Racconto Berlinese: continua la storia e partecipa al concorso

L‘incipit di un racconto berlinese che chiunque vuole può continuare nella maniera che preferisce. Al primo classificato un ingresso gratuito per partecipare al workshop di giornalismo che si terrà sabato 10 maggio dalle 11 alle 13 all’Oblomov con il direttore della rivista Internazionale Giovanni De Mauro o in alternativa (è a sua scelta) due biglietti per il concerto dei Black Spirits e dei Nidi D’Arac il 5 maggio al Kesselhaus in der Kulturbrauerai. A decretare il migliore racconto sarà un comitato ristretto della redazione di Berlino Cacio e Pepe, ovvero Silvia Fistetto, Mauro Mondello, Maria Severini e Andrea D’Addio.

REGOLE

-scrivi il tuo seguito della storia qui tra i commenti a questo articolo

-la lunghezza massima del seguito della storia è di 4mila caratteri spazi inclusi

-la storia dovrà essere pubblicata entro le 23.59 di sabato 3 maggio

-scrivere il proprio nome e/o pseudonimo, ma al momento dell’inserimento del commento utilizzare un indirizzo email valido.

-se si vuole scrivere la propria storia, ma non partecipare al concorso, lo si scriva all’inizio del proprio commento

-si può partecipare solo con un racconto a persona

IN PALIO

A scelta del vincitore:

-Un ingresso all’incontro di giornalismo con Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, Sabato 10 maggio dalle 11 alle 13 all’Oblomov

-Due biglietti per il concerto di  Black Spirits e dei Nidi D’Arac il 5 maggio al Kesselhaus in der Kulturbrauerai

Al secondo classificato andrà invece il premio non scelto dal primo.

DECRETAZIONE DEL VINCITORE

Il 4 maggio la redazione di Berlino Cacio e Pepe Magazine comunicherà su questa pagina i due vincitori.

Ecco l’incipit di

RACCONTO BERLINESE

Frankfurter Tor, giovedì scorso, ore 11.00 del mattino. Ho un appuntamento di lavoro in un caffé all’angolo con il rappresentante di una vecchia falegnameria italiana che vorrebbe investire in Germania e ha bisogno di una consulenza. C’è il sole, non mi va di entrare, aspetto fuori. Davanti a me c’è un pannello che racconta la storia di quell’angolo di Berlino Est, lì dove a più riprese, dal 1953 in poi, sfilarono cittadini che chiedevano più libertà e diritti. Ho già letto quella storia, ma la rileggo con piacere. Mentre scorro le righe sento la presenza di un’altra persona accanto. Mi volto leggermente, il tanto che basta per capire chi sia, senza però cercare di mostrargli che lo sto osservando. E’ un uomo anziano, più di settant’anni, non molto alto, una decina di centimetri meno di me, ma magari un tempo era diverso, con l’età si invecchia. Porta gli occhiali, ha rimboccate le maniche della camicia azzurra e sull’avambraccio destro è posato un maglione, forse un gilet. Fa caldo, e sicuramente se l’è levato da poco mentre passeggiava lungo la Frankfurter Allee.

Dietro di noi sento la voce di una donna. “Sono stanca, prendo qualcosa da bere, tu vuoi qualcosa?”. Mi volto. La signora è italiana e si sta rivolgendo all’uomo accanto a me. “No, entra pure, voglio rimanere fuori e prendere un po’ d’aria”. Lei entra.

Sono curioso e così, dopo aver intercettato per un attimo il suo sguardo, nonostante sappia bene che sta per rimettersi a leggere il pannello, chiedo a lui se sono turisti e se gli piaccia la zona.

-Non tutti vengono a vedere la vecchia Berlino Est

-Ma io l’avevo già vista, venni qui sul finire degli anni ‘80.

-Ah. E com’era?

-A suo modo affascinante. Era estate e furono solo giorni di sole. Siamo abituati a pensare alla Germania dell’est grigia e triste, ma c’erano i colori anche all’epoca, il verde e l’azzurro erano gli stessi che ora puoi vedere qui accanto a noi. E per me erano giorni speciali

-Ci venne per turismo? Lavoro? Un vecchio amore?

……

Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Cacio e Pepe prima il blog, dopo il magazine. Collabora anche con Wired, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

8 Responses to “Racconto Berlinese: continua la storia e partecipa al concorso”

  1. Silvio

    -All’epoca ti avrei risposto “per il brivido di avventurarmi in una città sconosciuta”, ma negli anni la verità venuta a galla, è che il magnetismo che questi posti esercitano su di me sono riconducibili a lei, l’ amore della mia vita..

