Tornare ad Est: il Muro di Berlino non è mai caduto

I preparativi di Giovanni Piazza

(dal Workshop di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”)

Apro il portone per andare a prendere il tram, magari arrivo al Rotes Rathaus presto e non devo fare la fila per i buoni pasto di aprile. Sto facendo la cosa giusta? Non so perché sono ritornato in questo lato della città. Anche se mi mancava la mia gente, in fondo in fondo il benessere di Xbox, Lady Gaga, nachos al microonde, post su Facebook e compagnia bella non erano male. Qui è tutto stupido, ma a un livello diverso.

Tutti studiano, hanno cibo in tavola, leggono, vanno alle conferenze. I treni arrivano in orario, a differenza di quelli a Zoologischer Garten: è vero. Eppure mi manca l’imprevisto, il cinismo tollerante degli adolescenti con le cuffie in testa, le auto diverse dalle Trabant turchesi decrepite. Mi manca l’aria.

Chiudo il portone, e subito un drone nordcoreano sorvola la mia testa, giusto per vedere se sto facendo qualcosa di sospetto o se sono davvero il figlio biondo della patria che tutti si aspettano dopo il mio ritorno. Devo sbrigarmi.

Cazzo quanto mi mancano le sigarette.

Se fossimo a ovest, alla destra del mio portone ci sarebbe uno Späti turco, comprerei delle Marlboro e amen. Ma qui non ci sono stranieri, né “porci capitalisti”, né “fondamentalisti corrotti”. Ho il passaporto in una busta di plastica dentro le scarpe, per fortuna porto il 46 e ci sta per intero. A 40 metri dal semaforo si vedono solo i binari del tram immersi nella nebbia, le bandiere del partito e la fermata. La banchina, riempita da insulse ombre color cachi, è piena.

Tutti vanno nella stessa direzione: anche questo mese mi tocca farmi tre ore di fila. Dopo una ventina di minuti, la figura del Rathaus si avvicina alla mia vista e diventa sempre più definita. Esattamente come la mia paura di essere sparato a vista da uno di quei fascisti in tunica rossa.

Tre ore dopo, ho i buoni.

Incontro Helena per un ultimo pranzo ad Alex, il piano ci sembra chiaro: rivenderemo i buoni e ci tufferemo nella Sprea dal cantiere del castello per andare a raccogliere le bombole di ossigeno nascoste sotto al Berliner Dom. Se staremo attenti, riusciremo ad infiltrarci nell’equipaggio della Stella Rossa, un battello che esporta alimenti ad Ovest dal 1992, l’anno dell’accordo logistico.

Tremiamo. Ci siamo allenati per giorni.

Sono le 21, riconto i buoni pasto e aspetto Kaspar, uno con la faccia da fesso che riesce a passare inosservato tra i Kapuziner. Uno dei migliori spacciatori in città, furbo come pochi.

Abita a Landsberger Allee, deve prendere la linea Rossa fino a Greifswalder Strasse e poi il tram per il Berliner Schloss.

Perché ci mette così tanto?

Stiamo dentro a un container ad aspettarlo, abbiamo freddo. Io sbircio. Non ho mai visto Unter den Linden così vuoto, forse perché non sono mai uscito di sera in mezzo alla settimana. È bello da vedere, tanto che mi chiedo se dall’altra parte del muro l’Est mi mancherà di nuovo.

Abbraccio Helena. Guardiamo la torre della televisione e anche se lei non dice niente, so che entrambi ripensiamo al nostro primo appuntamento.

Foto di copertina: © ands78 CC BY 2.0

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