Perché ho scelto di candidarmi per +Europa: Alessandro Fusacchia presenta la sua lista

Alessandro Fusacchia è capolista di +Europa alla Camera dei deputati nella circoscrizione estero per le elezioni del 4 marzo.

Alessandro Fusacchia, 40 anni, dottorato all’Istituto Universitario Europeo, ha insegnato all’università a Roma e a Parigi, per poi lavorare tra istituzioni europee e ministeri italiani.

«Io vengo dal mondo della pubblica amministrazione, ma sono stato attivo nell’associazionismo. Qui ho sviluppato quella dimensione extraprofessionale che mi ha condotto, assieme ad altre persone, a prendermi cura del bene pubblico. In queste esperienze mi sono reso conto che, nonostante si dica che per varie cause lo spazio della decisione politica si stia riducendo – cosa probabilmente vera –, resta profondamente vero che la politica può ancora assolutamente fare la differenza. Nel garantire i diritti, lottare contro le ingiustizie, costruire opportunità.

Sono arrivato alla politica perché ho voluto scommettere con altre persone che ci sia un modo diverso di organizzare la partecipazione, mettendomi in gioco in prima persona. Il mio obiettivo è affrontare alcuni problemi strutturali che stanno portando il nostro paese a sbattere contro un muro. Rimettendo questi in discussione si può favorire non solo il rilancio economico ma anche un progresso civile, culturale, la coesione sociale. Oltre alle necessarie misure strutturali, che devono avere maggiore impatto, occorre rivedere il rapporto tra cittadini e rappresentanti. Non potremo mai avere una politica diversa se gli italiani non (ri)scoprono l’urgenza di fare i cittadini!».

Proprio a quest’ultimo proposito, cosa pensa dell’Europa e delle istituzioni europee? Il vostro stesso nome indica una direzione chiara, ma come fronteggiate il distacco percepito dai cittadini europei nei confronti con le istituzioni?

«La complessità del sistema di governance europeo permette di prendere decisioni su questioni condivise – come il libero scambio di merci – ma si incarta laddove le questioni diventano divisive – penso all’immigrazione, ad esempio. Credo sia necessario un cambio di direzione: non è sufficiente una migliore comunicazione coi cittadini per riacquisire legittimità. Si può comunicare solo quello che si è, con i propri limiti, per definizione. Il  problema è sostanziale e riguarda una forma di democrazia sovranazionale avanzata che deve essere legittima agli occhi dei cittadini in quanto prende decisioni diverse ed è controllata più direttamente dai cittadini.

E i cittadini cosa chiedono? Va riconosciuto che nella becera polemica contro l’Europa delle banche e la tecnocrazia vi è un fondo di verità. L’Europa infatti non ha ancora sviluppato le altre gambe che servono: un welfare condiviso, politiche della formazione, istruzione e cultura europee, non c’è una quadra sull’immigrazione e il diritto all’asilo. Sono tutti punti molto sentiti dai cittadini europei, ma che in questo momento non sono affrontabili dall’Unione così com’è. Occorre quindi da un lato attrezzare l’EU attraverso trattati costanti, puntado a una maggiore integrazione degli stati europei. Allo stesso tempo si deve sviluppare una politica europea: oltre ai governi nazionali che propongono le loro soluzioni, occorrono liste transnazionali. Non c’è una scorciatoia alla creazione di famiglie politiche di idee diverse, che però giochino su un piano europeo. Solo così si crea controllo politico delle istituzioni e quindi legittimità, riavvicinando l’Europa agli europei».

Qual è la sua posizione rispetto all’Euro?

«Per quanto riguarda l’Euro, penso che siamo a metà di un percorso. Noi abbiamo integrato la parte monetaria ma certamente non abbiamo fatto altrettanto con le politiche economiche europee. Questo anche per la complessità derivante dalle diverse capacità di spesa, dalla politica fiscale. Ma se stiamo a metà del fiume, ha più senso raggiungere l’altra parte che non tornare indietro. Se cominciassimo ad avere un ministro vero dell’economia europea, con un budget serio con cui possa allocare risorse; se cominciassimo ad avere un’unione bancaria veramente avanzata, tale da gestire la parte di finanziamenti e fornire un capitale di rischio, un venture capital europeo, si potrebbe far fronte agli squilibri ora presenti nell’area Euro. E, ribadisco, per questo non bastano l’Ecofin e l’Eurogruppo».

Quali sono a suo avviso le cause dell’emigrazione degli italiani all’estero? Ritiene che le politiche dell’Unione Europea abbiano contribuito a questo fenomeno?

«L’UE è stata spesso trattata come capro espiatorio. Certamente ci sono stati degli errori commessi dall’Europa, ma rimangono marginali nel momento in cui si tenta di spiegare le difficoltà della situazione italiana. Gli italiani se ne vanno dall’Italia per un semplice motivo: mancanza di opportunità. Ma non parlo semplicemente di mancanza di lavoro. Ciò che manca sono le prospettive di carriera, da noi manca un rispetto del lavoro.

C’è un enorme problema culturale, che si somma a quello materiale, la difficoltà in certi casi di arrivare a fine mese. In breve: gli italiani scappano non dalla famiglia, ma dal familismo! Siamo un paese in cui se non appartieni a qualcuno o a qualcosa non vai da nessuna parte. Qui da noi sussistono le “quasi rendite” (commercialisti, avvocati, tirocinio gratuito). Il nostro paese vive troppo spesso di intermediazione: facciamo le leggi male e poi queste costringono a rivolgersi al commercialista per la dichiarazione dei redditi, al consulente del lavoro, al notaio, etc. Questo proliferare di intermediari sta uccidendo il paese. È quindi necessario ritornare ad un rapporto non intermediato tra lo stato e il cittadino e oggi abbiamo la possibilità di farlo, con il digitale a portata di mano».