    Pronunciò queste parole con il classico tono nostalgico da uomo vissuto e, ormai, anziano. Ciò nonostante suscitò la mia curiosità; mi chiedevo se l’amore in questione fosse la signora che, poco prima, era entrata nel caffè.

    -Lei ama questa città? mi chiese.

    -Beh, sì, diciamo che mi sono abituato. Inoltre è un posto pieno di opportunità, pieno a tal punto che ci hanno costruito la leggenda che a Berlino chiunque ce la può fare. Di fatto ci sono italiani ad ogni angolo..

    -E non si chiede come mai, nonostante tutta la Germania sia una discreta terra di opportunità, molte persone subiscano il fascino della Capitale?

    -..non saprei come risponderle. Forse è solo il passaparola ad alimentare i sogni delle persone, o le differenze che ancora un pò si notano tra Berlino Est ed Ovest, o per i cenni storici, la caduta del muro…

    -Non vorrei tediarla con i discorsi di un vecchio, ma ha appena colto un fattore potenzialmente trascurabile anche se in realtà carico di valore: la caduta del muro. Noi “stranieri” non possiamo comprendere fino in fondo i sentimenti di chi vive in una città divisa. A dividerla sono i soliti noti, i potenti, mentre i comuni mortali assistono a questo scenario divisorio chiedendosi cosa c’è oltre, domandandosi perchè persone così vicine sono lontane, deprimendosi da un lato perchè prigionieri di un sistema, dall’ altro lato prigionieri di un altro. La caduta del muro non ha fatto altro che liberare l’animo delle persone. Non è stato solo un riappropriarsi di spazi comuni a tutti, ne è nato un fattore di condivisione che ha aperto le menti e soprattutto i cuori della gente. Questa città è stata investita dal profumo roseo della felicità, della libertà, dell’amore, e chiunque viva abbastanza a lungo per poter guardare il cielo terso di Berlino può fiutare questo profumo…. sebbene oggi lo si respiri un pò meno!

    -Lei ha una visione molto romantica di questa città.. (rise di gusto alla mia frase)

    -Sì, me ne vergogno un pò. Berlino per me è passeggiare sull’ Unter den Linden quando la primavera volge al termine, il profumo dei tigli, il canto degli uccellini che, nonostante il traffico, li senti cantare a tutte le ore, i tramonti che bruciano qualche palazzo ancora in rovina, il verde che si sposa a queste masse di cemento, le persone che guardano avanti, noncuranti del tuo passaggio, la nebbia che avvolge la Gedächtniskirche, quando lei mi disse che non avrebbe vissuto in nessun’ altra città al mondo… ma adesso basta, raggiungo la mia signora.

    -Mi scusi, non vorrei sembrare inopportuno, ma la sua signora non è la donna… cioè, la persona che ha citato nel suo racconto.

    Rise sommessamente. Aveva gli occhi lucidi, ma la sua voce era forte e sicura.

    -La signora di poco fa è la mia donna, la mia compagna di vita. Il mio amore l’ho lasciato qui, anche se è sempre stato con me. Sul finire degli anni 80 tornai qui a Berlino, dicendole che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. In parte è stato così, domani ci sono i suoi funerali…

    -Oh mi dispiace tanto! Non volevo essere invadente mi creda..

    -Non pensarci, mi diverto solo il fatto di come riuscire a sgattaiolare via dalla mia signora! Lei non sa niente. In pochi sanno. E ora tra quei pochi ci sei anche tu. Non so perchè ho voluto farti questa confidenza.. Beh buona fortuna per tutto Signor….?

    -Fabio, è stato un gran piacere!

    Stringendoci la mano, mi fissò.

    -Fabio…. curioso! Scommetto che ti piace il profumo dei tigli!

    Non avevo questa passione, o forse non ci avevo mai pensato, ma in fin dei conti, pensai, a chi non piace quel profumo.

    -Sì, abbastanza!

    Se ne andò, mano in tasca e gilet sull’ avambraccio, lasciandomi una storia come tante, consumata tra i muri di questa città, e mentre pensavo in quale modo e per quale scherzo del destino una storia come questa fosse destinata a evolversi e poi a finire in modo così triste, mi resi conto che non mi aveva detto il nome. Volevo richiamare la sua attenzione per chiederglielo, ma in quel momento uscì dalla porta la sua signora. Lo prese sotto braccio, e mentre si incamminavano riuscì malapena a udire la voce di lei:

    -Fabio, bello tutto bello, ma che qualcuno gli spieghi come si fa il caffè! Eppure è pieno di italiani qui..

