«Io, italiano, e la mia straordinaria vita a Berlino dal 1986»

Alessandro Allaria lavorando per una pubblicità C Alessandro Allaria

A Berlino ai tempi della caduta del Muro, Alessandro ci racconta la sua visione della città

Alessandro Allaria, classe ’64, è cresciuto a Bordighera, in Liguria. All’età di 20 anni, nel 1985, ha deciso di trasferirsi in Inghilterra. «Era il periodo della new wave. Lì lavorai e studiai inglese. Con degli amici avevamo occupato una casa, dove conobbi dei ragazzi di Berlino che mi fecero cambiare idea sui tedeschi. Avevo la stessa idea che hanno un po’ tutti dei tedeschi: che sono strani, fascisti, quadrati, portano le calze con i sandali e non hanno gusto. I berlinesi che conobbi erano tutto l’opposto: erano curiosissimi, aperti, veramente vogliosi di conoscere. Dopo aver sentito i miei pregiudizi, mi dissero che ero fuori di testa e che dovevo andarli a trovare a Berlino». «Il giorno della caduta del Muro, mi trovavo nella stazione della U Bahn, che piena di berlinesi dell’est che stavano entrando nella parte ovest. Un’armata pacifica invase la città per diversi giorni».

L’arrivo a Berlino

«Così, dopo un anno in Inghilterra, presi un biglietto di sola andata per Berlino. Arrivai nella città con due amici italiani e vivemmo a Wilmersdorf, un quartiere stranissimo dove abitavano solo persone anziane e pensionati. La casa era davanti ad un ospizio, veramente un incubo. All’epoca non c’erano internet e Facebook, dovevi veramente raccogliere le informazioni e capire, con una cartina in mano, come funzionasse la città. Non c’erano persone che ti consigliavano quali fossero le zone “cool” in cui andare, perciò dovevi fare tutto da te. Per la prima settimana vivemmo senza capire dove fossimo. Improvvisamente un giorno finimmo a Kreuzberg e capimmo finalmente cosa fosse Berlino. Ogni tanto ci vedevamo anche con gli amici tedeschi, ma all’inizio eravamo veramente impegnati con cose burocratiche».

I primi tempi

«Avevamo studiato il tedesco alle superiori, ma ci era stato insegnato in maniera grossolana. Poi noi non eravamo studenti modello. A Berlino perciò, non capivamo niente, e dovemmo farci capire con l’inglese, che comunque parlavano in pochi. Dovemmo combattere con la lingua, guardando tanta televisione e film in tedesco. C’erano poche possibilità lavorative per chi era appena arrivato e non sapeva la lingua. Trovai però questa ditta di trasporti autogestita, la Zapt Umzüge, che esiste ancora oggi. Il lavoratore poteva decidere insieme agli altri impiegati quanti giorni voleva lavorare e c’era la possibilità di entrare con una quota nella ditta. Era una delle prime realtà autogestite, perciò una cosa unica al tempo. Era per gente un po’ diversa: per punk, studenti e coloro che non sapevano la lingua. Io alla fine, grazie alle mie amicizie tedesche, un corso di lingua ed il lavoro, imparai finalmente il tedesco. Così decisi di iscrivermi all’università, e frequentai un corso di laurea in Pubblicistica».

Il Muro Kreuzberg 1987 C Flickr
Il Muro Kreuzberg 1987 © Eurovizion, CC0 

Il Muro di Berlino

«Con l’arrivo di Gorbachev, nell’allora Unione Sovietica, si era già capito che il modello comunista, con le sue regole e leggi strane, stava scomparendo. Ogni lunedì, a Lipsia, nella Germania Est, tante persone scendevano in piazza a manifestare contro il regime. Ma fino a quel momento, il Muro era normale. Arrivavi a Kreuzberg e lì finiva il tuo mondo. Avevi davanti a te tre soldati, il filo spinato, una porta ed un muro di 4 metri. L’unica cosa che potevi fare era andare sulla torretta e guardare da lì. All’epoca, non si pensava alla possibile caduta del Muro, era lì e basta. Sentivi un brivido freddo quando, per esempio, viaggiavi fuori da Berlino per tornare in Italia. Sul treno, una volta nella Germania Est, i poliziotti si portavano via i tuoi documenti per più di 15 minuti. Era un controllo allucinante, ti sembrava di essere in 1984 di George Orwell. Quando succedevano cose del genere, mi chiedevo chi ci sarebbe venuto a salvare se fosse successo qualcosa a Berlino. Poi, nel quotidiano, facevi la tua vita normale. Tuttavia, con questa fase di scongelamento, avvertii che qualcosa stava succedendo».

