Vieni a prendermi a Kottbusser Tor

Vieni a prendermi a Koootti… – di Elisa Leonzio

(dal Workshop di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”, racconto scritto in occasione della Passeggiata Letteraria)

Era stata davvero un’idea insensata. Darsi appuntamento a Kottbusser Tor o, come l’aveva chiamata lui allungando la o all’inverosimile, a Koootti. «Sto male! Vieni a prendermi alla metro di Koootti!» Era chiaro che aveva bevuto, e parecchio a giudicare dalla cantilena biascicata con cui aveva pronunciato quell’unica frase, lentamente, come se stesse soppesando ogni parola, ma in realtà tutto impegnato a contenere sbadigli e reprimere conati di vomito. Al telefono, grazie a dio, le era stato risparmiato l’alito puzzolente e lo spettacolo mortificante del corpo abbandonato a terra, la carcassa informe e lurida. Ma Sabine lo sapeva. Michael aveva bevuto. E quando beveva perdeva anche quel briciolo di dignità e contegno che riusciva ancora a conservare da sobrio.

Negli ultimi mesi, però, lucido non lo era stato quasi mai. Eleonore si rifiutava di ammettere che il figlio avesse un problema e minimizzava i tanti episodi verificatisi negli ultimi mesi come “innocue bravate”. E quando Sabine provava ad aprir bocca, quando col suo tono mite e rattristato si azzardava a dire che il comportamento di quel nipote un po’ ribelle aveva preso una direzione che lei proprio non riusciva a mandar giù, Eleonore replicava che i tempi erano cambiati, che non si potevano più applicare i giudizi morali di una volta: i giovani adesso erano diversi e Sabine, se voleva essere una nonna moderna, doveva smettere di essere così rigida e austera.

Essere una nonna moderna! Sabine scuoteva la testa. Non le piaceva passare per una persona anacronistica e antiquata, proprio lei che tanto aveva combattuto per l’emancipazione della donna e che negli anni Sessanta, seppure già un po’ attempata – andava allora per i quaranta -, era stata una “figlia dei fiori”, che cantava per le strade in camicione colorate, viveva in una comune e, di tanto in tanto, non disdegnava di fumarsi qualcosa, purché non fosse troppo forte o troppo illegale. Quando aveva dato alla luce Eleonore, si era ripromessa di essere una madre sempre al passo coi tempi, se possibile persino di anticiparli, i suddetti tempi, con i suoi atteggiamenti anticonvenzionali e i suoi giudizi sferzanti sulla borghesia benpensante. Aveva cercato di trasmettere tutto questo alla figlia, che però aveva dato un’interpretazione molto libera degli insegnamenti materni: anticonformismo ed emancipazione erano stati così applicati a una promiscuità sessuale che per la madre era risultata a dir poco imbarazzante. Il frutto era stato Michael, che Eleonore aveva messo al mondo ad appena sedici anni. Naturalmente non si sapeva, tra i tanti fidanzati, chi fosse il padre del bambino e Sabine, d’altra parte, non l’avrebbe mai chiesto, per non venir meno al principio secondo cui la donna deve essere indipendente e capace di fare fronte, da sola, a ogni situazione. Madre e figlia avevano così cresciuto, da sole, il bambino.

I risultati erano stati all’inizio abbastanza soddisfacenti: Eleonore continuava a fare l’alternativa, mentre Sabine, che aveva smesso i panni dell’ex-sessantottina, si occupava di trasmettere al nipote valori un po’ più tradizionali, proprio quelli che in gioventù le avevano fatto accapponare la pelle. Da questo connubio di novità e tradizione era cresciuto un ragazzino sorprendentemente equilibrato. Fino a quando l’ennesimo trasloco di Eleonore per seguire l’ennesimo fidanzato di turno non aveva portato Michael, già di suo in piena crisi adolescenziale e ormonale, in contatto con realtà marginali e prossime al mondo della piccola criminalità e dello spaccio. Michael non aveva mai fatto uso di droghe: l’impressione che aveva destato in lui la lettura della biografia di Christiane F. sui Ragazzi dello Zoo di Berlino, che la nonna gli aveva regalato per il suo undicesimo compleanno, aveva agito da antidoto. Ma il passo dalle birre rubate dal frigorifero, per portarle agli amici più grandi e squattrinati, al consumo smodato di alcolici era stato breve, tanto breve e fulmineo da non fornire segnali dall’arme riconoscibili.

All’improvviso Michael aveva cominciato a passare fuori la notte, rientrando a casa devastato solo all’alba: si buttava nel letto, con ancora indosso gli abiti macchiati di vino e vomito, e all’ora di alzarsi per andare a scuola lamentava mal di testa atroci e si tirava le coperte fin sulla testa per non vedere la luce. Eleonore diceva che era solo una fase e che non c’era di che preoccuparsi, ma Sabine vedeva quanto Michael stava male e sentiva giorno dopo giorno la puzza di vino farsi più insistente impregnando di sé gli abiti, gli oggetti e poi la casa intera.