Quali sono le vostre proposte per gli italiani all’estero?

«La chiave del nostro programma per gli italiani all’estero è l’insieme di mobilità e portabilità. La semplificazione amministrativa e burocratica presso le ambasciate e i consolati è importante – ma questo credo sia rilevante per tutti. La semplificazione degli iter amministrativi per l’estero va di pari passo con la modernizzazione del paese tout court. Se si investe su questo punto per il paese anche gli italiani all’estero ne avranno benefici ma questi non vanno trattati come una “riserva naturale”, a sé stante, protetta, ma come parte dello stesso popolo. Il nostro focus è però dato dall’approccio che abbiamo nei confronti dei nostri cittadini: non vogliamo parlare di “italiani all’estero”, quanto piuttosto di “cittadini europei”. In questo senso i diritti pensionistici, la riconoscibilità dei titoli di studio sono punti centrali per favorire la mobilità degli italiani, che si potranno vedere garantiti alcuni diritti, a prescindere da dove sceglieranno di vivere.

Oltre a questo abbiamo delle iniziative specifiche, con un’attenzione particolare agli Istituti Italiani di Cultura. Vorremmo renderli dei poli molto più forti e molto più ampi di quanto non siano ora, con una mission diversa. Che la politica culturale sia rivolta non solo alla conservazione o alla promozione della cultura che abbiamo prodotto – che già è un obiettivo alto – ma anche alla produzione di nuova cultura. Dal paese della cultura – passata – al paese della produzione di nuova cultura, con creativi, artisti, innovatori. In questo senso gli Istituti Italiani di Cultura potrebbero divenire hub per gli italiani che fanno cultura, connessi tra loro e con gli attori esteri, per facilitare la centralità dell’Italia nel terreno delle avanguardie».

Che ruolo ha avuto la Germania nella crisi dell’Unione Europea?

«La Germania senza dubbio riveste un ruolo egemone all’interno del nostro continente e non solo. Vi è in atto una germanizzazione di molte strutture europee, come il Parlamento o il Consiglio europeo. Penso però che anche gli italiani abbiano una loro responsabilità in questo processo, perdendo spesso occasioni di ritagliarsi spazio per interagire con gli altri paesi. Poi non mi stupisco che la Germania persegua prima gli interessi tedeschi di quelli europei. Se fossero in questo più lungimiranti potremmo certamente gestire molte cose diversamente a livello europeo, come il surplus economico che generano.

Spesso i loro vertici sono vittime di una paura che li porta a prendere delle decisioni che irrigidiscono eccessivamente una serie di politiche, in primis economiche. Anche il regime di austerity si è dimostrato a volte troppo severo e alcuni sbagli nei confronti della Grecia sono stati commessi. Non dobbiamo però dimenticare che i greci hanno truccato i conti – e quindi resta se non altro comprensibile la reazione sul fronte tedesco, all’inizio. Mi aspetterei invece maggiore lungimiranza nel comprendere che al di là dei rapporti tra i singoli governi, le disuguaglianze stanno crescendo dappertutto e questo è un problema che va affrontato di petto. E chi lo gestisce deve avere la credibilità per farlo, senza promesse elettorali mirabolanti o ripristinando la sovranità monetaria e le frontiere».

Che cosa importerebbe dalla Germania?

«Della Germania a me piace molto l’attenzione per l’istruzione tecnica. L’istruzione tecnica, la professionalizzazione, l’anticipazione di quelli che possono essere i mestieri del futuro, sono tutti elementi per cui la Germania si spende molto e meriterebbero di essere importati. Forse l’unico limite che vedo nel sistema di istruzione tedesco è che costringe a una scelta i ragazzi ancora molto giovani. Mi piacerebbe invece un più ampio margine di manovra, che favorirebbe anche scelte più consapevoli da parte dei ragazzi».

Cosa pensa che l’Italia abbia da esportare?

«Non necessariamente una politica specifica. Credo che noi italiani siamo allenati a gestire la complessità, perché c’abbiamo fatto i conti da piccoli, per così dire. La nostra creatività, la nostra capacità di misurarci con le difficoltà e gli imprevisti costituiscono un asset a 360° in un mondo sempre più complesso e sempre meno pre-codificabile. Questo ci permette di affrontare una serie di problemi inaspettati con ottimi risultati. Siamo molti bravi a gestire le emergenze – quando chi le gestisce è lasciato libero di farlo come serve – e questa è una competenza utilissima con la quale noi possiamo offrire il nostro contributo in Europa in cambio di un aiuto richiesto per l’ordinaria amministrazione. Concludo con una battuta: io italiano decido come ci sfamiamo alle 11 di sera quando tutto è chiuso e non sappiamo dove andare a mangiare, però in tempi normali sei tu che organizzi i ristoranti della città».

NOTA BENE: L’articolo su Alessandro Fusacchia è parte di una serie di interviste che Berlino Magazine dedicherà ai candidati della circoscrizione Estero-Europa alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Nella circoscrizione Estero sono eletti diciotto parlamentari, suddivisi in dodici deputati e sei senatori. Per sapere di più sul voto cliccate qui.

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