    Rispondi
  2. Nathan G. Calogeri

    – senti una cosa ragazzino, ma tu come ti chiami?
    – Paolo mi chiamo, perchè?
    – Paolo come?
    – Paolo Pienozeppi, di anni 27, e non sono un ragazzino.
    – Te la posso fare io una domanda, carissimo Paolo Pienozeppi, di anni 27?
    – Prego!
    – Ma perchè non la smetti di scassarci la minchia e ti fai una carrettata di affari tuoi? Ti pare che sono intronato? Tu hai preso sottocchio a mia moglie e con la scusa della Berlino dell’Est, dei ricordi, speri di prendere tempo e di parlarci. Perchè a modo tuo saresti un tipo troppo cool ah? Ti pare che siccome vivi a Berlino conosci tutte le cose del mondo? Ti piace la mia signora? E vai, diglielo, diglielo se hai il coraggio.
    – Ma…io….ma quindi…era così chiaro? Posso andare a dirlo? Sicuro?
    – Certo, sicuro. Come le bastonate che ti do se non te ne scappi adesso. Ma guarda questo, levati di mezzo prima che ti corco come non ti puoi nemmeno immaginare.
    Tramortito dall´imbarazzo mi allontano. Dimentico il mio appuntamento e comincio a vagare per le strade del quartiere. Ho in testa l´odore di quella donna e le parole del marito cosí potenti che mi viene paura soltanto a pensarle. Ho deciso: da grande voglio fare il suggeritore di insulti. Sarebbe una vita fantastica e potrei inventarmene sempre di nuovi.
    A Berlino poi, si continuerebbe per sempre ad insultare le persone. I ciclisti soprattutto. Io insulto e insulterei i ciclisti sempre e comunque. A volta mi sveglio nel sonno e sto declamando delle ingiurie favolose ai danni di ignoti ciclanti che non mi hanno fatto nulla, ma che odio lo stesso per il semplice motivo di aver appoggiato il loro sedere su un tubo d´acciaio ricoperto di plastica.
    La signora, dicevo. Piú ci pensavo e piú me ne innamoravo, riflettevo. Ormai i miei passi si perdevano, uno dietro l´altro, fra i palazzi antichi e decaduti di Boxhagener e Kretziger strasse, ero così invaghito di quei capelli color prugna che avrei fatto qualsiasi cosa per poterle stringere le mani, per poter ascoltare il suono del suo respiro. Allora penso di tornare indietro, ma prima compro al Crazy Box di Kretziger una maglietta piena di teschi, cosí mi sento piú giovane e pronto e pieno di forza per affrontare quell´uomo cosí minaccioso e poter stringere da vero duro berlinese la donna dei miei sogni.
    Corro all´impazzata e sento il cuore che mi batte forte e supero gli incroci senza stare a guardare e a un certo punto sono cosí veloce che non sto piú camminando, no, sto volando su Friedrichshain e vedo le punte dei palazzi ed i balconi di fiori e bottiglie di plastica ed i bambini sulle biciclette e il parco verde sul lato di Gartnerstrasse che si fa sempre più piccolo ed io non ho mai desiderato nient´altro, soltanto questo. La mia maglietta piena di teschi è la cosa piú bella che abbia mai indossato e per la prima volta, per la primissima volta in tutta la mia vita, scopro di essere felice, qui a Berlino, senza sapere perché.
    È tutto quello che non ho mai voluto, ma che ho sempre creduto di aspettare.
    La felicitá lettera morta che non si completa. Il culmine lascivo di un´esistenza abbandonata e via lontano a cercare di capire il mondo che poi resta silenzioso a guardarti.
    Trovo la vita fuori dalle cose.
    A Berlino.

    Rispondi
  3. Giuseppe

    – Sono venuto a Berlino perché pensavo che non ci fosse altro da fare che partire. Quello che succedeva in quegli anni, e parlo degli anni ’80, anni che oggi consideriamo fortunati, non mi piaceva, anzi mi faceva proprio schifo. Non ho cavalcato l’onda, e me ne sono andato. Non sapevo una parola di tedesco, ma me la cavavo bene con l’inglese, il che non ha aiutato neanche un po’ a dire la verità. Ma avevo un po’ di soldi, e così per qualche mese ho cercato di ambientarmi, di esplorare la città, ritagliandomi a poco a poco spazi di solitudine impensabili per me fino a quel momento.

    – Posso chiederle di cosa si occupa?

    – Usa pure il passato: occupavo. Ho scritto film, libri. Ho lavorato sopratutto con la televisione, ma anche con la radio. Potrei dirti qualche nome, darti qualche titolo, ma sono sicuro non ne conosceresti nessuno. Sei troppo giovane. Ho lavorato coi grandi però. Giorgio Albertazzi lo conosci, no?

