«Io costretta a vendere T-Shirt come se nulla fosse mentre a 200 metri il camion colpiva e la gente moriva»

di S.P.

Sono un italiana che vive a Berlino da diversi anni. Lavoro come commessa part-time presso un grande store della Ku’damm, ad un tre minuti a piedi da Breitscheidplatz, la piazza del mercatino. Lunedì era la classica giornata di shopping pre-natalizio, la folla era tanta. Il negozio, a cui è associato uno spazio ristorazione, chiude solo di notte. Io ero di turno. Erano le 20.30 quando ho sentito le sirene. Assieme ad altri colleghi ci siamo affacciati sulla strada, abbiamo capito che era successo qualcosa, un incidente forse, ma in questi casi è difficile capire. In quei minuti arrivavano le ambulanze. Intorno alle nove cominciano a circolare le prime informazioni. Sembra sia stato un attentato. Il negozio non chiude. Continuo a vedere gente entrare. Io non posso affacciarmi, ma vorrei informazioni.

Fermo un signore che guarda tra le t-shirt appese. Sembra straniero, gli parlo in inglese.

Io: -Stanno circolando i mezzi?

Cliente: – Sì perché?

Io: -C’è stato un attacco tipo Nizza ai mercatini di natale a 200 metri da qui..un camion è piombato sulla gente e ci sono morti e feriti

Cliente: -Ah davvero? non sapevo…

Nel frattempo la moglie prende il telefono in mano, chiede la password del Wi-Fi e si collega al wifi del negozio

Io: -Sì purtroppo circa un’ora fa, avvisate i  vostri cari che state bene!

Cliente: -Ok ora mia moglie lo fa…Senti ma non hai questa maglietta large anziché medium?

Rispondo  che sì, la taglia c’è. La vado a prendere. La coppia si dirige verso la cassa.

Vengo spostata alla cassa. Non ci sono molti acquisti, la maggiore parte proviene da chi è già nella struttura e ha cenato o bevuto qualcosa nell’area lounge.

Entrano due ragazzi intorno ai trent’anni.  Prendono dei souvenir. Vengono alla cassa. Passo gli oggetti sullo scanner.

Ragazzi (in inglese): – Hai sentito dell’attacco qui dietro nei mercatini un paio d’ore fa?

Io: – Sì certo purtroppo..

Ragazzi: – Siamo israeliani, da noi succede tipo ogni settimana, niente di strano…

La ore scorrono quasi come se nulla fosse. Ai tavoli del lounge c’è chi scherza, brinda e si ubriaca. Fuori si sentono le sirene, la polizia passa continuamente su mezzi blindati. Entrano altre persone, anche loro per bere e passare una bella serata. Io sono pietrifcata alla cassa. Vorrei collegarmi a internet, fare sapere ai miei che sto bene e poi uscire fuori, capire se posso aiutare o, più semplicemente, capire. Sento il dolore invadermi il corpo, ma non posso che condividerlo con gli sguardi pieni di commozione dei miei colleghi, berlinesi d’adozione come me, costretti da ragioni di business o di mancata delicatezza, a vendere T-Shirt, palle di Natale e birre a chi va avanti come se nulla fosse, anche con la morte a 200 metri di distanza. Quando stacco il dolore non potrebbe essere più intenso.

Pixabay © CC0 Public Domain

 

2 Responses to “«Io costretta a vendere T-Shirt come se nulla fosse mentre a 200 metri il camion colpiva e la gente moriva»”

  1. Riccardo

    Molto toccante questo racconto. Io ero lì e dall’entrata dell’Europa Center in poi era tutto funzionante, anche i prefabbricati in legno continuavano a vendere cibo e oggetti vari, onestamente non avevamo ancora capito cosa fosse successo, l’impatto non si è sentito dall’altra entrata di Breitscheidplatz.

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  2. Anna

    È comprensibile lo sgomento e il voler far sapere ai propri cari che si sta bene, ma il non “fermare” tutto, non è insensibilità dal mio punto di vista.. è il non concedere a chi ci vuole spaventati e terrorizzati di vincere.. di realizzare il loro scopo…
    quello che è successo è qualcosa di terribile, ma se tutti avessero smesso di vivere normalmente e si fossero chiusi in casa chi avrebbe vinto?? La sensibilità o il terrore??

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