I più bei passaggi su Roma del Viaggio in Italia di Goethe

Nel suo “Viaggio in Italia”, Goethe scrive un inno di gratitudine verso la Città Eterna

«Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza

Così scrive Johann Wolfgang von Goethe nel suo saggio intitolato Viaggio in Italia (Italienische Reise), un diario di viaggio in cui il grande scrittore tedesco non si limita a fare un resoconto dei posti visitati, ma ci restituisce un’immagine dell’Italia attraverso impressioni, sensazioni, emozioni e ricordi. L’incontro con Roma avvenne l’1 novembre 1786, quando Goethe finalmente vide concretizzarsi tutti suoi sogni giovanili. Vide con i propri occhi i monumenti e i luoghi dell’antichità classica che sino ad allora aveva sempre e solo immaginato:

«Si, io sono finalmente nella capitale del mondo. […] La brama di arrivare a Roma era così forte e cresceva così smisuratamente da ogni passo che non potevo più stare fermo e sono rimasto a Firenze solo tre ore. Adesso son qui tranquillo e, spero, tranquillo per tutta la vita. Poiché comincia, si può ben dire, una nuova vita, quando si vede con gli occhi tutto quello che già si conosce con la mente. Ed io ora vedo viventi tutti i miei sogni di gioventù; le prime acqueforti di cui io abbia memoria (mio padre aveva molte vedute di Roma appese in una sala della nostra casa) io le vedo ora in realtà; e tutto ciò che in pittura ed in disegno in rame ed in legno, in sughero ed in gesso da lungo tempo conoscevo, sta ora nell’insieme avanti a me […]»

A Roma Goethe si sentì subito a casa. Immerso nel mondo classico sperava di poter rinascere come artista e ritrovare quella creatività che la vita a Weimar come ministro aveva soffocato. Il soggiorno romano sarebbe dovuto essere breve, invece si protrasse per quasi due anni, fino al 14 aprile 1788. Lo scrittore racconta così il momento in cui dovette ripartire:

«Il dolore della partenza fu molto grande. Lasciare, senza speranza di mai più rivederla, questa capitale del mondo, della quale per tanto tempo ero stato cittadino, mi fece un’impressione che è impossibile esprimere. Nessuno può comprendere questo sentimento se non l’ha provato

Il periodo trascorso a Roma fu dunque decisivo per la vita e la poetica di Goethe. Egli ricorda con nostalgia quegli anni pieni di felicità, facendo un confronto tra un “prima” e un “dopo” Roma:

«Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato a uno stato d’animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato da allora mai più felice perché soltanto a Roma ho potuto ritrovare me stesso. Per la prima volta, mi sono sentito in armonia con me stesso, felice, ragionevole

Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana (1787). Pubblico dominio.

«Lentamente si va formando nella mia mente il concetto generale di questa città.»

Qui di seguito vi proponiamo la lettura in italiano e in tedesco delle pagine di diario scritte il 7 novembre 1786, in cui Goethe racconta le prime impressioni che “la capitale del mondo” gli trasmette.

Roma, 7 novembre.