    – Be’, chi non lo conosce. Ma non ho mai visto un suo spettacolo, so solo vagamente chi sia.

    – Il nostro attore migliore. Ma non certo grazie a me. Io gli ho rovinato la reputazione, curando per lui l’adattamento dei romanzi di Philo Vance per la RAI. Sai? Una popolare serie tv anni ’70, tratta dai miserabili romanzetti di Van Dine, uno scrittore americano giustamente dimenticato. Ne facemmo una cosa sopraffina: creammo un personaggio dalla psicologia intrigante, ambigua, diversissimo dall’originale, un lezioso appassionato d’arte, che inciampa e risolve omicidi: la versione maschile di Jessica Fletcher. Peccato che nessuno se ne accorse. Certo, avremmo dovuto spingerci un po’ più in là, come avevano fatto Luciano Secchi e Magnus con Kriminal, ma noi eravamo pur sempre la RAI!

    Non ho assolutamente idea di cosa stia parlando, e vorrei interromperlo e chiedergli, finalmente: ‘Mi scusi, ma lei chi è?’, ma si sa com’è con gli anziani, una volta che cominciano a parlare sembra sempre impossibile farlo, anzi crudele. Sembra che vivano di questi momenti. Non avrà figli, questo qui. Si vede, o se ne ha saranno i soliti stronzi che non hanno voglia di riascoltare all’infinito sempre la stessa storia. E poi, che figuraccia. E se questo qui è uno importante? Non che abbia mai considerato nulla che abbia a che fare con la televisione o il teatro o le arti in genere importante, ma questo è un altro discorso.

    – … e comunque, fu proprio grazie a lui che riuscii a lavorare con Lucio Fulci. Assieme abbiamo realizzato Black Cat. Un filmaccio su un gatto manovrato da uno psicopatico, che andava in giro a ammazzare la gente, racconto tratto da Poe, che era comunque un po’ meglio di Van Dine.

    – Ah! Il grandissimo Lucio Fulci!

    (Bluff: ci cascherà?)

    – Omino perverso Lucio. Ma simpatico. Avevamo interessi simili, e anche politicamente ci trovavamo molto. Anche perché non ne indovinavamo una. Avevamo grandi ideali, come tutti quelli che sono cresciuti negli anni ’50, eravamo molto fiduciosi. Potevamo pensare quello che ci pareva del nostro paese, perché tanto i soldi non mancavano mai. Pure io che sono un signor nessuno ne ho fatti, e tanti. Ma avevamo torto. Ecco perché sono partito. Mi sono potuto permettere questa lunga parentesi. Ho avuto la possibilità di girarmi dall’altra parte quando le cose che vedevo intorno avevano cominciato a non piacermi più. Anche io, a dire il vero, avevo cominciato a non piacere più a nessuno. Il mio ultimo film è dell’88, si chiamava Sound. Non me lo ricordo più neanche io. Qui a Berlino, immerso in una lingua che non capivo, adoravo passeggiare nella parte est della città, mi sembrava e mi sembra tutt’ora più bella. Più onesta, più semplice. Mi sembrava anche più giusta, perché ancora non l’avevo capita.
    E ora ero qui, come allora, a leggere questa cosa dei lavoratori, dei diritti. Erano tutte balle. Non credi? Quanto siamo stati ridicoli. Siamo stati pessimi padri. La colpa è tutta nostra. Ma sai, non riesco a smettere di credere che almeno una volta eravamo felici. Prima che questa cosa passasse di moda.

    Rispondi
  4. Giuseppe

    Sono sempre io!
    Dove scrivo ‘inciampa e risolve omicidi’ intendevo scrivere ‘inciampa in omicidi e li risolve’.
    Si tratta di un piccolo refuso. Niente, lo volevo precisare. Potete anche non pubblicare questa cosa (purtroppo io non posso correggere). Oppure dimostrare sadismo e pubblicarla.
    Grazie!

