Racconti da Berlino – L’antistress

*di Endi Tupja del gruppo di scrittura creativa italiana a Berlino gli Scrittori Emigranti di Berlino Magazine

«Sei di nuovo di turno stanotte?»
«Sì, infatti, devo uscire fra 20 minuti. Io, Carla, Pasquale e la nuova arrivata».
«Ah già, com’è questa Serena?»
«Brava. Si vede però che è all’inizio. L’ansia di sbagliare la paralizza totalmente. Se non supera questa fase iniziale sarà un problema. In ambulanza non è come in ospedale».
«Il citofono. Sono già qui. Mi racconti tutto domenica, ok? Fatti abbracciare».
«Assolutamente piccola».
«Ciao Fil».
«Divertiti. Ci vediamo domenica».

Brusio di macchine, uomini e marciapiedi. Luci, chiamate d’emergenza e bocche secche. La prima del turno era arrivata. Adrenalina, vertigini e acidità di stomaco. Mi capitava ancora, nonostante i tre anni di esperienza. Avrei dovuto dirlo a Serena che rigida come un palo, cercava di evitare lo sguardo di tutti. Che razza di nome per una che ha studiato medicina e si caga sempre sotto.

Mi stavo rendendo conto che formulare frasi di tre parole ciascuna, descrivendo in elenco tutto quello che mi si presentava davanti agli occhi ,era diventato una specie di tick. Noi quattro, un uomo in fin di vita e un’ambulanza. Alberi, polvere e attesa. Elenchi puntati. Il mio antistress, il buco nero dei pensieri dove non annegare.

«Eccoci qui, ragazzi mi raccomando, pronti. Filippo e Pasquale, con me su. Carla, tu prepara la barella all’entrata. Le scale sono strette. Lo porteremo giù con la barella di stoffa. Serena tu vieni con noi e ci assisti».

Chissà se il settantenne l’avremmo trovato ancora vivo. Scale a quattro, sudore, e defibrillatore
«Lei chi è?».

«Sono la vicina. L’ho trovato io. Vi prego, presto si è tagliato anche alle mani. Stava preparando la cena credo. C’è sangue in cucina. C’è un lago di sangue!»

«Ora si allontani, si calmi, ha fatto davvero un ottimo lavoro. Serena, tranquillizza la signora».
Non stava preparando la cena, cara vicina premurosa. Stava tentando di togliersi la vita e lei lo ha chiaramente interrotto. Aveva gli occhi sbarrati e si vedeva da come tremava che gli voleva veramente bene. Non era soltanto dovere civile. Era l’ansia di sapere che sarebbe sopravvissuto. L’estraneo, la vicina e il volersi bene. Un, due, tre. Capelli ricci, occhiaie viola, mascara sbavato. Ora stava piangendo con singhiozzi contenuti. Gli aveva praticato il massaggio cardiaco. Il cuore batteva anche se molto debole. Maschera d’ossigeno e coperta per trasportarlo fino all’entrata. Maledette scale, troppo strette.

«Ci, siamo, al mio tre sulla barella».
“Siamo di nuovo in ambulanza. Di nuovo in velocità. Di nuovo un infarto”
«Manca il battito. Defibrillatore. Carica. Un, due, tre».
«Vai Filippo, riprova».
«Un, due, tre, carica».
“Dai, dai, non morirmi. Ti prego. Non voglio cominciare il turno con una morte. Ti prego, ti prego…”

«Mi dispiace per l’inizio del tuo turno ragazzo, ma io non voglio tornare. Non voglio. Lasciami andare Filippo. Non ho fatto niente. Un infarto. Io non c’entro. Ho sempre pensato che avrei avuto un infarto a settantacinque anni o ad ottanta. Invece eccolo qua, due giorni dopo il mio settantesimo compleanno. Piccoli dolori che si moltiplicano, aghi nel petto. Spalla immobile ed improvvisamente per terra con un grande dolore che si espande. Sinceramente, beh un po’ deluso. L’esperienza non l’ho trovata così travolgente considerando che dovrebbe essere l’ultima sulla terra. Se soltanto questo cazzone me la lasciasse assaporare come si deve».

«Un due tre. Carica.» Dai estraneo settantenne. Respira, respira, respira maledizione!»
«Mi sei anche quasi simpatico Filippo, dai lasciami andare. Non senti che non ho voglia di rimanere. Dai su, non insistere. Tu non sai il perché. Ma io sì. Io conosco la mia vita. Non sono come quelli che le passano soltanto accanto. Io l’ho voluta conoscere la mia cazzo di vita e un po’ di buono c’è stato. Me ne vado contento. No, non me ne vado contento. Proprio per niente, ma ho deciso che me ne vado. Va bene?»
Tu vivrai vecchio di merda, tu vivrai hai capito? Non comincerò il turno di oggi con una morte. Ho detto di no, dai respira, respira porca puttana”.

«Basta Filippo, non c’è più niente da fare, basta».
«Ecco ragazzo, bravo. Ascolta il tuo capo. Basta! Tanto non torno più. Voglio vedere la luce e una porta che si apre. Dall’altra parte Dio, il Diavolo, l’arcangelo Gabriele e zio Camillo, seduti ad un incrocio con direzioni diverse, verso tanti paradisi e tanti inferni».
“Respira dannazione, ti prego. Respiraaaa”.
«Ci vedo bene insieme. Vodka, risate fraterne e poi il lancio di una moneta per decidere dove andare. Come? Con una moneta? Sì, mi risponderanno all’unisono. Qui in alto di solito si fa così».
“Bipp, biip bbip. Due b, una i, tre p. Bbippp. Respira. Cazzo, c’è l’ho fatta. Bravo respira. Respira. Battito regolare„
«Merda, lo sapevo. Vince Filippo. La vita di un vecchio infelice, incapace anche di suicidarsi, era stata salvata. Il turno poteva continuare».

*di Endi Tupja del gruppo di scrittura creativa italiana a Berlino gli Scrittori Emigranti

Foto © Beppe Porta CC BY-SA 2.0

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