Winterschlaf – Il regno d’inverno: nei cinema il capolavoro vincitore della Palma d’Oro a Cannes

Con Winterschlaf – Il regno d’inverno, Nuri Bilge Ceylan ci riporta ancora nel cuore dell’Anatolia, questa volta non per obbligare i suoi personaggi a osservarsi con il pretesto del ritrovamento di un cadavere (C’era una volta in Anatolia), bensì per indagare le angosce umane attraverso le intricate relazioni tra il protagonista Aydin e il suo circondario. Nuri Bilge Ceylan, che dal Festival di Cannes non è mai tornato a mani vuote (Uzek e C’era una volta in Anatolia – Grand Prix Speciale della Giuria rispettivamente 2003 e 2011, Le tre scimmie Miglior Regia 2008), di matassa da sbrogliare ne offre tanta. Aydin, un ex-attore che pensa di scrivere un libro sulla storia del teatro turco, gestisce l’albergo Othello in un villaggio remoto dell’Anatolia. Possiede diversi appartamenti ceduti in affitto a inquilini evidentemente troppo poveri per pagare l’affitto, puniti per questo con il sequestro di elettrodomestici. Insieme a Aydin vivono la giovane moglie Nihal e la sorella Necla, con loro dopo il divorzio.

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Il cinema di Ceylan è la sintesi della ricchezza di uno sguardo intento a scrutare quei sentimenti di angoscia e sconfitta annidati negli anfratti più nascosti dell’essere umano che lo condizionano nelle relazioni interpersonali, e a percepire nell’estetica della natura atmosfere rappresentanti e condizionanti stati d’animo. Sintesi, tuttavia, non nel senso temporale del termine, perché il film dura più di tre ore (tutte e tre assolutamente necessarie e tese), argomento che all’epoca della Palma d’Oro ricevuta a Cannes 2014 ha indignato i critici più acuti. Come dinanzi a L’idiota o a I fratelli Karamazov di Dostoevskij, la consistenza dell’opera di Ceylan spaventa solo chi non si è mai avvicinato allo sguardo dell’autore. E con lo scrittore russo il regista turco non condivide solo la mole delle opere ma soprattutto una sensibilità antropologica peculiare, un affondo accurato e penetrante nella miseria dell’essere umano, l’ingegno avvincente di costruire un tessuto di rapporti dominati dal potere, dall’asservimento, dalla resistenza e dalla ribellione. C’è tanta letteratura ma soprattutto tanto teatro in Winterschlaf – Il regno d’inverno, ritratto di paesaggi umani la cui coscienza dorme inquieta. Si cita Shakespeare (nel nome dell’albergo, nel poster appeso nello studio di Aydin) ma soprattutto si riportano in scena le atmosfere di Checov, sostituendo all’ambita Mosca (delle Tre sorelle, per esempio) Istanbul e riducendo l’azione all’essenziale per scolpire i personaggi con lunghi dialoghi pregni di significato. Ambizioni, frustrazioni e fallimenti oscurano le vite di questo mosaico umano dove ciascun tassello non può fare a meno di confrontarsi con le proprie fragilità, verso se stessi e nel rapporto con gli altri.

Nel trionfo di un cinema-teatro, statico nelle inquadrature, favorevole all’uso abbondante della parola e al ricorso dell’atto simbolico, si svelano e si arrendono gli animi mentre fuori il gelido inverno avvolge la natura in un sonno letargico. Aydin, ricco possidente, colto e in apparenza benevolo, non è altro che un superbo manipolatore, nonché un mellifluo tiranno incapace di esercitare il potere detenuto senza ricorrere all’aiuto di terzi. Quel gesto rivoltoso tutt’altro che istintivo compiuto dal bambino che, lanciando una pietra, rompe il vetro del suo fuoristrada, è il detonatore di una serie di atti di ribellione a quel potere invisibile perpetrato con tanto orgoglio e falsa magnanimità da un uomo il cui mondo-regno sta per sgretolarsi. O sciogliersi come la neve al sole. Ceylan è il creatore di un universo di tensioni destinate ad esplodere. Entro e fuori le mura domestiche, le relazioni intrattenute da Aydin con il suo circondario cambiano senza che il tiranno vestito di generosità possa impedirlo. Nelle dicotomie uomo/donna (Aydin e Hihal), ricchi/poveri (Aydin e i suoi affittuari), i più deboli rifiutano finalmente di sottostare alle angherie dei potenti svegliandosi dal letargo morale imposto dalla legge del più forte. Forse non c’è salvezza nel cinema di Ceylan, né pace o liberazione. La lotta per resistere porta con sé lacrime amare.

Nei cinema tedeschi dall’11 dicembre.

Francesca Vantaggiato

Sono nata a Lecce nell’anno di Fitzcarraldo, Ricomincio da Tre, 1997 – Fuga da New York, Il Marchese del Grillo, Cristiana F. – Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino. Dopo la laurea a Lecce in Scienze della Comunicazione, ho conseguito la specialistica in Comunicazione e Produzione Culturale a Roma dove ho vissuto per sei anni collaborando con riviste e webzine nella sezione cinematografica, teatrale e musicale. Vivo attualmente a Berlino, fotografo, scrivo ed esploro a tutto tondo la città.

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