    Rispondi
  5. Davide Lisi

    -Turismo ? No, no, non era tempo di essere turisti. Gli anni 80, caro mio,
    Fece una pausa, sorseggiando lentamente il suo caffè, poi riprese da dove aveva interrotto,
    -Sono stati anni di merda, di un falso e pomposo benessere. La TV iniziò a diventare un potere centrale, un mezzo bestiale, perverso, e tutto intorno ne diventò una copia sgualcita.
    Pensai un attimo prima di rispondere, feci mente locale, anche se, all’epoca, non ero ancora nato.
    Girovagai per le vie semibuie del cervello e correndo tra immagini, titoli, canzoni e film, fui pronto a rispondere.
    -Bè, gli anni 70 credo, sono stati così pesanti, così intensi, specie per l’Italia, che forse era necessaria un po’ di polvere negli occhi, un lassativo, un oppiaceo che andasse bene per tutti.
    Lui accese lo sguardo su di me, quasi mi fulminò, ma poi aprì il sipario ad un sorriso
    -L’unica polvere fu la cocaina, a tonnellate. Tu dici che era necessaria, quindi credi che anche le due bombe atomiche furono necessarie, anche la peste bubbonica, il fascismo da cui poi è sbocciata la costituzione più bella del mondo. “dal letame nascono i fiori”, giusto ?
    -Esatto, era quello che intendevo.
    Prese un altro sorso di caffè, il sole fuori cercava di farsi spazio tra le nuvole e alcune macchine scorrevano sommessamente, guardai l’orologio e mi accorsi del tempo che era passato, cazzo, avevo un appuntamento e il tizio non si è neanche presentato. Poco importa, oggi è andata così, domani chissà.
    -Quando tirarono il muro giù, ne raccolsi un sasso, sai. C’è l ho ancora a casa.
    Gettò questa frase sul tavolo d’istinto, si vede che la voleva tirare fuori da un bel po’, un fiume in piena.
    -Davvero ?
    -Dividere una città con muro, che follia. La gente si faceva ammazzare tentando di scavalcarlo. Io avevo il mio amore ad Ovest, lei era, oh.
    Alzò lo sguardo verso l’alto, chissà quale immagine, quali odori stava rivivendo in quel preciso istante.
    -Non ci vedemmo più, le scrissi una lettera al giorno, cercai in tutti i modi di fargliele avere.
    Non saprò mai se le arrivarono. Quel maledetto sasso! E’ assurdo, quando tutto cadde, niente era come prima. Siamo passati dai muri ai mass media e spread, caro mio, dai fucili alle parole.
    Quando prima di andare a dormire, guardo quel sasso, il suo sorriso, d’estate, in una viuzza colorata di alberi e fiori, poco distante da qui, mi pugnala l’anima, ciò che resta di questo cuore malandato.
    -E perché non lo getta via, perché farsi del male, in questo modo ?
    -Si vede che sei giovane. Ma non capisci ? E’ tutto quello che ho, che ho mai voluto avere.
    A quel punto si rimise il gilè e mi diede una pacca sulle spalle prima di voltarsi e lentamente andarsene, chissà dove.
    Forse tornava da quel sasso.
    E ora una domanda mi tormentava, io dove ho messo il mio sasso ?
    peggio ancora, ne ho mai avuto uno ?

