“Il teatro in Italia? In una cappa pesante, meglio lasciarlo”. Chiara Rossini e il Teatro del Lemming arrivano a Berlino

Odysseus_Berlino

“Il nostro non è teatro d’intrattenimento ma un rito trasformativo, un momento di rivelazione. La messa in gioco, il coinvolgimento che si richiede allo spettatore è qualcosa di profondo, che va al di là della provocazione fine a se stessa, come quella che può scaturire nel contatto diretto con l’attore o con la nudità in scena. Come diceva Artaud, dal teatro sai che ne uscirai vivo e questa è l’unica certezza, il fatto che sopravviverai all’esperienza… per il resto, ciò che viene richiesto allo spettatore è un atto totale di fiducia, di abbandono a ciò che è un vero e proprio viaggio, anzi, un naufragio. L’idea, quindi, è quella di provocare sempre una trasformazione in chi attraversa i nostri spettacoli, un coinvolgimento emotivo che possa produrre pensieri e riflessioni nei giorni successivi.”

Le parole di Chiara Rossini, attrice del Teatro del Lemming, storica compagnia italiana di teatro sperimentale, emergono con fermezza dal sottofondo di musica nu jazz del baretto di Kreuzberg dove l’abbiamo incontrata qualche giorno dopo il debutto berlinese dello spettacolo OEDIPUS, a pochi passi dal teatro che questo weekend ospiterà un altro cavallo di battaglia del Lemming, lo spettacolo ODYSSEUS. Travel in Theatre for 30 spectators. Ispirato al poema omerico che racconta il viaggio di ritorno di Odisseo verso la natìa patria Itaca, ODYSSEUS fa parte della tetralogia sul mito e sullo spettatore prodotta dal Lemming a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000, dove si prevede il coinvolgimento diretto e sensoriale del pubblico, chiamato a diventare il protagonista dell’esperienza. Se nell’OEDIPUS la tragedia era consumata da un solo spettatore alla volta, in ODYSSEUS il corpo del protagonista è frantumato in quello di 30 spettatori per replica, coinvolti a esperire ognuno un percorso diverso, in un viaggio sincronico dove tutto accade sempre contemporaneamente, come in un sogno, e dove la totalità dell’esperienza può essere restituita solamente dal gruppo degli spettatori nel suo insieme.

Come è evoluto il vostro lavoro di ricerca sui sensi e il coinvolgimento dello spettatore?

“Il coinvolgimento di tutti i sensi dello spettatore è una caratteristica della poetica del Lemming anche se declinata sempre in maniera diversa a seconda degli spettacoli. Se nella tetralogia il percorso è legato al mito e allo spettatore al singolare, con lo spettacolo che è costruito per la percezione del singolo, per un’esperienza individuale e personale anche quando lo si attraversa come gruppo di spettatori, negli ultimi anni abbiamo iniziato a pensare a come dedicare il lavoro non più alla percezione del singolo ma alla comunità, ragionando su come si costruisce una comunità nel teatro, giocando tramite le regole della messinscena.”

In che modo affrontate invece il lavoro sul mito?

“Nelle drammaturgie del Teatro del Lemming c’è sempre un doppio livello: da una parte il coinvolgimento e le reazioni dello spettatore, chiamato a vivere un’esperienza personale e intima, dall’altra il riferimento al mito, che non è mai letterale ma sempre rivisitato in maniera personale, mettendo in relazione l’attore con lo spettatore. È come se la presenza del mito funzionasse come una maschera, che proprio per la sua presenza permette di mettere maggiormente a nudo questa intimità.”

Qual è stata la reazione del pubblico berlinese durante OEDIPUS? Avete notato delle differenze?

