un mondo senza libri. Ha pubblicato due romanzi: Un motivo in più per guardare il cielo (Boopen LED 2010) e Buenos Aires (Homo Scrivens 2012) nonché racconti in varie antologie. Vive a Berlino dal novembre 2013 e si trova benissimo. Spera di continuare a scrivere e leggere il più possibile.

3 Responses to “Non puoi vivere in Germania se non hai capito l’importanza del Bitte per i tedeschi”

  1. Claudia

    Io non so piú come spiegarlo ma imparare il tedesco é come stare con un uomo che sia coinquilino, che sia compagno, che sia uomo. É una relazione in tutto e per tutto. Ti svegli la mattina con lui, che ti parla come la radio impostata come sveglia. Senza interruzione parla, solitamente mentre si veste, che tu gli vorresti dire ma non lo vedi che sto ancora dormendo?

    http://www.lasnoblovesberlin.com/2013/09/bitte.html

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  2. Herr Weiß

    Confermo: il “Bitte Schööööon” del turco al bäkerei di fronte al binario 12 di München Hbf é lungo quanto l’intera tratta ferroviaria del Brennero…notevole proprio!!! 🙂

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  3. Maria

    Io invece noto che mio figlio all’asilo e molto più sollecitato al Danke in tutte le frasi… Bitte forse viene automatico boh

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