A un certo punto, dopo averle vomitato sullo zerbino di casa, il nipote aveva smesso di andare a pranzo dalla nonna, ma continuava a telefonarle e, ogni volta, Sabine accorreva. Sapeva di essere l’unica a poterlo aiutare, poiché la madre neppure capiva che avesse bisogno di aiuto.

Era così anche quella notte, non diversa quindi da molte altre che l’avevano preceduta. Sabine si era intanto fatta una cultura della nuova scena underground berlinese, dei ritrovi notturni più o meno alla moda, delle discoteche e persino degli späti, dove il nipote continuava a procurarsi da bere quando anche l’ultimo dei locali chiudeva per dare riposo al personale. Sabine si era persino conquistata la simpatia di molti buttafuori, che stupiti dall’età inconsueta di quella strana cliente ormai la lasciavano entrare nei templi sacri della musica techno – che, sia detto per inciso, cominciava pure a piacerle. Il nipote invece veniva sempre più spesso lasciato fuori e Sabine lo trovava dopo un po’ accasciato in qualche vicolo laterale.

Questa volta l’appuntamento, e la cosa l’aveva stupita, era stato invece alla metropolitana. Che tutti i locali della vicina Oranienstraße l’avessero respinto? Sabine non lo sapeva. Sapeva solo che ora era a Kotti e che non aveva idea di come trovare Michael. Dopo aver percorso il binario della U1 scese le scale che portano in strada e lasciò scivolare lo sguardo su semafori e incroci, dal kebabbaro al casinò fino a Kaiser. Non scorgendo Michael da nessuna parte decise di provare a scendere ancora fino alla U8, ma non sapeva come, non capiva più da dove passassero le scale. Prese allora l’ascensore che fermò prima a un piano intermedio, dove però Sabine non scorse altro che i resti di una bancarella di fiori, e poi finalmente arrivò ai binari. Anche lì la donna andò avanti e indietro scrutando sulle panchine e dietro alle colonne. Di uomini addormentati ce n’erano molti, ma anche senza guardarli in viso Sabine sapeva che nessuno corrispondeva al suo Michael: sbagliata la corporatura, o l’altezza, o il colore dei capelli, o la foggia degli abiti. Si sentì oppressa da un calore improvviso, le mancava l’aria. Si mosse a passi affrettati in una direzione, convinta di riprendere l’ascensore con cui era scesa, ma non lo vide e a fatica salì le rampe di scale fino alla superficie. Dal cielo aveva cominciato a scendere pioggia pesante mista a neve e faceva freddo. Se fosse rimasta lì, si sarebbe congelata. Dall’altra parte della strada individuò l’ascensore che le era sfuggito di sotto. Lo raggiunse e risalì alla U1. L’ultima metro era già passata, non le restava che attendere lì la ripresa del servizio. Si accasciò esausta su una panchina e si perse a osservare le goccioline che scendevano lungo le vetrate. Tutt’intorno era buio. Si addormentò.

A risvegliarla, ore dopo, fu il rumore sferragliante del primo treno del mattino. Provò a muoversi e fu allora che si accorse che qualcosa le poggiava in grembo. Era la testa di Michael, che nella notte doveva averla trovata e, non volendola svegliare, le si era sdraiato accanto. Il viso del ragazzo era così sereno e tranquillo, che Sabine lo avrebbe quasi definito angelico, non fosse stato per i rivoli di saliva sporca che gli si era raggrumata agli angoli della bocca. La nonna non voleva disturbare quel sonno e aspettò immobile che il nipote si svegliasse da solo. Intanto le tenebre avevano ceduto il passo alla luce del giorno, che filtrava attraverso le vetrate ricoperte di ghiaccio.

la foto dell’articolo è © Alexander Rentsch   / CC BY – Nc -ND 2.0

Elisa Leonzio

Torinese di nascita, vive a Berlino dal 2012, dopo essersi innamorata della città ai tempi del liceo e poi dell’Erasmus. Traduttrice letteraria e ricercatrice alla Humboldt Universität, si occupa per lavoro e per passione (che le due cose coincidano le pare un miracolo) di filosofia e di letteratura tedesca, ma anche inglese e francese, ama le lingue, la scrittura e i gatti.

One Response to “Vieni a prendermi a Kottbusser Tor”

  1. Robert

    Ciao Elisa, molto carino il racconto!

    Se ti può interessare e se ti va di condividerlo: il mio primo romanzo autobiografico sulle mie esperienze di vita a Dublino (6 anni- 6 capitoli), “Dublin Calling”.

    Ciao!

    http://www.amazon.it/Dublin-Calling-Inquietudini-Robert-Sanasi/dp/1497336562/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1400228004&sr=8-1&keywords=dublin+calling

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