Rummelsnuff, l’ex bouncer del Berghain che canta Celentano: «Capisco da uno sguardo chi ho davanti»

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«Il Berghain? Preferisco non parlarne. Dopo tanti anni a fare la selezione alla porta, ho altri progetti da proporre. E poi, ad ogni modo, non sarei così autorizzato a raccontarne i dietro le quinte». Lo chiamo il Popeye della vita notturna berlinese, ma lui, Rummelsnuff, nome d’arte Roger Baptist, dietro quell’immagine da iper-palestrato che fa smorfie ad ogni parola, ha una storia personale incredibile che parte dagli anni della Germania dell’Est per arrivare ai giorni nostri, cantante, attore e icona della scena gay della capitale tedesca. Da quando ha inciso una particolarissima cover di Azzurro di Adriano Celentano, con videoclip girato a Bologna, il suo nome ha cominciato a circolare anche in Italia, ma l’occasione per la nostra chiacchierata è la prossima uscita, il 26 agosto, dell’album realizzato assieme al collega Asbach. («L’ho conosciuto durante una serata al Lab.Oratory. Per lui è un esordio, ha una voce bellissima»). Il nostro L’appuntamento è per un giovedì di inizio agosto nella sua abitazione. Ci accoglie abbigliato con una salopette blu che lascia ben poco all’immaginazione e un cappello da capitano con la sua iniziale sopra. Non è un luogo qualsiasi, questa casa di storie ne ha vissuto tante quante il suo proprietario. Ex prigione nazista poi passata in mano all’Unione Sovietica, con il Muro è diventata base militare della DDR. Da cinque anni ci abita il nostro ospite. Tra una Trabant, una placca della DDR e una statuetta di Lenin sembra impossibile non iniziare la nostra intervista con una domanda sul suo passato.

Il bad boy della DDR. «Sono nato nel 1966 a Großenhain, Germania dell’Est da genitori musicisti. Sono cresciuto però con le mie nonne. Mio padre era un alcolizzato, mia madre era sempre in viaggio per lavoro. Poco prima che il muro cadesse mi sono unito ad una band punk di Dresda, i Freunde der italienischen Oper. Avevano già parecchio successo, gli serviva un musicista in più capace anche di scrivere qualche testo. In poco tempo riuscimmo a costruirci un’aura mistica. In giro ci si chiedeva chi fossimo, se appartenessimo alla destra, alla sinistra o ai liberali, come se tutto, anche la musica, dovesse avere per forza un’accezione politica per esistere. A noi invece piaceva semplicemente suonare, almeno finché nel 1992 un discografico, Alfred Hilsberg, ci chiese di pubblicare un album. Invece di rivelarsi una svolta, fu la fine del gruppo. Non riuscimmo a gestire bene il progetto, crollammo sia internamente che all’esterno, a partire da quell’aura di mistero che ci circondava ed era la nostra fortuna».

© Linda Paggi/Berlino Magazine
© Linda Paggi/Berlino Magazine

L’amore per Celentano e l’Italia.  Rummelsnuff ha voglia di parlare, ma non solo. Ci chiede di spostarci fuori dove è allestita la sua palestra e tra una domanda e l’altra ci mostra la sua bravura con i pesi. Alla fine della sessione riprende il racconto. «Della mia infanzia ho dei bellissimi ricordi, ci sono delle canzoni che mi hanno sempre seguito da allora, e ho voluto provare a farne una mia versione, Azzurro è una di quelle. Mi ricordo l’accendere la radio e sentire la voce di Celentano. Nella DDR la musica e il cinema proveniente da Paesi non appartenenti al Patto di Varsavia era raro, ma Celentano era così leggero, sia nei testi delle sue canzoni che nei film interpretati, che nessuno pensava di doverlo censurare per evitare eventuali messaggi politici nei sottotesti. Nonostante ai tempi non capissi le parole la canzone mi è sempre rimasta in testa nel corso degli anni finché non ho deciso di provare a cantarla con un arrangiamento di musica elettronica. Penso che il risultato sia buono. Nel 2012 siamo andati a Bologna e abbiamo girato il video. Dovevamo essere in sette, ma durante le riprese si è aggiunto un gruppo di italiani che volevano godersi la giornata con noi e così appaiono anche loro nelle riprese. In Italia ci sono poi tornato diverse volte per dei concerti, sono stato sia a Caserta che nella provincia di Bolzano. C’è ancora un conto in sospeso: una multa presa in autostrada le cui lettere di ingiunzione di pagamento mi continuano a venire recapitate in maniera abbastanza regolare ciò che ancora mi segue dall’Italia».

