Sven Marquardt è in realtà un tenerone

Sven Marquardt da Berlin Bouncer

Il celebre selezionatore del Berghain si racconta durante la presentazione di un documentario a lui dedicato

Visto da vicino Sven Marquardt incute un certo timore. I due grandi piercing ai lati della bocca, i tatuaggi che come cicatrici solcano il suo viso, le catene che indossa al collo, la lunga barba gli conferiscono un aspetto quasi demoniaco. Non per niente Sven è uno degli uomini più temuti di Berlino, almeno per il popolo dei clubber, per cui Marquardt è una sorta di San Pietro profano, in possesso delle chiavi di quel Paradiso in cui tutti vorrebbero entrare. Siamo riusciti a incontrarlo, anche se solo per poco, durante il documentario Berlin Bouncer, presentato alla 69esima Berlinale, di cui è uno dei protagonisti. E ne è uscita una persona molto diversa da quello che ci si potrebbe aspettare.

Sven Marquardt non ama per niente parlare del suo lavoro al Berghain

Marquardt è, neanche a dirlo, un uomo di poche parole. Non è per niente interessato a parlare del suo lavoro al Berghain, definendo il fatto di essere riconosciuto quasi esclusivamente per quello «una condanna con cui devo convivere». Dalle sue parole emerge un rapporto di odio e amore verso il famoso club berlinese dove Sven lavora da più di vent’anni. «Quando arrivai al Berghain ne rimasi subito affascinato, sembrava il set di Metropolis di Fritz Lang» e, da quel giorno, quasi ogni weekend, Marquardt decide chi entra e chi rimane fuori. Durante l’incontro le domande del pubblico hanno come unico argomento il Berghain. Sven incassa e risponde, quasi seccato, a monosillabi. Ma il suo atteggiamento è cambiato radicalmente quando è arrivata una domanda su quella che è la sua vera passione: la fotografia.

La fotografia è una passione che è nata fin dalla sua giovinezza da punk e lo ha accompagnato per tutta la sua vita

Per un attimo sul volto impassibile spunta anche l’ombra di un sorriso e, nonostante le lenti scure che indossa, sembra che gli si illuminino anche gli occhi. I modi rudi e scontrosi, da macho, che aveva avuto fino a quel momento mutano in un atteggiamento tranquillo, sensibile e, strano a dirsi, a tratti quasi effeminato. Il Marquardt del Berghain lascia il posto al Marquardt fotografo ed è un piacere ascoltarlo. In un fiume di parole racconta delle prime volte in cui ha preso in mano una macchina fotografica, quando era un giovane punk di Berlino Est. Da quel momento scattare ritratti è diventato molto più di un hobby. La sua ispirazione veniva dai soggetti malinconici che incontrava per la città divisa dal muro tanto che, dopo la riunificazione, smise di fotografare per un certo periodo ricordando che «non riuscivo più a trovare quella sorta di decadenza che volevo nei miei lavori». Sven ricorda come il lavoro al Berghain sia comunque stato fondamentale nella sua attività di fotografo, gran parte dei suoi ritratti sono DJ che hanno suonato lì e anche le sue prime mostre sono state organizzate nell’immenso edificio (nel 2014 ha esposto anche a Torino). Purtroppo la domanda successiva è ancora sul Berghain. E, improvvisamente, Marquardt ritorna nel suo mood dark.

Marquardt durante la conferenza stampa per il lancio di Berlin Bouncer ©Marco Gobbetto
Marquardt durante la conferenza stampa per il lancio di Berlin Bouncer ©Marco Gobbetto

Ma non chiedetegli mai di fare un selfie…

L’impressione che ci siamo fatti è che il Marquardt che tutti conoscono, oscuro e ostile, la maschera impassibile che caccia centinaia di clubber dal Berghain, sia solamente una recita. Dal tono delle risposte sembra considerare il suo ruolo al Berghain fin troppo mitizzato e, come qualsiasi persona, non è molto propenso a parlare del suo lavoro al di fuori di esso. Il vero Marquardt non è il selezionatore che ogni weekend sta alla porta del Berghain ma è quello che, imbracciata la sua reflex, gira per le strade di Berlino a scattare le sue foto e che ama parlare di questo. Toccando gli argomenti giusti, si toglie la maschera cupa per mostrare il suo vero volto, immortalato anche in alcuni autoritratti «tra i pochi momenti in cui riesco a essere me stesso». Finito l’incontro, ritroviamo Sven nel foyer del cinema, chiacchiera amabilmente con alcune persone della sua prossima mostra fotografica. Purtroppo una ragazza gli si avvicina e chiede di farsi un selfie. Ritorna la ‘maschera da Berghain’ e Sven gira i tacchi e se ne va, senza degnare di uno sguardo la povera ragazza.


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