    Rispondi
  6. Valentina

    – Niente di tutto questo. La mia era una visita d’obbligo. Mio nonno materno era tedesco. Mia madre era riuscita a fuggire da qui, sposando mio padre, e da allora aveva rotto ogni rapporto con lui. Non me ne aveva mai parlato. Fino a quando non arrivò quella lettera.
    Si interrompe. Si è fatto scuro in volto e sembra non voglia più continuare. Mi sento perciò in colpa di aver rinvangato un ricordo così doloroso per lui e penso che non sia il caso di chiedergli altro. Insomma risulterei poco delicata, se indagassi più a fondo, dato lo stato d’animo in cui è piombato d’improvviso l’uomo.
    – Eppure mi ha detto che c’erano i colori anche all’epoca. Mi viene da dire.
    – Si, è vero. Sa, la gente non era poi diversa da come è oggi. Riservata, schiva, talvolta diffidente, ma in fondo, una volta levata quella scorza dura, di buon cuore. Ho conosciuto molte persone interessanti e questo è anche uno dei motivi che mi ha spinto a tornare…oltre lui.
    Il suo volto cambia di nuovo. Seppur incuriosita, decido che non è il caso di continuare la conversazione e lo saluto. Quando sto per andarmene, mi ferma:
    – Mi stupisce che non mi hai chiesto cosa mi crucci tanto…
    Il suo commento mi sbalordisce e rispondo semplicemente:
    – Beh…penso che non è tenuto a raccontarmi la Sua storia e non è delicato da parte mia chiederglieLa.
    Scoppia in una risata e poco dopo aggiunge:
    – E’ proprio per delicatezza nei suoi confronti che venni a trovarlo. Nella lunga lettera che scrisse, si scusò di come si era comportato con mia madre, di non aver capito perché se ne fosse andata e di non aver neanche provato a contattarla. Non aveva mai avuto il coraggio di rompere quel silenzio tra di loro. Sperava di poterla rivedere un’ultima volta e di ottenere finalmente il suo perdono.
    Ormai mi sentivo in dovere di saperne di più.
    – Allora siete venuti tutti insieme qui per un ultimo saluto?
    Abbozza un sorriso.
    – Sarebbe stato bello, se fosse stato così. Ma purtroppo mia madre non voleva saperne. Tanti anni fa aveva scelto la libertà e ora temeva che se avesse rimesso piede nella Germania dell’est, non ne sarebbe più uscita. Temeva che sarebbe stata intrappolata ancora una volta. Perciò a sua insaputa venni io solo. Fui meravigliato di quello che trovai. Eravamo prossimi alla caduta del muro e già si cominciava a respirare un’aria diversa: meno controlli, l’irrequietezza della gente, più libertà di movimento…
    Si blocca nuovamente.
    – E poi cos’ è successo? Ha incontrato Suo nonno?
    – Si. Lui non sapeva niente di me. Gli raccontai del mio lavoro, dei miei spostamenti… “Proprio come tua madre. La stessa voglia incontrollabile di vedere il mondo e di sentirsi libero”. Mi chiese infine perché lei non c’era. Era molto contento che fossi venuto io, ma era ormai chiaro che voleva liberarsi la coscienza e sapere se l’aveva perdonato. Immaginava che il fatto che non fosse venuta, non promettesse nulla di buono. Fu allora che mi inventai che per lei non era sicuro venire qua perché avrebbe rischiato di non poter più tornare indietro. Dissi che si era comunque convinta di rischiare, ma fui io a dirle che doveva rimanere in Italia. Non è giusto che i nipotini crescano senza la nonna. Gli consegnai la foto di mia madre con i miei figli e poi aggiunsi: mi ha pregato lei di darti questa e mi ha detto di dirti che ti perdona. Ma se le cose non fossero andate come dovevano andare, non avrebbe mai potuto avere loro. Il nonno si commosse e poco dopo aggiunse: “Ti ringrazio di avermi raccontato questa storia”.
    – Antonio, andiamo dai. Penso che ci siamo rimasti abbastanza qui.
    – Beh, devo andare.
    E si avvia in direzione Alex con la sua consorte.
    Sono rimasta ferma lì per un momento. A riflettere su quella storia che aveva intralciato il mio cammino. Fu per delicatezza che l’uomo era andato a trovare il nonno sconosciuto, ma fu per gentilezza, per rispetto e anche per un innato affetto che quell’uomo aveva alleviato il dolore del nonno, regalandogli quella serenità che aveva perso da molti anni.