©Linda Paggi/Berlino Magazine
©Linda Paggi/Berlino Magazine

Sette anni da bouncer del primo club della capitale tedesca. Al Berghain lui, contrariamente a noi comuni mortali, ci è finito un po’ per caso. «Nel 2007 mi invitarono a suonare per lo SMEGMA- party, quello che ora si chiama Revolting. Suonammo per una mezz’ora, poi ci spostammo nel Lab.Oratory dove in quel momento mancava un buttafuori. Ai tempi non suonavo così spesso come ora, un lavoretto extra mi faceva comodo e così quando mi proposero il posto, accettai immediatamente. Ci rimasi per sette anni. È un posto speciale, una sorta di rifugio per chi ci entra ed è importante che rimanga tale, ragione per cui non vogliamo che le persone facciano foto all’interno. Lavorare come buttafuori non è così facile come sembra, devi stare sempre all’erta, c’è sempre qualcuno che prende qualcosa di troppo e tu devi esserci per loro, non tanto cercare di capire cosa abbiano preso, ma se la situazione è seria, di cosa hanno bisogno e se è il caso di chiamare un’ambulanza. Di norma al Berghain controlliamo che nessuno entri con droghe in tasca, per il Lab.Oratory è un po’ diverso, è più simile a un club privato con regole sue».

La selezione alla porta del Berghain. «il Berghain non è per tutti. Uno dei miei colleghi alla porta ai tempi era Ralf Marsualt, un famoso fotografo e antropologo francese. Al Berghain, e specialmente al Lab.Oratory, hai bisogno di persone come lui, che con uno sguardo ti sanno dire se una persona va bene per il party o no. Ci sono cose che succedono all’interno del club che non tutti sono pronti a vedere succedergli intorno senza lanciare sguardi scandalizzati. Se hai l’impressione che la persona che hai davanti non sia abbastanza aperta mentalmente la mandi via. Con il tempo ho imparato a distinguere queste persone anch’io, per me ciò che conta è quando mi guardano negli occhi, e da lì già so. Se fin da subito abbassano lo sguardo non è un buon segno. Se non entrano non è la fine del mondo, non mi dispiace per loro, anzi, penso di fargli un favore, soprattutto per la loro salute, si risparmiano una sbornia, tanto fumo, e un mal di testa il giorno seguente».

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Photo: © Linda Paggi/Berlino Magazine

Le sue dipendenze. «Di fumare e bere ho smesso tempo fa, un vizio dopo l’altro, mi sono rimaste solo le sporadiche pipe. Di bere in particolare ricordo il giorno esatto, era Pentecoste di quattro anni fa ed ero ad un festival a Lipsia, eravamo in un locale e continuavano a darci da bere gratis e molte cose sono andate storte, una rissa?..forse.. Ciò che ricordo è che a una certa arrivò la polizia ma fortunatamente me la sbrogliai senza conseguenze, anzi, con l’unica conseguenza che decisi di smettere di bere, e fu un’ottima decisione. Ironicamente ora la Bierfabrik mi ha dedicato una birra, la Kraftbock che con i suoi dieci gradi di tasso alcolico si può considerare una birra doppia. Anche le droghe non fanno per me, le ho provate e gli ho pure dedicato una canzone, dal titolo Chihuahua. Parla di un ragazzo che dipingeva solo chihuahua perché sua mamma ne aveva uno. Grazie, o a causa sua, ho imparato molto sulle droghe, specialmente sulla cocaina». Un uomo così sembra non avere tempo per l’amore. «Non credo alla freccia di Cupido, ma credo nell’attrazione fisica, quella sì che dà dipendenza. Ad ogni modo è un argomento sopravvalutato, niente dura più di un paio d’anni a meno che non si tratti di amicizia. E allora sì che sono pronto a fare sacrifici». Dove sarà Rummelsnuff fra dieci anni? «Non mi preoccupo di fare piani. Qualcuno trent’anni fa avrebbe mai potuto immaginare che avrei cantanto Azzurro, fatto il bouncer al Berghain e avere una birra in mio nome? Non credo».

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Photo: © Linda Paggi

Rummelsnuff

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Nuovo album: Rummelsnuff & Asbach (dal 26 agosto su Amazon o sul sito del cantante)

Le foto nell’articolo sono di © Linda Paggi — Ritratto di © Jeff Luk

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