“Ci siamo interrogati a lungo su questo ma è difficile trovare delle risposte definitive. Abbiamo avuto un pubblico estremamente variegato: un buon 30% di italiani, per il resto tedeschi, australiani, inglesi, francesi, israeliani… ogni persona attraversa lo spettacolo e reagisce in maniera diversa e unica. In generale ci è sembrato di sentire un maggiore controllo sull’esperienza e meno abbandono, ma magari si è trattato semplicemente di una modalità differente di dimostrare le emozioni. Spesso il pubblico non è preparato al tipo di coinvolgimento dei nostri spettacoli, diverso da quel contatto generico che si può ottenere, ad esempio, nelle jam di contact improvisation tanto in voga a Berlino. Si tratta piuttosto di un contatto personale, diretto, che mette in gioco sia gli attori sia lo spettatore travalicando le regole tradizionali, per spiazzare ed arrivare a un punto di verità nell’incontro. Quindi il coinvolgimento avviene per un motivo, per una messa in gioco totale.”

I tuoi progetti futuri?

“Sto lavorando ad un mio spettacolo, INTIME / FREMDE, che parte dalla mia esperienza di immigrata qui a Berlino e coinvolge attori di diverse nazionalità. Un’indagine sul ruolo del migrante dal punto di vista fisico, anatomico, culturale e legislativo, una ricerca sull’identità e su ciò che la determina. Comporterà delle residenze in Italia durante l’estate, mentre il debutto è previsto a Berlino a settembre. Nel frattempo continuano i laboratori The five senses of the actor al Tatwerk ogni mercoledì, basati sul metodo del Teatro del Lemming.”

Come mai hai deciso di lasciare l’Italia?

“Penso che in Italia ci sia in questo momento una cappa pesante in generale, che si riflette in particolare anche nel mondo del teatro. Nonostante questo mi sento fortunata, amo il mio lavoro e continuo a portarlo avanti pur essendomi trasferita a Berlino. La scelta di partire tra l’altro è stata molto combattuta… sento come una responsabilità, il dovere di fare qualcosa per il mio Paese, per superare questa crisi economica e culturale. Ad esempio, trovo che le occupazioni dei teatri siano state molto interessanti, come Lemming abbiamo anche collaborato con il Teatro Marinoni a Lido di Venezia, risistemando una vecchia struttura ospedaliera abbandonata. La cosa bella di quelle esperienze è stato il lavoro politico e sociale, di sperimentazione di un altro tipo di cittadinanza e di partecipazione, soprattutto perché fatto da degli artisti. Il limite, a mio avviso, è stato invece proprio dal lato artistico nel lungo periodo: non si è osato arrivare a proporre una vera alternativa al sistema del teatro in Italia, creando nuovi spazi di sperimentazione ma finendo per diventare, nella maggior parte dei casi, dei contenitori per proposte esterne, spesso a discapito della ricerca e della qualità.”

E così, come Odisseo costretto dall’ostilità delle divinità a ritardare il rientro in patria, restiamo anche noi sospesi tra il desiderio di tornare e quello di spingerci oltre nel viaggio, finendo forse intrappolati su qualche isola da incantesimi e magie, attratti dal canto delle sirene di una Berlino mai così accogliente come in questo inizio di primavera. Insieme eppure divisi nella nostra personale visione, attraversiamo questo mare che è il teatro per poi ritrovarci, diversi, a fine spettacolo. Buon naufragio.

ODYSSEUS. Travel in Theatre for 30 spectators
Teatro del Lemming
24, 25, 26 Aprile
19.00/20.30/22.00
Theater Forum Kreuzberg
Prenotazione obbligatoria

Simona Dell'Aquila

Con la crisi dei 30 anni alle porte, decido di scappare a Berlino, che tutti dipingevano come ‘la mia città’ e dove non ero mai stata, per sfatare il mito, cambiare prospettiva e raggiungere una qualche forma di autonomia. Dopo rimbalzi continui di casa in casa, passeggiate infinite alla conquista dei quartieri, tour veg-astronomici, pedalate eroiche, serate che finiscono all’alba con bruschi risvegli al capolinea della metro... dopo qualche mese sono ancora alla ricerca di un buon motivo per non restare. E per imparare il tedesco.

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