    Rispondi
  7. Nemulisse

    L’uomo mi guardò fisso, con lo sguardo di chi è stato abituato nella vita a dare peso alle parole, anche quelle uscite dalla bocca in modo casuale. Dietro il vetro spesso degli occhiali due pupille di un verde intenso, seppur rarefatto dal passare degli anni, mi trafissero come se avessi buttato dell’alcool sopra una ferita aperta. Percepii di aver smosso inconsapevolmente un mare di ricordi.
    Dopo poco l’uomo sembrò rilassarsi, si girò lentamente come per vedere se fosse ascoltato da altri e con un sorriso bonario mi disse: “vede, giovanotto, le storie alle volte sono molto lunghe e complesse. Perfino troppo difficili da capire per chi le ha vissute in prima persona. La annoierei di sicuro. Per giunta non ho avuta una vita così interessante; almeno non più di quella di tanti altri, che hanno avuta meno fortuna!”. Ero rimasto come sospeso, ad ascoltarlo. Mi aveva come rapito con il tono della sua voce profonda e suadente. Non m’era mai accaduto prima d’allora. Capii che non avrei dovuto farmi scappare un’occasione come quella e con un tono quasi balbettante replicai: “no, no, al contrario. Si fermi per favore. Sono molto interessato a sapere i particolari della sua storia”. “Sa”, dissi subito io aggrappandomi alla prima sciocchezza che mi passasse per la testa, “sto facendo la mia tesi di dottorato in storia contemporanea e sono molto interessato al periodo in questione”. L’uomo capii che stavo arrampicandomi sugli specchi, ma io insistei. “Veramente, la prego. Ho bisogno di spunti per finire il mio lavoro ed una persona come lei, che parli la mia lingua per giunta quando mi ricapiterà?”. L’uomo che s’era avviato verso il bar, si fermò. Si girò e guardandomi mi disse: “va bene. Ma non qui. Mia moglie è stanca e fra poco torneremo in albergo. Vediamoci lì domani mattina, per le 10.00. Storkower Straße 162. Mi raccomando, sia puntuale.”. Non mi diede neanche il tempo di replicare e s’avvio all’interno del locale, dove era già entrata la donna che scopersi così essere la moglie.
    L’indomani mattina ero talmente eccitato all’idea dell’incontro che arrivai in zona, a Prenzelauer Berg, con più di mezz’ora d’anticipo. All’ora concordata entrai nella hall dell’hotel. Lui era già lì, seduto su una poltrona di pelle marrone. Mi avvicinai e lui s’alzò salutandomi con un inchino. Mi fece sedere sul divano di fronte e mi disse con tono riflessivo: “Sa, ho pensato molto se avessi fatto bene ad invitarla qui per parlare. Ho capito che lei è un giornalista, ma questo non è il problema. L’unica remora ce l’ha la mia coscienza ed è forse proprio per liberarla che ho deciso d’incontrala”. Rimasi interdetto. Aveva capito chi fossi in realtà e nel contempo mi stava incuriosendo sempre di più con quella sua aria di mistero. Decisi di giocare a carte scoperte e m’affrettai a dirgli: “Lei ha ragione signor…?”. “Non ha molta importanza il mio nome, almeno per il momento”, replicò pacato. “Bene, allora la chiamerò signor B, visto che siamo a Berlino”. Che banalità pensai, ma al momento non m’era venuto niente di meglio in mente. “Le dicevo che ha ragione, sono un giornalista, ma questo non vuol dire che ciò che lei ha da dirmi debba sfociare necessariamente in una storia da pubblicare. Il mio è più che altro interesse personale.” Il che era anche vero.
    “Va bene”, replicò mister B, fingendo di credermi.
    “Allora, iniziamo con il dire che la mia storia non inizia, come le avevo detto ieri alla fine degli anni ’80, ma molto prima, quando i sovietici il muro lo costruirono. Era l’agosto del 1961. Allora avevo 15 anni, quella bellissima età in cui si crede che i sogni siano realizzabili e sempre alla portata della tua mano. E’ giusto che sia così, ma non sapevo quanto fossi ingenuo e quanto ancora avessi da imparare dalla vita. Vivevamo con i miei in questo quartiere. Mio padre era arrivato dopo la guerra, in cerca di fortuna ed in fuga dalla fame nera che c’era al suo paese, giù in Basilicata. L’infanzia l’avevo passata tra lo studio e la rabbia di non riuscire a capire chi fossi realmente: il figlio d’immigrati, un giovane naturalizzato tedesco o semplicemente un ragazzo in crisi d’identità. Parlavo perfettamente la lingua, perché se in un posto ci cresci fin da piccolo ti risulta più facile fingere d’appartenergli. Avevo amici, compagni di giochi ed avventure con cui dividere e condividere le esperienze della vita che ci si apriva davanti ogni giorno diversa, ogni giorno uguale. Tutto questo fino a quella mattina per l’appunto, quando vedemmo le strade divise letteralmente in due da filo spinato prima e blocchetti di cemento poi. Molti di noi scapparono ad Ovest, ma non tutti. Per diverse ragioni. Quella nostra fu che mio padre non voleva abbandonare mia nonna, già vecchia e molto malata; lei non avrebbe potuto scappare, così restammo assieme. Fu una scelta dura, di quelle che decidono dell’esistenza di più individui. Per me, posso dire oggi, fu anche la causa della mia dannazione.”. Mentre parlava mi accorgevo che la voce gli si faceva pesante e le parole gli uscivano quasi a forza dalla bocca, come a testimoniare un peso portato sulla coscienza per anni. Ero sempre più incuriosito ed avevo una genuina voglia di sapere che travalicava il mestiere di giornalista. Dopo poco riprese il racconto.
