Perché io, giovane ricercatore italiano a Berlino, mi candido nella circoscrizione Estero

Conversazione con Gabriele D’amico in vista delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

«Gramsci diceva che bisogna indignarsi, poi studiare e infine mobilitarsi»: con queste parole Gabriele D’amico ci spiega il suo approccio alla politica e l’iter che lo ha portato a candidarsi alla Camera nella circoscrizione Estero-Europa tra le fila della lista Liberi e Uguali guidata da Pietro Grasso. Classe 1986, originario di Torino, un lavoro da avvocato alle spalle, Gabriele D’amico vive nella capitale tedesca dal 2014, dove svolge l’attività di ricercatore nell’ambito del programma Human Rights Under Pressure coordinato dalle università di Berlino e di Gerusalemme e sovvenzionato dal fondo di alti studi della Repubblica Federale per i 70 anni delle relazioni diplomatiche tra Germania e Israele: «Sono nuovo al mondo della politica, ma ne ho sentito la vocazione sin dall’infanzia. Sono nato in una famiglia comunista in cui della politica non si parlava, ma la politica si faceva con le scelte quotidiane. Nel 2017, quando ho sentito Bersani dire che sarebbe uscito dal PD per costruire qualcosa di alternativo, ho subito capito di volerne essere parte e mi sono iscritto al movimento Articolo UNO. Ho iniziato scrivendo articoli per il magazine del movimento, poi mi sono unito al gruppo di Articolo UNO attivo a Berlino e infine è arrivata la candidatura alla Camera. Mi sono preparato a servire la politica con una serie di scelte, da quella del liceo classico europeo e degli studi di giurisprudenza, passando poi per due master internazionali su beni comuni, postcapitalismo e sviluppo sostenibile del patrimonio culturale fino ad arrivare all’esperienza da ricercatore in Germania nell’ambito dei diritti umani. Sebbene non abbia vissuto sulla mia pelle le difficoltà della migrazione che apprendo da altri italiani all’estero, cerco di trovare possibili soluzioni mettendo gli studi fatti al servizio di questi problemi, dallo sfruttamento sul lavoro alla non tutela del diritto alla salute fino alla discriminazione».

Cosa pensa dell’Unione Europea oggi?

A mio avviso oggi l’Unione Europa è a un bivio. Può svilupparsi secondo un paradigma di Europa delle nazioni, quella di cui ci parlano Meloni e Salvini, coerente con l’agenda internazionale di Putin e che ritroviamo nel lepenismo. Oppure può andare verso una vera comunità fondata sui valori comuni europei, che sono i diritti umani post Seconda guerra mondiale che ispirano tutte le costituzioni europee, che hanno il proprio nucleo vitale nella centralità della persona umana, nella libertà e nello sviluppo umano sostenibile e integrale. Io credo che il benessere diffuso in Europa richieda di scegliere la seconda strada. Però sono anche convinto che tutte le forze politiche di sinistra e centrosinistra debbano interrogarsi sulla mutazione genetica del concetto di nazione che sta avvenendo in Europa con il lepenismo e le nuove destre. Limitarsi a dire “questi sono tutti fascisti” non è utile. Dobbiamo andare oltre e tematizzare i valori comuni europei e il valore della diversità culturale europea, ovvero unità nella diversità, che poi è il motto dell’Europa.

Che opinione ha dell’Euro?

Ritengo che l’Euro sia stato e rimanga un passo fondamentale nella costruzione dell’Europa. Credo però che la crisi economica che da 10 anni attanaglia l’Italia e l’Europa, anche se con meccanismi diversi, ci chieda di non idolatrare le monete e la finanza e di renderci conto che il mercato finanziario di oggi ha dinamiche molto diverse rispetto a 100 anni fa. Ai nuovi sovranismi che affermano “padroni a casa nostra” bisognerebbe ricordare che della sovranità nazionale di due secoli fa rimane ben poco se le grandi multinazionali possono spostare con un clic componenti significative del PIL da un Paese all’altro.

Quali sono a suo avviso le ragioni principali dell’emigrazione degli italiani oggi?

In Italia non stiamo facendo sviluppo sostenibile, a partire dal più grande patrimonio che abbiamo, ovvero la cultura che comprende musei, archeologia, moda, tessile, Made in Italy, enogastronomia, macchine utensili e paesaggio. In funzione di questa mancanza di visione e di investimenti strutturali, abbiamo un Paese estremamente sottosviluppato rispetto alle sue potenzialità, il che spinge gli italiani a emigrare. In secondo luogo c’è un problema di sviluppo sociale: molti giovani se ne vanno perché non trovano lavoro oppure perché non trovano un lavoro che sia coerente con gli studi condotti o le esperienze fatte. Infine abbiamo un problema di discriminazione sociale, ancor prima che giuridica, per esempio verso le persone Lgbt. Dobbiamo porci la questione dello sviluppo sostenibile della società, non solo dell’economia. Al momento manca uno sforzo collettivo per rimettere la Costituzione intesa come valori vivi al centro della vita individuale e collettiva degli italiani, tanto in Italia quanto all’estero.