«Sono qui da sette giorni e lentamente si va formando nella mia mente il concetto generale di questa città. Non faccio altro che andare in giro senza riposo; studio la topografia della Roma antica e della moderna, guardo le ruine e i palazzi, visito una villa e l’altra e le cose più meravigliose mi cominciano a diventar familiari; apro solamente gli occhi, guardo, vado e ritorno, poiché solo in Roma è possibile prepararsi a godere Roma. Confessiamolo pure, è un’impresa ardua e dolorosa, cavar fuori la vecchia Roma dalla nuova; ma si deve fare e sperare in una soddisfazione finale inapprezzabile. Si incontrano da per tutto tracce di una magnificenza e di uno sfacelo che sorpassano ogni nostra immaginazione. Quello che hanno lasciato i barbari è stato devastato dagli architetti della nuova Roma. Se si pensa che questa città vive da più di duemila anni, a traverso mutamenti così svariati e profondi, e che è ancora la stessa terra, gli stessi monti e spesso le stesse colonne e gli stessi muri, e nel popolo ancora le tracce dell’antico carattere, allora si diventa complici dei grandi decreti del destino e riesce difficile in principio all’osservatore di notare come Roma segue a Roma e non solo la nuova e la vecchia, ma anche le diverse epoche della vecchia e della nuova. Io cerco ora perfino i punti seminascosti, trovando molto giovamento dagli studi precedenti, poiché dal secolo XV in poi sono stati artisti e dotti in gran numero che hanno dedicata tutta la loro vita a questa impresa. Questa sconfinata profondità opera in noi silenziosamente quando ci aggiriamo per le vie di Roma in cerca di cose da ammirare. Altrove bisogna cercare attentamente per iscoprire cose che abbiano significato, qui invece ne siamo circondati e riempiti. Dovunque si vada o si stia si è sicuri d’aver davanti agli occhi un quadro vario e complesso. Palazzi e ruine, giardini e deserti, vastità ed angustia, cupole e stalle, archi di trionfo e colonne spezzate, e spesso tutte queste cose così vicine le une a le altre che si potrebbero disegnare in un solo foglio. Ma ci vorrebbero migliaia di bulini per esprimere quello che vorrebbe dire una sola penna! E poi la sera si torna a casa stanchi ed esausti per l’ammirazione e per la meraviglia…»

(Da W.Goethe, Viaggio in Italia, 1787, trad. Tornei, Officine Poligrafiche Italiane, ed., 1905, Roma)

Rom, den 7. November.

«Nun bin ich sieben Tage hier, und nach und nach tritt in meiner Seele der allgemeine Begriff dieser Stadt hervor. Wir gehn fleißig hin und wider, ich mache mir die Plane des alten und neuen Roms bekannt, betrachte die Ruinen, die Gebäude, besuche ein und die andere Villa, die größten Merkwürdigkeiten werden ganz langsam behandelt, ich tue nur die Augen auf und seh’ und geh’ und komme wieder, denn man kann sich nur in Rom auf Rom vorbereiten. Gestehen wir jedoch, es ist ein saures und trauriges Geschäft, das alte Rom aus dem neuen herauszuklauben, aber man muß es denn doch tun und zuletzt eine unschätzbare Befriedigung hoffen. Man trifft Spuren einer Herrlichkeit und einer Zerstörung, die beide über unsere Begriffe gehen. Was die Barbaren stehenließen, haben die Baumeister des neuen Roms verwüstet. Wenn man so eine Existenz ansieht, die zweitausend Jahre und darüber alt ist, durch den Wechsel der Zeiten so mannigfaltig und vom Grund aus verändert und doch noch derselbe Boden, derselbe Berg, ja oft dieselbe Säule und Mauer, und im Volke noch die Spuren des alten Charakters, so wird man ein Mitgenosse der großen Ratschlüsse des Schicksals, und so wird es dem Betrachter von Anfang schwer, zu entwickeln, wie Rom auf Rom folgt, und nicht allein das neue auf das alte, sondern die verschiedenen Epochen des alten und neuen selbst aufeinander. Ich suche nur erst selbst die halbverdeckten Punkte herauszufühlen, dann lassen sich erst die schönen Vorarbeiten recht vollständig nutzen; denn seit dem funfzehnten Jahrhundert bis auf unsere Tage haben sich treffliche Künstler und Gelehrte mit diesen Gegenständen ihr ganzes Leben durch beschäftigt. Und dieses Ungeheure wirkt ganz ruhig auf uns ein, wenn wir in Rom hin und her eilen, um zu den höchsten Gegenständen zu gelangen. Anderer Orten muß man das Bedeutende aufsuchen, hier werden wir davon überdrängt und überfüllt. Wie man geht und steht, zeigt sich ein landschaftliches Bild aller Art und Weise, Paläste und Ruinen, Gärten und Wildnis, Fernen und Engen, Häuschen, Ställe, Triumphbögen und Säulen, oft alles zusammen so nah, daß es auf ein Blatt gebracht werden könnte. Man müßte mit tausend Griffeln schreiben, was soll hier eine Feder! Und dann ist man abends müde und erschöpft vom Schauen und Staunen.»

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Immagine di copertina: © Claudia Bellanca

 

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