    “I primi tempi furono durissimi: gli amici che erano dall’altra parte del muro erano persi per sempre. Molti di loro non li ho rivisti neanche dopo la caduta del muro, perché erano morti. Parte dei nostri parenti erano scappati con metodi rocamboleschi ed i contatti diventarono sempre di più sporadici. Comunque anche nelle situazioni più terribili s’impara a fare l’abitudine alle piccole cose quotidiane, così, per indolenza forse, o forse più semplicemente per sopravvivere e non impazzire. Questo accadde e ce ne facemmo tutti una ragione, chi più e chi meno in modo sincero.
    Avevo un amico, il mio più caro amico d’infanzia. Il suo nome era Franz. Lui sì che era un tedesco “puro” e non un “mezzosangue” come me. Con lui avevamo condiviso proprio tutto: i giochi, i primi amori adolescenziali, il consolarsi a vicenda per le pene che questi danno, le prime sbronze che ti fanno credere d’essere un uomo vero. Franz era un idealista. Quello che si potrebbe definire un uomo di principi. Era di un’altra pasta, un romantico in un certo senso. Biondo, occhi azzurri, alto. Il prototipo della razza ariana avrebbero detto di lui i nazisti fino a pochi anni prima. In realtà nessuno più di lui era l’esatto contrario del conformismo e della banalità che deriva dalla disciplina cieca verso un ideale di repressione e forza. Gli ideali che lo animavano ne facevano un giovane uomo illuminato, uno di quelli che sta 10 anni avanti agli altri, oltre il suo tempo contemporaneo. Forse per questo aveva deciso che quel mondo che gli si era stretto attorno come una morsa, quella costrizione oltre quel maledetto muro, non poteva limitare il suo modo d’essere, la sua innata voglia di libertà. Così aveva deciso di far parte della resistenza a quella forza bruta che gli si era scagliata addosso suo malgrado, era diventato uno degli elementi principali della squadra che organizzava le fughe verso l’Ovest.” Mentre mi raccontava questo splendido spaccato di vita, percepivo che la parte più “pesante” doveva ancora venire a galla. Dopo una pausa in cui rimase come in meditazione, riprese così il discorso: “Il guaio per me è che non era il solo. Deve sapere che di quel movimento, per così dire, sovversivo faceva parte anche una splendida creatura di nome Helen. Era forse la cosa che più di ogni altra al mondo aveva la capacità di rendermi debole. E sto parlando di quella debolezza che si prova quando si è difronte all’oggetto del nostro amore, dei nostri pensieri costanti, di tutto ciò che ci fa sentire degna la vita di essere vissuta. In altre parole ne ero follemente innamorato. Già, di un amore inconfessato ed inconfessabile, perché lei, la mia sola ragione di vita, era felicemente legata proprio a Franz. Era tutto ciò il mio tormento e la mia disperazione nascosta.
    Il tempo passava in fretta in quel periodo e gli avvenimenti s’accavallavano a volte senza che neanche ce ne rendessimo conto. Accadde tutto una notte del ’66. La Stasi, la terribile polizia dell’Est, fece una retata ed imprigionò Helen. La portarono in un carcere ai limiti di Friedrichshain fra il dolore di Franz ed il mio silente pianto di disperazione. Fui preso dal panico e non sapevo cosa fare, poi, d’improvviso mi venne una dannata idea. La sola idea che non avrei dovuta avere e della quale mi sarei pentito per il resto della vita. Mi recai nell’ufficio del capo della polizia segreta per suggellare un patto tremendo, il patto che come Faust m’avrebbe dannata l’anima per sempre: la liberazione di Helen in cambio del capo della “resistenza”, in cambio della testa del mio fraterno amico Franz.
    Fu così, mio giovane amico, che salvai una celestiale creatura, ma che dannai per sempre me stesso. Franz fu arrestato, imprigionato e successivamente giustiziato. Helen fu liberata secondo i patti. Ci diedero un passaporto e ci fecero passare dall’altra parte del muro, attraverso il Checkpoint Charlie. Lei non seppe mai più nulla del suo amore e credette che fosse morto durante un’azione della polizia.” Rimase in silenzio per alcuni minuti ed io con lui, pensando a quanto gli fosse costato tenersi dentro tutto ciò per tutti quegli anni, senza probabilmente confessarlo a nessuno prima di me. Poi, alzò lo sguardo e mi disse: “Capisce ora? Assieme ai nomi presenti su quella targa che stava osservando ieri, nomi di eroi, ne andrebbe aggiunto un altro: quello di Franz”. Si fermò, mi fisso per alcuni istanti, poi distolse lo sguardo e s’alzò in piedi rivolgendosi a qualcuno alle mie spalle. “Helen, mia cara, sei già arrivata? Andiamo pure a fare i nostri giri allora. Tanto con il signore abbiamo finito di scambiare due chiacchiere.” Poi girandosi verso di me disse: “Mi spiace, non la posso aiutare, non conosco la persona di cui mi ha parlato” e, prendendo sotto braccio dla donna tanto amata si diresse verso la porta dell’albergo sparendo come in un sogno.

    Rispondi
  8. Nathan G. Calogeri

    ciao non ho piu accesso alla mail che ho usato per scrivere il racconto, per qualsiasi comunicazione vi prego di usare quest´altra email, grazie e scusate..!

    Rispondi

Leave a Reply