Cosa proponete per gli italiani all’estero?

Le iniziative di Liberi e Uguali per gli italiani all’estero si possono sintetizzare in due punti. Il primo è volto a creare le condizioni affinché l’Italia rifiorisca, non si debba più emigrare per necessità e si possa anche ritornare. Si tratta di lavorare per rendere le imprese culturali, creative e innovative – insieme alla cura integrata del paesaggio e dell’ambiente – un volano di sviluppo sostenibile per l’economia italiana. Il secondo punto, soprannominato “comunità di comunità”, si rivolge a coloro che sono già fuori e vogliono rimanerci. Gli italiani all’estero sono un grande valore per se stessi e per l’Italia, perché sono un collegamento fra località diverse, portano esperienze, conoscenze, cultura, legami. Tuttavia questo valore è oggi estremamente frammentato. Bisogna dunque lavorare per creare delle reti, per esempio una confederazione di associazioni e gruppi spontanei che facciano sinergia e mettano in comune dei servizi per accedere a finanziamenti europei oppure uno sportello unico di informazione sulla migrazione. Bisogna poi lavorare sull’integrazione delle diverse anime italiane nel mondo: il fatto che le regioni facciano promozione turistica all’estero in maniera scoordinata e promuovano il legame con i propri corregionali all’estero ciascuna per sé, rappresenta un’inefficienza colossale dal punto di vista organizzativo. Inoltre credo sia necessaria una riforma dell’A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero ndr) per garantire una copertura sanitaria a tutti gli italiani nel mondo. L’A.I.R.E. deve smettere di essere una ghigliottina sotto la quale mettere il proprio diritto alla salute. Al contrario le persone dovrebbero poter contare su servizi e assistenza ed essere così incentivate a iscriversi. Il diritto alla salute che la nostra Costituzione ci riconosce non può e non deve fermarsi alla frontiera, a maggior ragione se sono le condizioni in cui versa il nostro Paese a costringere le persone a emigrare. Serve poi un piano nazionale di migrazione assistita, perché anche con il migliore programma di ripresa economico-sociale ci vorranno anni per vedere i primi benefici. Di qui a quel momento il nostro Paese deve aiutare chi sceglie di andare all’estero. Tutto ciò non toglie che l’Italia debba destinare delle risorse: per esempio i programmi prodotti dalla Rai e le partite di calcio dovrebbero essere disponibili per gli italiani in Europa.

Cosa pensa del governo tedesco?

A pochi giorni dall’accordo sul contratto di coalizione tra CDU, CSU ed SPD, credo che l’Italia dovrebbe imparare dai tedeschi cosa significa accordarsi su un programma prendendosi del tempo, anche in modo estenuante, discutendo punto per punto, ma arrivando a una sintesi molto ricca di contenuti, che non è un’ammucchiata.
In Germania vedo una grande attenzione al tema e al futuro della sinistra che conosce una spaccatura tra SPD e Die Linke. Credo però che non si possa prendere la realtà tedesca e utilizzarla per spiegare la realtà italiana. L’SPD non è il PD tedesco e Liberi e Uguali non è la Linke italiana.

Perché ha deciso di candidarsi con Liberi e Uguali?

Credo fortemente al progetto politico di LeU, non solo nel suo programma. Ho studiato anche i programmi degli altri partiti politici e credo che qualcosa di buonsenso si trovi in tutti. In coscienza non ho dubbi che LeU sia la formazione che dà le speranze migliori per il futuro dell’Italia, per il suo programma e per l’“orizzonte unitario” che dovremo costruire dopo le elezioni. Per questo ho dato la disponibilità a candidarmi, disponibilità che non mi costa poco, essendo io un ricercatore con moglie e tre figli. Interpreto e credo fermamente nel mio impegno come una candidatura di servizio e di testimonianza.

NOTA BENE: L’articolo su Gabriele D’amico è parte di una serie di interviste che Berlino Magazine dedicherà ai candidati della circoscrizione Estero-Europa alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Nella circoscrizione Estero sono eletti diciotto parlamentari, suddivisi in dodici deputati e sei senatori. Per sapere di più sul voto cliccate qui.

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Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Amo la letteratura, da accanita lettrice e aspirante scrittrice.

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