Studio dell’Università di Oxford: “I rifugiati? Non un problema, ma risorsa per l’innovazione del Paese che li accoglie”.

Capita a tutti di perdersi in un bicchier d’acqua. Si pensa e ripensa alla soluzione di un problema per giorni, mesi e il più delle volte non ci si accorge che la soluzione è proprio lì, sotto al nostro naso. Bastava semplicemente cambiare la nostra inquadratura, guardare sotto un’altra prospettiva. Così, a volte un nuovo modo di vedere le cose potrebbe cambiare completamente le sorti di un’intera esistenza, esistenza che può essere a volte dura e spietata come quella di chi è costretto a lasciare il proprio paese natale per “cause di forza maggiore”. E sembrerebbe che, per assurdo, più le circostanze di vita sono difficili e più si manifesti quello spirito d’innovazione e creatività in grado superarle.

Sulla base di una ricerca condotta in Giordania, Sud Africa, Uganda, Kenya e Stati Uniti il nuovo report pubblicato venerdì scorso dal Refugee Studies Centre dell’Università di Oxford (RSC) mostra esempi di rifugiati che hanno saputo sfruttare al meglio la capacità inventiva di risolvere problemi. I ricercatori sostengono infatti che, con una cifra attuale di circa 60 milioni in tutto il mondo di persone sfollate dal proprio paese a causa di calamità naturali, guerre o quant’altro, i rifugiati dovrebbero essere sostenuti negli sforzi per generare soluzioni innovative ai loro problemi.

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“Esempi provenienti dall’Uganda mostrano come, in un paese in cui i rifugiati hanno il diritto al lavoro, vi è una forte presenza di imprenditorialità innovativa” dicono gli autori del report del centro RSC Alexander Betts, Louise Bloom, e Nina Weaver. La maggior parte dei rifugiati in Uganda proviene dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (RDC), coinvolta da anni in guerre e disordini, e da altri paesi “caldi” come Ruanda, Burundi ed Eritrea. “L’Uganda offre un ambiente relativamente positivo per i rifugiati” continua il report.”Essi sono autorizzati a diventare imprenditori e a interagire direttamente e in modo costruttivo con l’economia del paese di accoglienza.”

Infatti a Nakivale, uno degli insediamenti di rifugiati nel sud ovest dell’Uganda preso in esame dai ricercatori, si è trovato un buon numero di rifugiati ora imprenditori che sono riusciti a generare imprese e posti di lavoro. Tra gli esempi riportati vi è la storia di Claude, un rifugiato ruandense attivo nel settore della lavorazione del mais che è riuscito a costruire in modo del tutto autosufficiente una cisterna d’acqua e ad assumere altri cinque rifugiati come suoi dipendenti, arrivando a giocare un ruolo importante nella distribuzione alimentare locale. Tutto questo per dimostrare che, senza politiche governative di sostegno, ciò non sarebbe stato possibile.

Ma a quali elementi è dovuto il successo di Claude e tanti altri?

Il report ne ha identificati cinque, che costituirebbero la vera chiave per la creazione di un “ambiente positivamente favorevole” all’innovazione e allo spirito “fai-da-te” dei rifugiati. Tra essi vi è l’accesso a Internet e ai sistemi di telecomunicazione, l’accesso all’istruzione e apprendistati, la presenza di buone infrastrutture e mezzi di trasporto, la possibilità di usufruire del servizio delle banche e del credito e l’interazione tra reti transnazionali con colleghi o sostenitori. Il più importante di tutti? Un ambiente permissivo dove vi è il diritto al lavoro e la libertà di movimento.

I ricercatori inglesi sperano che le agenzie di aiuto umanitario possano prima o poi “riconsiderare tutto il sistema umanitario come un sistema in grado di riconoscere le capacità delle popolazioni di rifugiati, nonché la loro vulnerabilità.” Una risorsa da valorizzare e tutelare, non solo un problema da gestire.

Photo ©Takver CC By SA 2.0

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