La caduta del Muro

«All’epoca studiavo e lavoravo ancora per la azienda di traslochi. Il 9 novembre 1989, il giorno della caduta del Muro, dopo aver finito il turno di lavoro, mi diressi verso la stazione della metro. Sia il marciapiede che la stazione erano pieni di persone della Berlino Est che erano appena entrate nella parte occidentale. Questa gente gridava e piangeva, aprendo bottiglie di sekt. La cosa che si notava era la differenza di abbigliamento e di pettinatura. Noi solitamente vestivamo in nero, jeans e giubbotti. Loro invece avevano stoffe azzurrine simili ai jeans, abbinate con i pantaloni e le giacche, e la loro pettinatura andava di moda ad Ovest dieci anni prima. Per diversi giorni questa armata pacifica assalì la città, paralizzandola. Fu come un capodanno di 3-4 giorni, anche perché i cittadini dell’est ricevettero dei soldi di benvenuto, che oggi corrisponderebbero a circa 400 euro. La caduta del Muro simboleggiò un cambio radicale nella città. Prima della caduta, Berlino era un’isola che attraeva un certo tipo di persone. Ad esempio, molti giovani tedeschi che non volevano fare il servizio militare venivano a Berlino perché così erano esenti. La città era una calamita per persone alternative, soprattutto del mondo musicale ed artistico. Inoltre, lo stato sovvenzionava certe professioni, ad esempio gli insegnanti, che perciò venivano pagati di più. L’obiettivo era tenere in vita la città ad ogni costo. Con il crollo del Muro, il movimento artistico e l’appeal della città cominciarono a svanire. Berlino divenne la capitale della Germania riunificata e le persone iniziarono ad andare via. Prima c’erano più soldi, attività e progetti. Molte persone che vivevano a Berlino sentivano una sensazione un po’ strana, consapevoli che si avvicinava la fine di un’era d’oro. Ciò che oggi è chiamato gentrificazione, a quel tempo, non si sapeva neanche come chiamarlo. Ma ciò che si sapeva, era che la città sarebbe diventata una città normale, certo non come Varese o Sorrento, ma non sarebbe più stata quell’isola pazzesca di cultura e costume. Prima si potevano fare tantissime cose e viverci tranquillamente, oggi questo non è più possibile».

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Videoclip dance, 1996 © Alessandro Allaria
Videoclip dance, 1996 © Alessandro Allaria

Alessandro, dagli anni ’90 ad oggi

«Negli anni ’90, iniziai una carriera nel mondo della produzione, soprattutto per film e televisione, ma anche pubblicità e giornalismo. Principalmente lavorai per la Deutsche Welle, RTL e la 3sat. Produssi anche molti video musicali e di eventi, ad esempio per la Love Parade. Nei primi anni 2000, tornai in Italia, dove continuai a lavorare come corrispondente della televisione tedesca. In quel periodo coordinai anche molte pubblicità, ad esempio per la Volkwagen e la Toyota. Nel 2008 vinsi il premio giornalistico Deutscher Menscherechts-Filmpreis per un cortometraggio che realizzai sulla realtà delle persone rom nelle periferie di Roma. Quell’anno decisi di tornare in Germania. Essere cittadino in Italia è difficile, la differenza tra il modello tedesco e quello italiano è veramente abissale. Nel 2016 tornai a Berlino, dove vivo tutt’ora. Qui ci sono più possibilità, cosa da dire e da fare. Adesso faccio l’allenatore di pallacanestro delle giovanili per Alba Berlin, la società di basket di Berlino in serie A ed Euroliga. Gioco a pallacanestro da sempre. Iniziai a Bordighera, a Berlino continuai ad allenarmi in una squadra dell’università, poi iniziai ad allenare in Bassa Sassonia».

1994, foto scattata al campetto della casa occupata Kopiert a Kreuzberg. Inserita in un giornale sul basket
1994. Berlino, Alessandro (pantaloncini bianchi): campetto dello Yaam quando era ancora a Schlesisches Tor. Giornale di Basket

© Alessandro Allaria

Berlino, meglio oggi o ieri?

«Non si possono fare paragoni di questo tipo. Prima nella città potevi fare quello che volevi, eri circondato da ragazzi della tua età e vivevi una vita senza frontiere e limiti. Oggi è una città normale, moderna, con molte agevolazioni che altre città europee non possono offrire. Rimane ancora oggi un modello avanzato e pionieristico, principalmente per i giovani che vogliono creare una carriera professionale o studiare. È un posto come nessun altro in Europa».

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Berlino Schule tedesco a Berlino

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Immagine di copertina: Lavoro Alessandro © Alessandro Allaria

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